Archivio » Recensioni
Sounds of the Universe – Depeche Mode
Il nuovo disco dei “Depeche Mode” è una macchina del tempo che si muove, senza soluzione di continuità, tra l’oggi e gli anni 80. L’utilizzo massiccio dei sintetizzatori analogici crea un suono che sembra uscire direttamente da un Commodore 64.
A ricordarci che ci troviamo nell’anno 2009 ci sono gli arrangiamenti attuali e soprattutto i testi aspri. Il pezzo d’apertura, “In Chain”, ha dei contenuti sadomaso che non rallegrano certo l’atmosfera, ma musicalmente parlando è molto bello e cresce con ogni ascolto. “Peace” sembra un (riuscito) tributo a Jean Michel Jarre. Le sperimentazioni elettroniche raggiungono l’apice, tra altro con buoni risultati, con “In Sympathy” . Il momento migliore del disco rimane comunque “Wrong” con il suo amaro resoconto degli errori che un essere umano è in grado di commettere.
“Sounds of the Universe” è un disco serio e adulto che funziona nel suo insieme e merita di essere ascoltato. Ha delle caratteristiche che piaceranno sia agli ammiratori di vecchia data dei Depeche Mode sia agli ascoltatori più orientati al rock come il sottoscritto.
Archiviato in Musica, Recensioni | Commenti (0)
Tags: Depeche Mode
Astral Weeks Live at the Hollywood Bowl – Van Morrison

Van Morrison dal vivo non è mai una garanzia assoluta: di sicuro è capace di suonare meglio di chiunque altro ma il suo carattere, mutevole e irascibile, ha finito per rovinare più di una delle sue esibizioni. La stessa incostanza ha caratterizzato in qualche modo anche la produzione dei dischi dal vivo, dove su tre album ufficiali due sono splendidi (“It’s too late to stop now”, “A Night in San Francisco”) e uno è decisamente sottotono (“Live at the Grand Opera House Belfast”). Insomma l’annunciato arrivo di un nuovo disco dal vivo non significava automaticamente che stesse per arrivare un grande disco, anche se le premesse erano ottime. Invece il disco che celebra il quarantesimo anniversario di “Astral Weeks” soddisfa tutte le attese e va anche oltre. “Astral Weeks Live at the Hollywood Bowl”, ci consegna un Van Morrison rigenerato che non si limita semplicemente a eseguire tutti i brani del celebre disco in fila ma che li rilegge in una forma più attuale e aggiornata. Questo doppio CD, registrato nel corso di due serate nel novembre 2008, ha un suono assai compatto e fluido. L’approccio è del tipo jazzistico, con l’orchestra che crea il tappeto sonoro per il passaggio del solista di turno. Van, dal canto suo, approfitta di questo meccanismo per rivedere gli arrangiamenti lasciando ampio spazio all’improvvisazione e alla creatività dei musicisti. Questa particolarità evoca lo spirito libero e contemplativo di “Astral Weeks” ed è un dettaglio importante. Tra i musicisti presenti nella numerosa orchestra il nome che più salta all’occhio è quello di Jay Berliner, il chitarrista che suonava anche in disco originale. Nella scaletta, oltre ai brani di “Astral Weeks”, ci sono altre due canzoni affini nella forma e nello spirito: “Listen To The Line” e “Common One”. Questo disco è vero Van Morrison come non ci capitava di sentire da molti anni; è bello e intenso in altre parole è mistico come “Astral Weeks”. Non si può domandare di più.
Thank you Van.
Archiviato in Dischi, In primo piano, Musica, Recensioni | Commenti (5)
Tags: Van Morrison
No Line On The Horizon – U2

Io ho dei vividi ricordi di alcuni brani degli U2: un tuffo al cuore con “One”, un’incredibile iniezione d’adrenalina con “Sunday Bloody Sunday”, una piacevole vertigine con “Bullet The Blue Sky” e via dicendo. La mia passione per il rock è nata e cresciuta anche grazie a loro che a tutti gli effetti possono essere considerati l’ultima grande band del mondo, l’ultima di cui si conosce il nome di tutti i componenti, come seppe sottolineare Springsteen introducendoli nella “Rock and Roll Hall of Fame”. Per tutti questi motivi, ritengo di essere un loro ammiratore certo non un fanatico. Adesso il problema sta nel fatto che avendo tutti questi ricordi importanti a ogni loro nuova uscita discografica io ho molte aspettative. Devo dire che stavolta l’orribile singolo “Get On Your Boots” aveva già ridimensionato le mie attese e trovarmi tra le mani un disco che non è completamente una ciofeca, può essere considerato una buona notizia.
“No Line On The Horizon” è un album senza infamia e senza lode. Le sonorità sono curate, d’altro canto nel progetto sono coinvolti tre dei migliori produttori del mondo (Brian Eno, Daniel Lanois e Steve Lillywhite) e si sente, purtroppo ciò che manca è l’anima. Si era favoleggiato di un disco sperimentale, invece tutto è scontato e convenzionale. Questa non è necessariamente una nota di demerito, credo che a tanti fan degli U2 la loro musica piaccia così come è. Il problema, come ho già detto, è la mancanza dell’anima, delle idee e delle cose da dire. I testi sono spesso infantili, qualche volta auto-parodistici se non addirittura ridicoli: per esempio quando vengono citati i comandi del sistema operativo Mac OS in “Unknown Caller” (Force quit and move to trash).
Il brano migliore è sicuramente il meditativo “Cedars Of Lebanon” che chiude l’album ed è fatto talmente bene, sia come testi sia come musica, che fa nascere il rammarico per ciò che questo disco avrebbe potuto essere ma che purtroppo non è.
In conclusione, questo disco suona bene come musica “usa e getta”, venderà una marea come sempre e tra un po’ di tempo lo dimenticheremo completamente (do you remember ”How To Dismantle An Atomic Bomb” ?). Per ricordarci degli U2 abbiamo altri dischi e penso che quelli basteranno.
Archiviato in Dischi, In primo piano, Musica, Recensioni | Commenti (4)
Tags: U2
Buena Vista Social Club at Carnegie Hall

Il concerto dei “Buena Vista Social Club” al prestigioso Carnegie Hall di New York, il primo luglio 1988, fu il culmine del progetto avviato, un paio d’anni prima, dal grande chitarrista americano Ry Cooder a Cuba. Grazie a questa esibizione – e a Wim Wenders che ne trasse un bellissimo documentario – Compay Segundo, Ibrahim Ferrer, Omara Portuondo e Ruben Gonzales divennero delle star internazionali. Il disco registrato l’anno precedente dallo stesso gruppo di musicisti veterani negli studi Egrem di Havana, dal titolo “Buena Vista Social Club”, era già acclamato dalla critica e dopo questo concerto divenne anche un buon successo commerciale.
Quella leggendaria esibizione adesso è disponibile su due CD, ed è un bel modo per ricordare sia il disco originario, che a conti fatti fu uno dei migliori di tutti gli anni novanta, sia i protagonisti di quell’evento che in questi dieci anni ci hanno lasciato (Compay Segundo, Ibrahim Ferrer e Ruben Gonzales per essere precisi). Il suono è maestoso e il coinvolgimento del pubblico è commovente. I brani, in gran parte provengono dal disco di studio, come del resto era prevedibile, con aggiunta di alcune canzoni “nuove” come Quizas, Quizas e Mandinga. Questi dischi raccontano come la musica abbia saputo superare, per qualche ora, le questioni diplomatiche e le faccende politiche. È triste pensare che tutto questo sia irripetibile.
[http://www.worldcircuit.co.uk/]
Archiviato in Musica, Recensioni | Commenti (0)
Tags: Buena Vista Social Club, Ry Cooder
Bob Dylan a Trento – 15/06/2008

Picture taken from Flickr.com. Originally uploaded by Talba
© 2008 Talba, all rights reserved
Non c’è un solo Bob Dylan, ne esistono diversi: c’è il cantautore impegnato, il Rocker “traditore”, il cantante Country, l’artista intimista, musicista credente, il poeta e l’icona del Rock. Quando uno decide di andare a vedere un concerto di Dylan, rischia di trovarsi solo di fronte all’ultima reincarnazione dell’artista e non di fronte a qualcuno che rappresenta tutti questi metamorfosi. Per questo motivo ero molto scettico e non avevo nessuna intenzione di andare a vedere dal vivo uno dei miei miti in passaggio nella mia città (a proposito, quando è che uno diventa intestatario di una città? Quando ci si nasce o dopo che ci si vive per una vita? Boh…). Alla fine degli amici mi hanno convinto e ci sono andato.
Bob Dylan che sale sul palco di Trento è un posato signore, un po’ su con gli anni, vestito da Cowboy. Tutti gli altri Dylan non sono presenti. L’atmosfera è quella degli ultimi due dischi in studio, “Love and theft” e “Modern times”, con quella loro indefinibile miscela tra il country, il rockabilly e lo swing. Il concerto inizia con “Tweedle Dee & Tweedle Dum”, la band comincia a carburare e si può già intuire che questi musicisti vestiti di nero è gente che sa il fatto suo. Si prosegue alterando pezzi classici, nella versione “Country/Rockabilly”, con le canzoni recenti. Questo trattamento delle canzoni classiche dà dei risultati talvolta splendidi (“Highway 61Revisted” e “Ballad of a thin man”), talvolta buoni (“Lay lady lay”), altre volte mediocri (“Don’t think twice it’s all right” e “Blind Willie McTell”) se non addirittura irritanti (“Blowin in the wind” è stata terrificante). I pezzi più recenti ovviamente sono più fedeli alle versioni originali e sono suonati molto bene. Da ricordare “Spirit on the water” e “Thunder on the mountain”.
Per tutto il concerto Dylan suona una piccola pianola e non guarda nemmeno il pubblico: la leggenda lo vuole scortese e lui non la smentisce. La band ha un bel suono, anche se si ha la sensazione che Dylan la tenga un po’ a freno. Quando il capo li lascia correre loro danno spettacolo. Purtroppo le idee di Dylan sono più orientate alla Country e i musicisti si adeguano.
Alla fine è stato un bel concerto di “questo” Dylan. Però Il Dylan che io amo è giovane, porta gli occhiali neri, ha i capelli lunghi e a Trento non c’è mai stato.
Archiviato in Bob Dylan, Musica, Oggetti, Recensioni | Commenti (17)
Tags: Bob Dylan, Trento
Gimme Shelter

I film documentari che trattano il Rock – i cosiddetti “Rockumentary”- generalmente sono dei lunghi spot pubblicitari che servono a promuovere un’artista, un gruppo o un evento. Sono costruiti secondo un consueto e sterile copione che consiste in riprese dal vivo, qualche banale intervista e un po’ d’immagini “rubate” in backstage. Le eccezioni ovviamente ci sono: per esempio “Don’t look back” di D.A. Pennebaker, che documentava la tournee Inglese di Bob Dylan nel 1965 o “Gimme Shelter”, dei fratelli Maysles, che racconta i Rolling Stones in giro per gli USA alla fine degli anni sessanta. Il primo, pur essendo un film di notevole bellezza, è concentrato soprattutto sul personaggio Dylan e tratta marginalmente la sua musica; “Gimme Shelter” invece sfiora la perfezione riuscendo a raccontare la musica, i musicisti ed anche il momento storico.
Il film inizia, in modo convenzionale, con gli Stones sul palco della Madison Square Garden di New York per trasferirsi poi in una sala di montaggio dove i membri della band sono ripresi mentre ascoltano un’inchiesta radiofonica sulla loro tragica esibizione ad Altamont, in California, dove gli “Hell’s Angles” del servizio d’ordine hanno ucciso a pugnalate un giovane di colore sotto il palco. Poi ci sono delle immagini riprese proprio dal concerto di Altamont, montati a dovere per aumentare l’effetto drammatico. “Gimme Shelter” sembra un film in presa diretta, in realtà è il risultato di un lungo e pregevole lavoro in post produzione che provoca questa sensazione allo spettatore.
Se “Woodstock” raccontava il sogno e l’utopia degli anni sessanta, “Gimme Shelter” ne racconta l’incubo. Il film si chiude con Mick Jagger e soci che guardano il momento dell’assassinio a rallentatore: i maledetti Rock Star si confrontano con le conseguenze delle proprie azioni. Gli “Stones” appaiono come dei cattivi maestri ed è un ruolo che sapranno sfruttare benissimo negli anni successivi.
Titolo: Gimme Shelter
Anno: 1970
Registi: Albert Maysles, David Maysles, Charlotte Zwerin
Cast: Mick Jagger, Keith Richards, Charlie Watts, Bill Wyman, Mick Taylor, Jerry Garcia, Grace Slick
Archiviato in Bob Dylan, Cinema, Musica, Recensioni | Commenti (0)
Tags: Bob Dylan
Jerry Garcia / David Grisman

Jerry Garcia , in qualità di leader indiscusso dei Grateful Dead, era uno dei massimi esponenti del Rock psichedelico. Lui è famoso soprattutto per i suoi “viaggi” acidi con la chitarra elettrica in mano. Meno noto è invece la sua profonda conoscenza della musica popolare americana e la sua immensa passione per la musica tradizionale. Già nel 1970, in piena epoca Hippie di cui i Grateful Dead erano gli esponenti più rappresentativi, aveva guidato il gruppo a pubblicare un album folk-Rock che attingeva a piene mani dalla tradizione Bluegrass e Country. Quel disco era il celeberrimo “Workingman’s Dead”: un disco seminale tra i più importanti della storia del Rock e non solo. In suoi quasi trent’anni d’attività con i “Dead”, fino alla sua morte prematura avvenuta nel 1995, Garcia ebbe apparentemente poco tempo per dedicare alla musica tradizionale. In realtà spesso nelle pause delle tournee estenuanti dei Grateful Dead, Jerry Garcia trovava il tempo per partecipare alle sessioni informali con vari colleghi e soprattutto con il suo amico di vecchia data, il mandolinista, David Grisman. Le registrazioni di Garcia con Grisman, emerse soprattutto dopo la morte del primo, ci lasciano della musica straordinaria.
“Jerry Garcia/David Grisman”, datata 1991, è una splendida raccolta di nove canzoni acustiche interpretate in uno stile in bilico tra il Bluegrass e il country. La chitarra acustica di Garcia duetta con il magico mandolino di Grisman. Il disco si apre con una versione Bluegrass di “The thrill is gone” di B.B.King, il ritmo e l’atmosfera sono rilassanti e divertenti. Si prosegue con “Grateful Dawg” ed una versione acustica di “Friend of the devil” uno dei cavalli di battaglia dei Dead. L’altro gioiello è “Russian Lullaby” di Irving Berlin nella versione folk.
Il gran finale è “Arabia”: un brano avvolgente di ben 16 minuti che comincia con le atmosfere arabeggianti per finire in un giro spagnoleggiante che suona come la famosa “”Hasta siempre comandante (Che Guevara)”. Il lavoro di Garcia alla chitarra acustica è semplicemente stupefacente, come lo è del resto il mandolino di David Grisman. Questo è un disco consigliabile a tutti gli amanti della buona musica. Se non conoscete Jerry Garcia come musicista tradizionale, se pensate che il country è solo roba per i Cowboy o se non avete idea di quanto può essere profondo un disco folk provate ad ascoltare questo disco, sarete sorpresi.
Titolo: Jerry Garcia/David Grisman
Anno: 1991
Personnel:
Jerry Garcia: Chitarra, Voce
David Grisman: Mandolino
Joe Craven: Percussioni
James Kerwin: Basso
Jim Kerwin: Basso
Produttori: Jerry Garcia e David Grisman
Etichetta: Acoustic Disc
Archiviato in Dischi, Musica, Recensioni | Commenti (0)
The Hot Spot (Original Soundtrack) – Music by Jack Nitzsche

The Hot Spot (“Il posto caldo”) è un film del 1990 diretto da ex “Easy Rider” Dennis Hopper e con l’ex “Miami Vice” Don Johnson come protagonista. Si tratta di un thriller, un po’ erotico, che si svolge nel sud degli stati uniti e a dire il vero non è nulla di speciale. La colonna sonora, composta da Jack Nitzsche, invece è un eccellente lavoro che coinvolge personaggi del calibro di Miles Davis, John Lee Hooker e Taj Mahal. Il film è ambientato sotto la linea Mason- Dixon perciò l’influenza principale per la musica è il Blues di delta che è eseguito, con immensa classe, dai maestri del genere John Lee Hooker e Taj Mahal. Il tocco magico di Miles Davis alla tromba impreziosisce ulteriormente le atmosfere. Il risultato è un interessante cross-over tra il Jazz e il Blues. Il Miles Davis elettrificato ha molte affinità con John Lee Hooker ed è sorprendente che non ci sia stata una collaborazione tra i due grandi musicisti prima di questa occasione. Qui finalmente possiamo sentire i due grandi insieme e risultato è semplicemente superlativo. L’altro musicista coinvolto è Roy Rogers, alla chitarra slide, che fornisce una prova maiuscola. La temperatura del disco è sempre elevata. “The Hot Spot” è un film troppo esile ed insignificante per meritarsi musica di questa levatura: meglio dimenticarsi del film e concentrarsi sulla sua musica che è d’assoluto pregio.
Titolo: The Hot Spot (Original Soundtrack)
Anno: 1990
Personnel:
Miles Davis: Tromba
Earl Palmer: Batteria
Bradford Ellis: Tastiere
John Lee Hooker: Chitarra, Voce
Taj Mahal: Chitarra, Voce
Tim Drummond: Basso
Roy Rogers: Chitarra Slide
Produttore esecutivo: Dennis Hopper
Etichetta: Island
Archiviato in Cinema, Dischi, Musica, Recensioni | Commenti (0)
Live at Massey Hall 1971 – Neil Young

Il grande Neil Young finalmente ha aperto le sue casseforti e sta pubblicando, uno per volta, dei dischi che ci offrono una nuova prospettiva sulla sua carriera. Il primo disco era una meravigliosa cavalcata elettrica, insieme ai fidi Crazy Horse nella loro migliore line up, e risaliva al 1970. Ora tocca ad uno straordinario concerto acustico, del 1971, nella natia Toronto. Neil Young in quel momento era reduce dei grandi successi in compagna dei “Crosby, Stills and Nash” e il suo disco da solista “After the Gold Rush”. Il concerto di “Messey Hall”, oltre ad essere un’esecuzione d’alta classe, è particolarmente interessante perché documenta Neil Young mentre propone per la prima volta in assoluto alcuni brani che l’anno successivo finiranno sul disco capolavoro “Harvest”, altri pezzi che saranno pubblicati qualche anno dopo e due canzoni che addirittura non saranno mai pubblicati (“Dance Dance Dance” e “Bad Fog of Loneliness”). Il concerto è coinvolgente oltre ogni attesa. Neil spesso fornisce un’introduzione parlata alle canzoni che ci fa capire la storia dietro ogni brano. Non ci sono momenti di debolezza o cadute di tono. Sentire le versioni ancora acerbe delle canzoni epocali come “Heart of Gold”, “The needle and the damage done” o “See the sky about the rain” danno brividi. Questo disco è uno scrigno pieno di meraviglie, non un prodotto destinato ai soli nostalgici.
Titolo: Live at Massey Hall 1971
Artista: Neil Young
Anno: 2007
Personnel: Neil Young: Voce, Chitarra, Piano
Produttori: Neil Young, David Briggs
Etichetta: Reprise /WEA
URL: http://www.neilyoung.com/
Archiviato in Dischi, Musica, Recensioni | Commenti (1)
Tags: Neil Young
Van Morrison at the Movies

Il connubio tra il cinema Hollywoodiano e la musica popolare è molto spesso una mera questione di marketing. Una canzone, piazzata strategicamente, all’interno di un film può lanciare nuovi artisti o dare linfa alle carriere morenti. Gli artisti scelti per le effettive capacità artistiche si contano sulle dita di una mano. Uno di questi artisti è indubbiamente Van Morrison. Grazie ad un immenso repertorio che verosimilmente elabora quasi tutte le sfumature dell’anima umana, il “Cowboy di Belfast” ha contribuito ad un incredibile numero di pellicole.
Recentemente è stata pubblicata una compilation che raccoglie molte delle canzoni di Van Morrison utilizzate nei film. È interessante notare che nessuna delle canzoni di Van Morrison, usate nei film, è stata appositamente composta per l’occasione. Scorrendo i titoli ho scoperto che possiedo quasi tutte le canzoni della compilation – sono un fan sfegatato di Van Morrison se non si era capito – così ho creato una play list con le canzoni del disco e l’ho ascoltato tutta d’un fiato.
Il risultato è un ottimo disco: raccomandatissimo a chi non possiede i brani originali o conosce poco Van Morrison. Ho notato che ricordo nitidamente molte delle scene associate a queste canzoni. Un modo differente, e divertente, di ascoltare delle canzoni amate e conosciute.
Questa è la lista dei brani e le pellicole dove sono stati utilizzati.
1. Gloria” ( con i Them) (da “The Outsiders”)
2. “Baby, Please Don’t Go” (con i Them) (da”Cuore Selvaggio”)
3. “Jackie Wilson Said” (da “Il Papa di Greenwich Village”)
4. “Domino (Live) (da “Fuori dal tunnel”)
5. “Moondance (Live) (da “Un Lupo Mannaro Americano A Londra”)
6. “Queen of the Slipstream” (da “Extreme Close-Up”)
7. “Wild Night” (da” Thelma & Louise”)
8. “Caravan” (Live with The Band – “L’ultimo Valzer”)
9. “Wonderful Remark” (da “Re per una notte”)
10. “Brown Eyed Girl” (da “Nato il 4 di luglio”)
11. “Days Like This” (da “Qualcosa è cambiata”)
12. “Into the Mystic” (Live) (da “Patch Adams”)
13. “Hungry for Your Love” (da “Ufficiale e Gentiluomo”)
14. “Someone Like You” (da “French Kiss” ma anche “Il Diario di Bridget Jones”)
15. “Bright Side of the Road” (da “ Febbre a ‘90”)
16. “Have I Told You Lately” (da “ Un giorno per caso”)
17. “Real, Real Gone” (da” Donovan Quick” Film TV)
18. “Irish Heartbeat” (with the Chieftains) (da “Amori e Imbrogli”)
19. “Comfortably Numb” (Live con Roger Waters – from The Wall Concert in Berlin) (da “The Departed”)
Titolo: At The Movies – Soundtrack Hits
Artista: Van Morrison
Anno: 2007
Etichetta: Emi
URL: http://www.vanmorrison.co.uk/
Archiviato in Cinema, Dischi, Musica, Recensioni | Commenti (0)
Tags: Van Morrison







