Recensioni


Willy DeVille a Trento

Dom , 12 Novembre , 2006

Ogni tanto, grazie a dio, qualche grande musicista si perde per la strada e finisce a fare un concerto nella nostra ridente città di Trento.

Questa sera tocca a Willy DeVille, che dopo aver vinto il premio Tenco due giorni fa a San Remo, si esibisce qui in trio con il bassista David Keys ed il pianista Darin Brown. Per chi non lo conosce dico soltanto che Willy DeVille è un carismatico musicista newyorchese d’origini portoricane, che frequenta il mondo del Rock da più di trent’anni senza avere mai raggiunto il grande successo ed è amato soprattutto in Europa. La sua canzone più famosa in Italia è indubbiamente “Demasiado Corazon” che fa da sigla per il fortunato programma televisivo Zelig.

L’appuntamento è per le ore 21 all’auditorium S.Chiara che è stata recentemente ristrutturata ed ora oltre ad offrire un’eccellente acustica emana anche un gradevole profumo di legno. Il concerto invece parte alle 21.30 con “Perry Mason theme” , eseguito da Keys e Brown da soli, come se Willy DeVille avesse mandato avanti il famoso avvocato televisivo a prendere le sue difese contro eventuali fan inferociti. Una precauzione eccessiva: il pubblico che riempie l’auditorium è felice di vederlo e per ora non ha intenzione di ricorrere ai mezzi legali. Così appare Willy DeVille che è già da solo uno spettacolo: alto, magro, capelli lunghissimi, baffetti curati, un attillato vestito nero da pirata dei Caraibi e si regge a malapena sulle gambe. Si scusa in maniera abbastanza comica con il pubblico e si accomoda su un altissimo sgabello posto tra il pianoforte e il contrabbasso, imbraccia una chitarra acustica ed inizia il suo concerto con un blues di delta che sa di cattivo Bourbon e di fumo. Willy si dichiara più volte stanco, si accende una sigaretta dopo l’altra e ad un certo punto chiede di avere una lattina di “Red Bull” per se e per i suoi compari musicisti. Nonostante tutti questi siparietti, che danno un tono piuttosto bislacco a tutta la situazione, il concerto rimane cosa seria e ben fatta. Nell’ora e mezza che segue Willy DeVille mette in fila una fantastica serie di canzoni, in gran parte delle cover, eseguite tutte con l’anima e classe infinita: il Blues strappacuore con “It’s too late she’s gone”(di Chuck Willis), il Soul con “Spanish Harlem” ( di Leiber e Spector) e “Save The Last Dance For Me” (di doc pomus), i suoni caraibici con la spendida “Carmelita” (di Warren Zevon), il folk con “That Is The Way To Make A Broken Heart” (di John Hiatt), il Rock & Roll con “ Shake, Rattle & Roll ” (di Jesse Stone), omaggio a Elvis con una versione quasi psichedelica di “Heartbreak Hotel” e un saluto agli amici rovinati per la droga con “Junkers Blues” (di Champion Jack Dupree). Sono davvero poche invece le canzoni che provengono dal suo repertorio: la conclusiva “Mixed Up Shook Up Girl” e “Bad Boy”.

Un gran bel concerto.

Last Man Standing

Lun , 6 Novembre , 2006

Lui non è il “Re” né il “Boss”.

Lui è il “ Killer”.

Lui è Jerry Lee Lewis, uno dei padri fondatori del rock, verosimilmente quello più ribelle, quello che ha applicato il “Rock & Roll” alla vita reale attraverso matrimoni scandalosi, divorzi devastanti, problemi con quasi tutte le leggi (penale, civile e tributaria), lutti dolorosi, successi folgoranti e fallimenti catastrofici. Oggi a settantun anni sonati è il nonno del Rock e si dice che sia diventato molto più tranquillo anche nella vita di tutti i giorni. Quando si mette al pianoforte, però, perde una cinquantina d’anni di colpo e scatena un’energia esplosiva che pochi giovani d’oggi sarebbero in grado d’eguagliare. L’ultimo disco di Jerry Lee Lewis s’intitola “Last man Standing” ed è un vero e proprio compendio della musica popolare americana degli ultimi cinquant’anni. Il disco è composto di ventuno brani in gran parte delle cover di Rock, Blues e Country. Ad accompagnare “The Killer” in questo lavoro ci sono degli artisti di prima grandezza che con la loro partecipazione glorificano il maestro, leggere i loro nomi in fila fa davvero paura: Jimmy Page, B.B King, Bruce Springsteen, Neil Young, Robbie Robertson, Mick Jagger, Ronnie Wood, John Fogerty, Keith Richards, Ringo Starr, Little Richard, Don Henley, Kris Kristofferson, Eric Clapton.

Il risultato è un disco variegato e divertente che alterna i momenti sublimi a qualche brutta caduta, come la vita di Jerry Lee appunto. Il disco si apre alla grande con una dichiarazione programmatica: “Rock & Roll” dei Led Zeppelin, con Jimmy Page in persona alla chitarra. Il pianoforte selvaggio di Jerry Lee dialoga con la chitarra di Jimmy Page sulle note della storica canzone degli Zeppelin. Due minuti tirati d’energia pura. “Pink Cadillac “(di e con Bruce Springsteen) è sporco e rudimentale, quasi garage, e sembra essere scritto apposta per Jerry Lee Lewis. Il Boss e il Killer offrono un’interpretazione degna della loro fama. Gli Stones si presentano in tre e suonano in due brani differenti, da una parte Mick Jagger e Ronnie Wood, in “Evening Gown”, un brano country firmato da Mick Jagger stesso, e dall’altra Keith Richards da solo in “ That Kind of fool”. Entrambe le canzoni sono molto belle e ben eseguite e ricordano gli storici brani country degli Stones. Neil Young appare in “You don’t have to go”, un classico Blues di Jimmy Reed nella versione stralunata. Il pianoforte detta i tempi e Neil ci mette pure un po’ di chitarra distorta, come sa fare lui, che non guasta. John Fogerty si esibisce in “Travellin’ Band”. È veramente difficile sentire il grande John Fogerty suonare in disco di qualcun altro, lui non è un musicista “prezzemolo” (come quelli che suonano con Zucchero per intenderci), se è qui vuol dire che ha grandissima stima per il padrone di casa e basta. Robbie Robertson e il suo “Twilight” sono una presenza d’alta classe. Ringo Starr canta e suona la batteria in “Sweet Little Sixteen” mentre i Beatles vengono omaggiati con “I saw her Standing there “ che è un fantastico duetto tra Jerry Lee e Little Richard. I due maestri del pianoforte rock al confronto. Eric Clapton è un gran chitarrista e il suo contributo è d’altissima classe, anche se lui è uno di quei musicisti “prezzemolo” che suonano con cani e porci ( Zucchero per fare un nome a caso…). L’unica presenza veramente superflua e spiacevole è quella di Toby Keith: un burino sudista testa di (metteteci la parolaccia che più vi garba) nonché sostenitore di Geroge W. Bush.

In conclusione “Last Man Standing” è un gran bel disco, una delle uscite più importanti dell’anno. Nonostante l’esercito dei musicisti fuori classe che vi partecipa è un disco di Jerry Lee Lewis a tutti gli effetti.

Se esistesse una scuola del Rock, questo disco sarebbe uno dei testi obbligatori su cui studiare.

Titolo: Last man standing
Artista: Jerry Lee Lewis
Anno: 2006
Musicisti: Jerry Lee Lewis(Pianoforte, Voce e Organo), Bruce Springsteen (Voce), Jimmy Page (Chitarra), Neil Young (Chitarra e voce), Mick Jagger (voce), Keith Richards (voce), Ronnie Wood (pedal steel guitar, )Ringo Starr (Voce e batteria), Eric Clapton (Chitarra), B. B. King (Chitarra), Robbie Robertson (Chitarra), Little Richard (Voce), Merle Haggard (Voce e Chitarra), John Fogerty (Voce), Buddy Guy (Voce e Chitarra), Kid Rock (Voce), Rod Stewart (Voce), Kris Kristoferson (Voce), Toby Keith (Shit!), Don Henley (voce), Willie Nelson (voce e chitarra), Jim Keltner (Batteria e Percussioni), Delaney Bramlett(Voce), Harold Hutchinson (Basso), Dave Woodruff (Sax) .
Produttore: Jimmy Rip
Etichetta:Artist First

Domino

Mer , 1 Novembre , 2006

Volevo fare questa piccola recensione senza ricorrere ai turpiloqui, ma l’impresa è ardua, perciò mi prendo una piccola licenza:

“Domino” è un film che fa letteralmente cagare.

Ho visto raramente un film così brutto. Il personaggio principale del film. tale “Domino Harvey” - che ha la faccia e soprattutto il meraviglioso corpo dell’attrice inglese Keira Knightley - è realmente esistito: era la figlia dell’attore britannico Laurence Harvey diventata cacciatrice di taglie negli USA e morta per overdose poco prima che uscisse questo film. La pellicola è girata come un lungo videoclip, senza capo né coda, con molto lavoro di post-produzione. La sceneggiatura fa acqua da tutte le parti ed è inutilmente complicata. “Domino” è un insignificante prodotto pattinato che serve solo a sprecare due ore di vita.
Da evitare.

Titolo Originale:Domino
Anno: 2005
Regia: Tony Scott
Soggetto e sceneggiatura :Richard Kelly
Produzione: USA/Francia
Interpreti: Keira Knightley, Mickey Rourke, Edgar Ramirez, Lucy Liu
Durata:127 min.
Link: http://www.dominomovie.com/

INDIAN - La grande sfida

Dom , 15 Ottobre , 2006

Che cosa fanno gli esseri umani quando raggiungono l’autunno della loro esistenza?

Tirano i remi in barca e si lasciano morire? Scoprono delle cose che da giovani non avevano tempo di scoprire? O cos’altro?

Mentre l’aspettativa di vita cresce e la parte più ricca del mondo diventa ogni giorno più anziana anche il cinema riscopre il fascino della senilità. Diversi registi in questi ultimi anni hanno lavorato sul tema di vecchiaia: David Lynch con “Una storia vera”, Alexander Payne con “A proposito di Schmidt” ed ora Roger Donaldson con “Indian - La Grande Sfida”. Quest’ultimo è la vera storia di “Burt Munro”, uno stravagante pensionato Neozelandese, che passa tutto il suo tempo a lavorare sulla propria motocicletta, un “Indian” del 1920, con la quale vuole battere il record mondiale di velocità. Siamo negli anni 60 e Burt per poter partecipare ai cronometraggi ufficiali, che si tengono su un lago salato a Bonneville nello stato di Utah, è costretto ad andare negli USA. Così Burt, che non è un uomo ricco, racimola tutti i soldi che riesce a trovare e si avvia verso l’America. L’incontro tra l’anziano Kiwi e la cultura yankee è un vero spasso. Il personaggio di Munro è già molto particolare per se e grazie ad un grande Anthony Hopkins, che dopo un periodo d’oblio torna a recitare ad alto livello, è rappresentato magistralmente sullo schermo. “Burt Munro “ ci fa capire che si può essere giovani dentro anche quando si è anziani fuori, che anche la gente con i capelli argentati può avere una vita sessuale e che forse la vecchiaia non è poi così brutta. Il film è piacevole, forse è un po’ troppo lungo, ma funziona.

Titolo Originale:The World’s Fastest Indian
Anno: 2005
Regia: Roger Donaldson
Soggetto e sceneggiatura :Roger Donaldson
Produzione: Nuova Zelanda/USA
Interpreti: Anthony Hopkins, Iain Rea, Tessa Mitchell
Durata:127 min.
Link: http://www.imdb.com/title/tt0412080/

Dave - presidente per un giorno

Mer , 4 Ottobre , 2006

Ci sono dei film che sono piccoli, quasi insignificanti, che non vincono premi, che non vanno forte al botteghino, che non esaltano i critici e che dopo un po’ sono buoni solo per essere trasmessi in TV negli orari dove la pubblicità costa meno per gli inserzionisti. Ma tutto questo non significa che sono dei brutti film, anzi. “Dave – presidente per un giorno” è uno di questi film, che Canale 5 ha trasmesso la scorsa Domenica mattina in concorrenza con la santa messa. “Dave”, non è certo un capolavoro ma tanto per cominciare ha degli attori che molti altri film se la sognano: Kevin Kline e Sigourney Weaver su tutti. Il film è una storiella fantapolitica dove un ipotetico presidente degli Stati Uniti ognitanto, per coprire le proprie scappatelle con le segretarie compiacenti , assume dei sosia che lo sostituiscono. Ora succede che il presidente durante una di queste scappatelle è vittima di un ictus celebrale che lo manda diritto in coma. Così Dave (Kevin Kline) l’ultimo sosia del presidente, per evitare lo scandalo, è costretto a fingersi presidente più del previsto. Grazie all’incredibile somiglianza di Dave con il presidente, l’unica persona ad accorgersi dello scambio di persona è la first lady interpretata da una splendida Sigourney Weaver. Questo film parla di un America lontana anni luce da quella che vediamo oggi, anche se è stato realizzato solo tredici anni fa: l’undici Settembre era ancora un giorno qualsiasi sul calendario e per avere dei complotti degni di nota bisognava tornare ai tempi dell’assassinio del presidente Kennedy. A questo proposito il regista Oliver Stone, noto sostenitore dei complotti, fa un memorabile cameo in questo film dove afferma che il presidente è in realtà un sosia e naturalmente non viene creduto. Prossima volta che manderanno in onda questo film date un’occhiata, è molto meglio di quello che può sembrare.

Titolo Originale:Dave
Anno: 1993
Regia: Ivan Reitman
Soggetto e sceneggiatura :Gary Ross
Produzione: USA
Interpreti: Kevin Kline, Sigourney Weaver, Ben Kingsley
Durata:110 min.
Link: http://www.imdb.com/title/tt0106673/

Prénom Carmen

Mar , 3 Ottobre , 2006

I miei anni Ottanta sono stati anni terribili. Mi sono successe delle cose che non auguro al mio peggior nemico, perciò quando finalmente siamo arrivati al capodanno tra 1989 e 1990 avevo la sensazione che le cose potessero cambiare in meglio: numeri nuovi e vita nuova (povero illuso…). Ad ogni modo per festeggiare la fine del decennio maledetto, insieme ad un gruppo di amici, per lo più universitari di belle speranze, ci siamo recati in una malga di montagna dove oltre al freddo terribile e tutte le cose scomode di contorno c’era anche un minuscolo televisore bianco nero, di colore arancione, e vino a quantità. I miei amici universitari, dotti ed intellettuali, hanno subito cominciato a ricordarci che quella notte sarebbe andato in onda un imperdibile film di Jean Luc – Godard su Rai Tre, grazie al solito Enrico Ghezzi, nelle prime ore della notte. Il film in questione era “Prénom Carmen”. I miei amici , di cui non mi ricordo più nemmeno il nome, erano tutti svenuti dopo la colossale bevuta di capodanno. Ad un certo punto ero l’unico ancora sveglio ed abbastanza in grado di ragionare. Perciò verso le due di notte ho acceso la TV per vedere questo grande capolavoro. Beh, la bellezza giovanile di Marushcka Detmers a parte, si trattava di una “Boiata Pazzesca”. Un film confuso, sperimentale ed incomprensibile. A dire il vero ho attribuito questo giudizio alla quantità del vino che avevo ingerito e non ho detto una parola a nessuno. Anni dopo, perfettamente sobrio, ho noleggiato “Prénom Carmen”, solo per capire se mi era sfuggito qualcosa o il film era effettivamente una boiata. Si trattava davvero di un film brutto ad uso e consumo degli intellettuali da quattro soldi. Anche allora sono stato zitto perché non volevo fare la figura d’ignorante, ora con la mia barba che sta diventando ogni giorno più bianca non mi frega più niente e lo scrivo pubblicamente: “Prénom Carmen” secondo me è un brutto film. Se volete guardatelo, non è affare mio, ma sappiate che i critici non hanno sempre ragione.

Titolo Originale:Prénom Carmen
Anno: 1983
Regia: Jean-Luc Godard
Soggetto e sceneggiatura :Anne-Marie Miéville
Produzione: Francia
Interpreti: Maruschka Detmers, Jacques Bonnaffé
Durata: 82 minuti
Link: http://www.imdb.com/title/tt0086153/

If I could only remember my name

Lun , 25 Settembre , 2006

Oggi David Crosby è un signore obeso che ha già rischiato di morire più volte per cirrosi epatica e le altre malattie legate all’abuso della droga ed alcol. Ogni giorno è costretto ad assumere un numero indefinito di medicinali giusto per stare in piedi. Tanto tempo fa David Crosby era il simbolo della gioventù alternativa. Veniva dalle esperienze artistiche importanti con i Byrds e CSN&Y. Per il suo debutto da solista decise di dare voce a quelli che come lui sognavano l’amore libero e un mondo migliore con la fantasia al potere. Tutte idee ormai perdute e dimenticate. Questo album è il canto di cigno di una generazione che almeno per un po’ ha creduto di poter cambiare il mondo. Un capolavoro. L’album è costruito per essere ascoltato tutto d’un fiato, non ci sono bruschi cambiamenti d’atmosfera. Tutto il disco sembra una lunga canzone ipnotica. La comunità hippy di San Francisco è ben rappresentato: insieme al David Crosby suonano gente come Neil Young, Jerry Garcia, Joni Mitchell e Grace Slick.

Disco d’inarrivabile bellezza, “If I could only remember my name ” è una splendida testimonianza dei bei tempi andati. Le armonie vocali sono bellissime e non c’è un momento di debolezza. Dedicato a tutti i poveri illusi, di tutte le età, che vivono in giro per il mondo. Questo lo aggiungo io: un mondo diverso NON è possibile, dobbiamo tenerci questo qui.

Sorry David!

Titolo: If I could only remember my name
Artista: David Crosby
Anno: 1971
Musicisti: David Crosby(Chitarra e voce), Jerry Garcia (Chitarra), Phil Lesh (basso), Joni Mitchell (Voce), Graham Nash(Voce), Grace Slick(Basso, Voce), Neil Young (Chitarra e voce)
Produttore: David Crosby
Etichetta:Atlantic

Pet Sounds

Mer , 20 Settembre , 2006

Brian Wilson aveva solamente 23 anni quando cominciò a lavorare sul progetto di Pet Sounds. Nonostante la sua giovane età aveva già visto e capito abbast anza del mondo dello spettacolo nei precedenti quattro anni della sua attività con i Beach Boys. L’immagine felice ed spensierato dei Beach Boys, non corrispondeva a lui: Brian un ragazzo da spiaggia non lo era mai stato. Nel 1966 aveva già avuto sedici singoli nei primi quaranta posti di hit parade e aveva venduto vagonate di dischi. Poi una sera, durante uno degli innumerevoli concerti che i Beach Boys tenevano in quei tempi, era svenuto sul palco ed era stato esonerato di seguire il suo gruppo in tour. Finalmente solo e convalescente, senza il resto della band tra i piedi e con la sola collaborazione del fido amico Tony Asher, Brian poteva dedicarsi all’introspezione ed alla melanconia. Brian Wilson ci lavorò per sei mesi, utilizzò cinque studi di registrazione, il clavicembalo, effetti elettronici, un bel po’ di droga e incise da solo tutte le parti strumentali. Quando il resto del gruppo tornò a casa si trovarono di fronte ad un disco in pratica già pronto a cui mancavano solamente le parti cantate. La cosa suscitò qualche malumore poi il resto del gruppo accettò di aderire al progetto di Brian. Il fatto che l’album fosse concepito sotto l’effetto delle sostanze stupefacenti, era talmente evidente che la casa discografica Capitol, all’epoca, si oppose alla sua pubblicazione. Quando, dopo molte discussioni tra Brian Wilson e la Capitol, il disco fu pubblicato anche molti affezionati fan del gruppo si indignarono e l’album ebbe vendite modeste: è l’unico della discografia dei Beach Boys a non raggiungere il milione di copie vendute. Nonostante le iniziali critiche negative Pet Sounds è un album che sfiora la perfezione. Non si può chiamarlo ancora un “concept album” ma non è nemmeno una semplice raccolta dei successi. A distanza di quarant’anni dalla sua pubblicazione è ancora uno dei dischi più belli ed innovativi della storia. Le atmosfere rarefate e la delicatezza del suono non hanno risentito minimamente il passaggio del tempo. Molti artisti sono stati influenzati da questo disco: i Beatles di Revolver e Sgt. Peppers tra i primi, per non parlare dei R.E.M. che citano questo disco ad ogni occasione. Brian Wilson dopo questo disco ebbe molti problemi di salute e sparì da circolazione. Questo disco va ascoltato e riascoltato, ascoltato e riascoltato, ascoltato e riascoltato, ascoltato e riascoltato ….

Titolo: Pet Sounds
Artista: The Beach Boys
Anno: 1966
Musicisti: Brian Wilson ( Voce e tutti gli altri strumenti), Carl Wilson(Voce), Mike Love (Voce), Bruce Johnston(Voce), Al Jardine (Voce)
Produttore: Brian Wilson
Etichetta:Capitol

Il dittatore dello stato libero di Bananas

Dom , 10 Settembre , 2006

Vivendo in una potenziale repubblica delle banane come l’Italia che ha la sola fortuna di trovarsi nell’Europa, dove almeno certe cose indecenti vengono frenate dagli alri paesi, trovo il tema del secondo film di Woody Allen da regista di un certo interesse. Bananas (in Italia si chiama “Il dittatore dello stato libero di Bananas”) è un film comico ed involontariamente politico. Si tratta di una parodia del Cuba di Fidel Castro che serve a prendere in giro anche certe idee rivoluzionarie tanto in voga nei primi anni settanta. Il film è zeppo di gag sparati a raffica anche se non sempre memorabili a dire la verità. Lo stesso Allen ha ammesso che la sua ispirazione per questa opera erano i fratelli Marx, perciò il film risulta volutamente caotico. Il budget è basso e la location esotica è Porto Rico che grazie alla relativa vicinanza a New York offriva anche vantaggi logistici. Woody interpreta un nevrotico Newyorchese di nome “Fielding” che di mestiere fa il collaudatore degli apparecchi assurdi. Fielding oltre ad essere un uomo solitario, che passa le sue serate a leggere riviste porno,è anche un codardo. Una sera incontra una ragazza che lo invita a firmare una petizione e se ne innamora. Per poter sedurre la ragazza, Fielding segue la ragazza nelle manifestazioni politiche senza motivi ideologici. Ma la storia d’amore non funziona, la ragazza lo biasima d’essere troppo debole mentre lei vorrebbe stare con un leader, un vero rivoluzionario. Fielding, distrutto e deluso lascia tutto e parte per l’immaginario isola di San Marcos – che è una parodia di Cuba – dove viene catturato dai ribelli che combattono il governo dell’isola e dopo varie vicende comiche diventa addirittura il capo dei rivoltosi (un po’ Castro e un po’ Che Guevara). Quando riesce finalmente a fuggire ed a tornare negli USA viene arrestato dalla FBI e processato per avere tradito gli USA sia dall’interno che dall’esterno. Dopo un processo surreale viene liberato e riesce finalmente a sposare la sua amata. Il film come dicevo è pieno di richiami alla commedia classica ed è essenzialmente un film comico ma, politicamente parlando, non risparmia delle frecciate verso la CIA e certi comportamenti della politica estera degli stati uniti. Non è il miglior film di Woody Allen ma, come tutti i film del suo primo periodo, è divertente e fa molto ridere. Tra le curiosità da segnalare c’è una brevissima apparizione di Sylvester Stallone nel ruolo di un teppista.

Titolo Originale: Bananas
Anno: 1969
Regia: Woody Allen
Soggetto e sceneggiatura : Woody Allen e Mickey Rose
Produzione: USA
Interpreti: Woody Allen, Louise Lasser, Carlos Montalban, Natividad Abascal
Durata: 82 minuti
Link: http://www.imdb.com/title/tt0066808/

Prendi i soldi e scappa

Dom , 3 Settembre , 2006

Prendi i soldi e scappa” è l’opera prima di Woody Allen ed è un esempio di creatività e genialità non solo cinematografica. Il film è realizzato con un budget modesto, una troupe ridotta ed in poche settimane. Grazie ad uno studio mobile, molto innovativo per quei tempi, Allen riesce a risparmiare sia sui costi sia sui tempi di lavorazione. La tecnica di ripresa è del tipo televisiva: macchina da presa sulle spalle, ritmi veloci e via. Allen si dimostra una specie di vignettista, le situazioni sono tratteggiate con mirabolante semplicità. Il film è un finto documentario sulla vita di un immaginario delinquente maldestro di nome Virgili Starkwell (interpretato dallo stesso Allen). La città di ambientazione è San Francisco, anche se Woody avrebbe preferito la sua New York purtroppo eccessivamente costosa. Il film è pieno di gag, finti filmati d’epoca e battute al vetriolo. Il giovane Allen mischia generi televisivi (inchiesta televisiva e quiz) e cinematografici (film polizieschi, film noir e la commedia tradizionale) per creare un cocktail che critica il sistema Americano: il famoso “The American way of life” che oltre agli uomini del successo crea anche mostri sfigati. “Prendi soldi e scappa”, pur essendo una finzione è in qualche modo autobiografico. Per esempio la data di nascita del personaggio Virgil è la stessa di Woody Allen - il primo di dicembre 1935 - e il nome della moglie dell’immaginario bandito, Louise, è lo stesso della compagna di Woody all’epoca. Questo è un piccolo, grande film. Il Woody Allen intellettuale non è ancora maturo ma è già presente. C’è molto da ridere anche senza sforzare il cervello. Poi se proprio, per forza, si vuole fare gli intellettuali c’è una rappresentazione dell’America sotto Nixon che non ha uguali. La storia di Allen come regista parte da qui.

Titolo Originale: Take the money and run
Anno: 1969
Regia: Woody Allen
Soggetto e sceneggiatura : Woody Allen e Mickey Rose
Produzione: USA
Interpreti: Woody Allen, Janet Margolin, Marcel Hillaire, Jaquelyn Hyde,
Lonny Chapman
Durata: 85 minuti
Link: http://www.imdb.com/title/tt0065063/