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Back to Black – Amy Winehouse

In questi giorni sta impazzando sulle radio Italiane una bella canzone soul della cantautrice Inglese Amy Winehouse dal titolo “Rehab” e dal ritornello accattivante (“noooo, noooo, noooo” e “gooo, gooo,gooo”).
Prima che questa sproporzionata esposizione radiofonica ci faccia odiare il brano e la sua autrice (come spesso succede) tengo a precisare che la cantante in questione è veramente brava – al di là dei “Gooo, Gooo, Gooo” ed i “Nooo, Nooo, Nooo” – e che la sua canzone parla di un argomento serio e doloroso come la riabilitazione dalle sostanze (“Rehab” significa “riabilitazione” appunto). L’album che contiene il brano “Rehab” s’intitola “Back to Black” ed è un disco Soul di pregiatissima fattura.
“Back to Black” suona come i dischi Motown degli anni 60 ed è una grandissima raccolta. Si tratta di un lavoro adulto creato da una persona interessante, pur con mille problemi alle spalle, che forse proprio per questo motivo appare sincera ed affascinante.
Amy Winehouse, è bianca ma canta come una cantante di colore, i suoi testi sono dolenti e peccaminosi nella migliore tradizione della musica Soul. Gli arrangiamenti sono volutamente vintage e talvolta sono davvero gradevoli. Non sarei sorpreso di vedere Amy Winehouse sui palchi del Festivalbar durante la prossima estate (i soldi contano sempre), ma sappiate che lei è comunque una cantautrice di qualità .
Una vera artista.
Titolo: Back to Black
Artista: Amy Winehouse
Anno: 2006
Produttori: Mark Ronson, Salaam Remi
Etichetta:Island
URL:http://www.amywinehouse.co.uk/
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Back To Mono: La musica di Phil Spector

Harvey Phillip Spector (detto Phil Spector), è il principe dei produttori musicali. La sua musica fatta di massicce orchestrazioni, sovraincisioni, battiti di mani e corretti languidi ha fatto storia. Per un decennio, dalla fine degli anni 50 fino alla fine degli anni 60, è stato artefice di un incredibile numero di successi da classifica: Tutta musica leggera ed adolescenziale fatta apposta per gli adolescenti. Tre minuti e via. Le sue collaborazioni “alte” con i Beatles o i Ramones non sono state fruttuose: Paul Mc Cartney tuttora lo accusa di avere rovinato “The Long and Winding Road”. Lui ha offerto il meglio di se con i “suoi“ gruppi: Le Ronette, le Crystals o i Righteous Brothers. Lui è il maestro delle 45 giri da presa sicura. “Back to Mono” è una raccolta di tre CD che comprendono le migliori produzioni di Phil Spector da 1959 a 1969. Attraverso le canzoni che compongono questa raccolta, ci si riesce a rendersi conto dell’influenza che quest’uomo ha avuto sulla musica Pop da allora fino ad oggi. Il cofanetto contiene anche il famoso l’album natalizio di Phil Spector, un’altra gemma che viene da lontano. Questa è la musica che probabilmente vale poco, è roba dozzinale, come le caramelle. Ma le caramelle sono anche buone e vanno gustate e godute. Questo cofanetto è come una scatola piena di caramelle d’assaporare lentamente. Un fantastico libretto con i testi e le fotografie completa questa meraviglia. Un cofanetto per tutti gli amanti della musica Pop.
Titolo: Back To Mono (1959 – 1969)
Artista: Artisti Vari
Anno: 1991
Musicisti: The Teddy Bears, Ben E. King, Gene Petney, The Crystals, The Ronettes, The Righteous Brothers, Darlene Love, Ike & Tina Turner ed altri
Produttore:Phil Spector
Etichetta:abcko
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Caroline Now!

In questi giorni sto ascoltando in maniera quasi ossessiva un album tributo dedicato ai Beach Boys, uscito nel 2000, dal titolo “Caroline Now!”. Gli album “tributo” sono generalmente noiosi e per lo più poco convincenti, specialmente se sono composti dalle cover troppo uguali alle canzoni originali. Alla fine degli anni novanta c’è stato un periodo quando ogni giorno usciva un nuovo album tributo a qualche artista da Ivano Fossati ai Kiss. Sinceramente pochi di quegli album hanno lasciato traccia di se. Una delle eccezioni è questa raccolta dedicata alla musica di Brian Wilson ed I Beach Boys. “Caroline Now!” infatti, è molto di più di un semplice album tributo. Innanzitutto si tratta di un progetto artistico pensato e ragionato per anni. A quanto si dice la gestazione dell’album, ha richiesto circa tre anni di lavoro. Le canzoni poi non sono i soliti hit che uno ci si potrebbe aspettare, si tratta per lo più degli episodi minori e poco conosciuti. Neanche gli artisti coinvolti, salvo rari casi, sono degli artisti famosi. La soave alchimia sonora, le melodie compatte ed armoniose creano un’atmosfera leggera ed affascinante. Ad ascoltare il disco, tutto d’un fiato, sembra di sentire una sola canzone. Lo spirito di Brian Wilson ed i Beach Boys (post Pet Sounds) scorre in ogni singolo brano di questa raccolta. Tra gli artisti coinvolti vanno ricordati Belle and Sebastian, Norman Blake (Teenage Fanclub), St Etienne, Alex Chilton (Big Star), The Pastels e The High Llamas. Merita citazione anche il libretto, pieno di fotografie rare e bellissime, che accompagna questo CD.
Titolo: Caroline Now! – The Music of Brian Wilson and the Beach Boys
Artista: Artisti Vari
Anno: 2000/Ristampato nel 2006 in doppio vinile 33 giri
Musicisti: Eugene Kelly, Alex Chilton, Kim Fowley, Saint Etienne, Norman Blake, The High Llamas, The Aluminum Group, Eric Matthews ed altri
Produttori:Stefan Kassel & Frank Lähnemann
Etichetta:Marina Records
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Willy DeVille a Trento

Ogni tanto, grazie a dio, qualche grande musicista si perde per la strada e finisce a fare un concerto nella nostra ridente città di Trento.
Questa sera tocca a Willy DeVille, che dopo aver vinto il premio Tenco due giorni fa a San Remo, si esibisce qui in trio con il bassista David Keys ed il pianista Darin Brown. Per chi non lo conosce dico soltanto che Willy DeVille è un carismatico musicista newyorchese d’origini portoricane, che frequenta il mondo del Rock da più di trent’anni senza avere mai raggiunto il grande successo ed è amato soprattutto in Europa. La sua canzone più famosa in Italia è indubbiamente “Demasiado Corazon” che fa da sigla per il fortunato programma televisivo Zelig.
L’appuntamento è per le ore 21 all’auditorium S.Chiara che è stata recentemente ristrutturata ed ora oltre ad offrire un’eccellente acustica emana anche un gradevole profumo di legno. Il concerto invece parte alle 21.30 con “Perry Mason theme” , eseguito da Keys e Brown da soli, come se Willy DeVille avesse mandato avanti il famoso avvocato televisivo a prendere le sue difese contro eventuali fan inferociti. Una precauzione eccessiva: il pubblico che riempie l’auditorium è felice di vederlo e per ora non ha intenzione di ricorrere ai mezzi legali. Così appare Willy DeVille che è già da solo uno spettacolo: alto, magro, capelli lunghissimi, baffetti curati, un attillato vestito nero da pirata dei Caraibi e si regge a malapena sulle gambe. Si scusa in maniera abbastanza comica con il pubblico e si accomoda su un altissimo sgabello posto tra il pianoforte e il contrabbasso, imbraccia una chitarra acustica ed inizia il suo concerto con un blues di delta che sa di cattivo Bourbon e di fumo. Willy si dichiara più volte stanco, si accende una sigaretta dopo l’altra e ad un certo punto chiede di avere una lattina di “Red Bull” per se e per i suoi compari musicisti. Nonostante tutti questi siparietti, che danno un tono piuttosto bislacco a tutta la situazione, il concerto rimane cosa seria e ben fatta. Nell’ora e mezza che segue Willy DeVille mette in fila una fantastica serie di canzoni, in gran parte delle cover, eseguite tutte con l’anima e classe infinita: il Blues strappacuore con “It’s too late she’s gone”(di Chuck Willis), il Soul con “Spanish Harlem” ( di Leiber e Spector) e “Save The Last Dance For Me” (di doc pomus), i suoni caraibici con la spendida “Carmelita” (di Warren Zevon), il folk con “That Is The Way To Make A Broken Heart” (di John Hiatt), il Rock & Roll con “ Shake, Rattle & Roll ” (di Jesse Stone), omaggio a Elvis con una versione quasi psichedelica di “Heartbreak Hotel” e un saluto agli amici rovinati per la droga con “Junkers Blues” (di Champion Jack Dupree). Sono davvero poche invece le canzoni che provengono dal suo repertorio: la conclusiva “Mixed Up Shook Up Girl” e “Bad Boy”.
Un gran bel concerto.
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Tags: Trento
Last Man Standing

Lui non è il “Re” né il “Boss”.
Lui è il “ Killer”.
Lui è Jerry Lee Lewis, uno dei padri fondatori del rock, verosimilmente quello più ribelle, quello che ha applicato il “Rock & Roll” alla vita reale attraverso matrimoni scandalosi, divorzi devastanti, problemi con quasi tutte le leggi (penale, civile e tributaria), lutti dolorosi, successi folgoranti e fallimenti catastrofici. Oggi a settantun anni sonati è il nonno del Rock e si dice che sia diventato molto più tranquillo anche nella vita di tutti i giorni. Quando si mette al pianoforte, però, perde una cinquantina d’anni di colpo e scatena un’energia esplosiva che pochi giovani d’oggi sarebbero in grado d’eguagliare. L’ultimo disco di Jerry Lee Lewis s’intitola “Last man Standing” ed è un vero e proprio compendio della musica popolare americana degli ultimi cinquant’anni. Il disco è composto di ventuno brani in gran parte delle cover di Rock, Blues e Country. Ad accompagnare “The Killer” in questo lavoro ci sono degli artisti di prima grandezza che con la loro partecipazione glorificano il maestro, leggere i loro nomi in fila fa davvero paura: Jimmy Page, B.B King, Bruce Springsteen, Neil Young, Robbie Robertson, Mick Jagger, Ronnie Wood, John Fogerty, Keith Richards, Ringo Starr, Little Richard, Don Henley, Kris Kristofferson, Eric Clapton.
Il risultato è un disco variegato e divertente che alterna i momenti sublimi a qualche brutta caduta, come la vita di Jerry Lee appunto. Il disco si apre alla grande con una dichiarazione programmatica: “Rock & Roll” dei Led Zeppelin, con Jimmy Page in persona alla chitarra. Il pianoforte selvaggio di Jerry Lee dialoga con la chitarra di Jimmy Page sulle note della storica canzone degli Zeppelin. Due minuti tirati d’energia pura. “Pink Cadillac “(di e con Bruce Springsteen) è sporco e rudimentale, quasi garage, e sembra essere scritto apposta per Jerry Lee Lewis. Il Boss e il Killer offrono un’interpretazione degna della loro fama. Gli Stones si presentano in tre e suonano in due brani differenti, da una parte Mick Jagger e Ronnie Wood, in “Evening Gown”, un brano country firmato da Mick Jagger stesso, e dall’altra Keith Richards da solo in “ That Kind of fool”. Entrambe le canzoni sono molto belle e ben eseguite e ricordano gli storici brani country degli Stones. Neil Young appare in “You don’t have to go”, un classico Blues di Jimmy Reed nella versione stralunata. Il pianoforte detta i tempi e Neil ci mette pure un po’ di chitarra distorta, come sa fare lui, che non guasta. John Fogerty si esibisce in “Travellin’ Band”. È veramente difficile sentire il grande John Fogerty suonare in disco di qualcun altro, lui non è un musicista “prezzemolo” (come quelli che suonano con Zucchero per intenderci), se è qui vuol dire che ha grandissima stima per il padrone di casa e basta. Robbie Robertson e il suo “Twilight” sono una presenza d’alta classe. Ringo Starr canta e suona la batteria in “Sweet Little Sixteen” mentre i Beatles vengono omaggiati con “I saw her Standing there “ che è un fantastico duetto tra Jerry Lee e Little Richard. I due maestri del pianoforte rock al confronto. Eric Clapton è un gran chitarrista e il suo contributo è d’altissima classe, anche se lui è uno di quei musicisti “prezzemolo” che suonano con cani e porci ( Zucchero per fare un nome a caso…). L’unica presenza veramente superflua e spiacevole è quella di Toby Keith: un burino sudista testa di (metteteci la parolaccia che più vi garba) nonché sostenitore di Geroge W. Bush.
In conclusione “Last Man Standing” è un gran bel disco, una delle uscite più importanti dell’anno. Nonostante l’esercito dei musicisti fuori classe che vi partecipa è un disco di Jerry Lee Lewis a tutti gli effetti.
Se esistesse una scuola del Rock, questo disco sarebbe uno dei testi obbligatori su cui studiare.
Titolo: Last man standing
Artista: Jerry Lee Lewis
Anno: 2006
Musicisti: Jerry Lee Lewis(Pianoforte, Voce e Organo), Bruce Springsteen (Voce), Jimmy Page (Chitarra), Neil Young (Chitarra e voce), Mick Jagger (voce), Keith Richards (voce), Ronnie Wood (pedal steel guitar, )Ringo Starr (Voce e batteria), Eric Clapton (Chitarra), B. B. King (Chitarra), Robbie Robertson (Chitarra), Little Richard (Voce), Merle Haggard (Voce e Chitarra), John Fogerty (Voce), Buddy Guy (Voce e Chitarra), Kid Rock (Voce), Rod Stewart (Voce), Kris Kristoferson (Voce), Toby Keith (Shit!), Don Henley (voce), Willie Nelson (voce e chitarra), Jim Keltner (Batteria e Percussioni), Delaney Bramlett(Voce), Harold Hutchinson (Basso), Dave Woodruff (Sax) .
Produttore: Jimmy Rip
Etichetta:Artist First
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Tags: Bruce Springsteen
Domino

Volevo fare questa piccola recensione senza ricorrere ai turpiloqui, ma l’impresa è ardua, perciò mi prendo una piccola licenza:
“Domino” è un film che fa letteralmente cagare.
Ho visto raramente un film così brutto. Il personaggio principale del film. tale “Domino Harvey” – che ha la faccia e soprattutto il meraviglioso corpo dell’attrice inglese Keira Knightley – è realmente esistito: era la figlia dell’attore britannico Laurence Harvey diventata cacciatrice di taglie negli USA e morta per overdose poco prima che uscisse questo film. La pellicola è girata come un lungo videoclip, senza capo né coda, con molto lavoro di post-produzione. La sceneggiatura fa acqua da tutte le parti ed è inutilmente complicata. “Domino” è un insignificante prodotto pattinato che serve solo a sprecare due ore di vita.
Da evitare.
Titolo Originale:Domino
Anno: 2005
Regia: Tony Scott
Soggetto e sceneggiatura :Richard Kelly
Produzione: USA/Francia
Interpreti: Keira Knightley, Mickey Rourke, Edgar Ramirez, Lucy Liu
Durata:127 min.
Link: http://www.dominomovie.com/
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INDIAN – La grande sfida

Che cosa fanno gli esseri umani quando raggiungono l’autunno della loro esistenza?
Tirano i remi in barca e si lasciano morire? Scoprono delle cose che da giovani non avevano tempo di scoprire? O cos’altro?
Mentre l’aspettativa di vita cresce e la parte più ricca del mondo diventa ogni giorno più anziana anche il cinema riscopre il fascino della senilità. Diversi registi in questi ultimi anni hanno lavorato sul tema di vecchiaia: David Lynch con “Una storia vera”, Alexander Payne con “A proposito di Schmidt” ed ora Roger Donaldson con “Indian – La Grande Sfida”. Quest’ultimo è la vera storia di “Burt Munro”, uno stravagante pensionato Neozelandese, che passa tutto il suo tempo a lavorare sulla propria motocicletta, un “Indian” del 1920, con la quale vuole battere il record mondiale di velocità. Siamo negli anni 60 e Burt per poter partecipare ai cronometraggi ufficiali, che si tengono su un lago salato a Bonneville nello stato di Utah, è costretto ad andare negli USA. Così Burt, che non è un uomo ricco, racimola tutti i soldi che riesce a trovare e si avvia verso l’America. L’incontro tra l’anziano Kiwi e la cultura yankee è un vero spasso. Il personaggio di Munro è già molto particolare per se e grazie ad un grande Anthony Hopkins, che dopo un periodo d’oblio torna a recitare ad alto livello, è rappresentato magistralmente sullo schermo. “Burt Munro “ ci fa capire che si può essere giovani dentro anche quando si è anziani fuori, che anche la gente con i capelli argentati può avere una vita sessuale e che forse la vecchiaia non è poi così brutta. Il film è piacevole, forse è un po’ troppo lungo, ma funziona.
Titolo Originale:The World’s Fastest Indian
Anno: 2005
Regia: Roger Donaldson
Soggetto e sceneggiatura :Roger Donaldson
Produzione: Nuova Zelanda/USA
Interpreti: Anthony Hopkins, Iain Rea, Tessa Mitchell
Durata:127 min.
Link: http://www.imdb.com/title/tt0412080/
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Dave – presidente per un giorno

Ci sono dei film che sono piccoli, quasi insignificanti, che non vincono premi, che non vanno forte al botteghino, che non esaltano i critici e che dopo un po’ sono buoni solo per essere trasmessi in TV negli orari dove la pubblicità costa meno per gli inserzionisti. Ma tutto questo non significa che sono dei brutti film, anzi. “Dave – presidente per un giorno” è uno di questi film, che Canale 5 ha trasmesso la scorsa Domenica mattina in concorrenza con la santa messa. “Dave”, non è certo un capolavoro ma tanto per cominciare ha degli attori che molti altri film se la sognano: Kevin Kline e Sigourney Weaver su tutti. Il film è una storiella fantapolitica dove un ipotetico presidente degli Stati Uniti ognitanto, per coprire le proprie scappatelle con le segretarie compiacenti , assume dei sosia che lo sostituiscono. Ora succede che il presidente durante una di queste scappatelle è vittima di un ictus celebrale che lo manda diritto in coma. Così Dave (Kevin Kline) l’ultimo sosia del presidente, per evitare lo scandalo, è costretto a fingersi presidente più del previsto. Grazie all’incredibile somiglianza di Dave con il presidente, l’unica persona ad accorgersi dello scambio di persona è la first lady interpretata da una splendida Sigourney Weaver. Questo film parla di un America lontana anni luce da quella che vediamo oggi, anche se è stato realizzato solo tredici anni fa: l’undici Settembre era ancora un giorno qualsiasi sul calendario e per avere dei complotti degni di nota bisognava tornare ai tempi dell’assassinio del presidente Kennedy. A questo proposito il regista Oliver Stone, noto sostenitore dei complotti, fa un memorabile cameo in questo film dove afferma che il presidente è in realtà un sosia e naturalmente non viene creduto. Prossima volta che manderanno in onda questo film date un’occhiata, è molto meglio di quello che può sembrare.
Titolo Originale:Dave
Anno: 1993
Regia: Ivan Reitman
Soggetto e sceneggiatura :Gary Ross
Produzione: USA
Interpreti: Kevin Kline, Sigourney Weaver, Ben Kingsley
Durata:110 min.
Link: http://www.imdb.com/title/tt0106673/
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Prénom Carmen

I miei anni Ottanta sono stati anni terribili. Mi sono successe delle cose che non auguro al mio peggior nemico, perciò quando finalmente siamo arrivati al capodanno tra 1989 e 1990 avevo la sensazione che le cose potessero cambiare in meglio: numeri nuovi e vita nuova (povero illuso…). Ad ogni modo per festeggiare la fine del decennio maledetto, insieme ad un gruppo di amici, per lo più universitari di belle speranze, ci siamo recati in una malga di montagna dove oltre al freddo terribile e tutte le cose scomode di contorno c’era anche un minuscolo televisore bianco nero, di colore arancione, e vino a quantità. I miei amici universitari, dotti ed intellettuali, hanno subito cominciato a ricordarci che quella notte sarebbe andato in onda un imperdibile film di Jean Luc – Godard su Rai Tre, grazie al solito Enrico Ghezzi, nelle prime ore della notte. Il film in questione era “Prénom Carmen”. I miei amici , di cui non mi ricordo più nemmeno il nome, erano tutti svenuti dopo la colossale bevuta di capodanno. Ad un certo punto ero l’unico ancora sveglio ed abbastanza in grado di ragionare. Perciò verso le due di notte ho acceso la TV per vedere questo grande capolavoro. Beh, la bellezza giovanile di Marushcka Detmers a parte, si trattava di una “Boiata Pazzesca”. Un film confuso, sperimentale ed incomprensibile. A dire il vero ho attribuito questo giudizio alla quantità del vino che avevo ingerito e non ho detto una parola a nessuno. Anni dopo, perfettamente sobrio, ho noleggiato “Prénom Carmen”, solo per capire se mi era sfuggito qualcosa o il film era effettivamente una boiata. Si trattava davvero di un film brutto ad uso e consumo degli intellettuali da quattro soldi. Anche allora sono stato zitto perché non volevo fare la figura d’ignorante, ora con la mia barba che sta diventando ogni giorno più bianca non mi frega più niente e lo scrivo pubblicamente: “Prénom Carmen” secondo me è un brutto film. Se volete guardatelo, non è affare mio, ma sappiate che i critici non hanno sempre ragione.
Titolo Originale:Prénom Carmen
Anno: 1983
Regia: Jean-Luc Godard
Soggetto e sceneggiatura :Anne-Marie Miéville
Produzione: Francia
Interpreti: Maruschka Detmers, Jacques Bonnaffé
Durata: 82 minuti
Link: http://www.imdb.com/title/tt0086153/
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If I could only remember my name

Oggi David Crosby è un signore obeso che ha già rischiato di morire più volte per cirrosi epatica e le altre malattie legate all’abuso della droga ed alcol. Ogni giorno è costretto ad assumere un numero indefinito di medicinali giusto per stare in piedi. Tanto tempo fa David Crosby era il simbolo della gioventù alternativa. Veniva dalle esperienze artistiche importanti con i Byrds e CSN&Y. Per il suo debutto da solista decise di dare voce a quelli che come lui sognavano l’amore libero e un mondo migliore con la fantasia al potere. Tutte idee ormai perdute e dimenticate. Questo album è il canto di cigno di una generazione che almeno per un po’ ha creduto di poter cambiare il mondo. Un capolavoro. L’album è costruito per essere ascoltato tutto d’un fiato, non ci sono bruschi cambiamenti d’atmosfera. Tutto il disco sembra una lunga canzone ipnotica. La comunità hippy di San Francisco è ben rappresentato: insieme al David Crosby suonano gente come Neil Young, Jerry Garcia, Joni Mitchell e Grace Slick.
Disco d’inarrivabile bellezza, “If I could only remember my name ” è una splendida testimonianza dei bei tempi andati. Le armonie vocali sono bellissime e non c’è un momento di debolezza. Dedicato a tutti i poveri illusi, di tutte le età, che vivono in giro per il mondo. Questo lo aggiungo io: un mondo diverso NON è possibile, dobbiamo tenerci questo qui.
Sorry David!
Titolo: If I could only remember my name
Artista: David Crosby
Anno: 1971
Musicisti: David Crosby(Chitarra e voce), Jerry Garcia (Chitarra), Phil Lesh (basso), Joni Mitchell (Voce), Graham Nash(Voce), Grace Slick(Basso, Voce), Neil Young (Chitarra e voce)
Produttore: David Crosby
Etichetta:Atlantic
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