Archivio » Recensioni

19 ago 2010

Chamber Music Society – Esperanza Spalding

Un paio d’anni fa si parlava molto di Esperanza Spalding come uno dei migliori talenti musicali della sua generazione. In quel periodo lessi molte recensioni entusiastiche sul conto di questa giovanissima musicista ma per motivi che ora non ricordo non riuscii ad ascoltare nessuno dei suoi lavori. La pubblicazione del suo nuovo disco mi ha dato la possibilità di colmare finalmente questa mia lacuna.

“Chamber Music Society” è un lavoro brillante che fonde sapientemente il jazz con la musica da camera. Per certi versi assomiglia a“Scratch My Back” di Peter Gabriel, dove l’ex leader dei Genesis faceva un’operazione simile mischiando il Rock con la musica cameristica. Esperanza nonostante la giovane età (ha solo 26 anni) è una contrabbassista affermata e qui dimostra essere anche una brava cantante e raffinata compositrice. La musica è costruita su più strati con un tappeto sonoro creato da un trio d’archi che funge da sfondo per gli assoli degli altri strumenti. Gli arrangiamenti portano la firma di Gil Goldstein e lasciano ampio spazio all’improvvisazione dei solisti. Esperanza suona il contrabbasso e canta in modo sublime. Lei ha radici latine e ama la musica brasiliana. In “Chamber Music Society” c’è una spruzzata di musica brasiliana che si avverte sempre e che talvolta diventa più marcata fino a diventare il tema portante in alcuni brani. Alla batteria c’è Terri Lyne Carrington, che insieme alla stessa Esperanza al contrabbasso, dà vita ad una sezione ritmica tutta femminile e ciò è abbastanza inusuale. Un po’ di femminismo non fa male neanche nel jazz.

Esperanza Spalding è un talento eccezionale. Per avere un’idea delle sue capacità basta sapere che lei da sei anni, vale a dire da quando di anni ne aveva venti, insegna il contrabbasso a Berklee College Of Music di Boston. Ovvero insegna la musica in un’istituzione che tra i suoi allievi vanta molti tra i più grandi musicisti degli ultimi decenni. Niente male per una bambina nata in povertà. Lei è un fenomeno sul serio.

Titolo: Chamber Music Society
Artista: Esperanza Spalding
Anno: 2010
Produttore: Esperanza Spalding, Gil Goldstein
Etichetta: Heads Up International

[http://www.esperanzaspalding.com/]

6 apr 2010

San Patricio – The Chieftains featuring Ry Cooder

“San Patricio” è un disco serio e rigoroso, quasi un documentario in musica che racconta la tragica storia del “battaglione di San Patrizio“, un’unità dell’esercito messicano ai tempi della guerra tra il Messico e gli Stati Uniti (1846 – 1848), formato interamente dai disertori Irlandesi dell’esercito americano. La saga del “Batallòn San Patricio”, come li chiamano in spagnolo, è una controversa vicenda storica che per gli Irlandesi americani è stata da sempre motivo d’imbarazzo, anche se quegli stessi soldati sono glorificati come eroi in Messico. La ragione della loro diserzione consisteva probabilmente nelle radici cattoliche che accomunava gli irlandesi con i messicani; oppure perché quei soldati irlandesi, maltrattati dagli americani, poveri in canna, e mandati a combattere una guerra ingiusta, sentivano di condividere più cose con i poveri messicani piuttosto che con gli americani. Insomma, stiamo parlando di una di quelle spinose questioni storiche, mai del tutto risolte, che di solito tutti tendono a lasciar stare.

Paddy Moloney, il leader degli irlandesi Chieftains, invece ha deciso di affrontare questo argomento scomodo e di raccontarlo con le note. Per la consulenza musicale Moloney si è rivoltod a una conduttrice radiofonica argentina esperta della musica sudamericana, tal Guadalupe Jolicoeur, che l’ha indirizzato verso un fiume di canzoni tradizionali messicane risalenti all’epoca in cui si svolgevano i fatti. I brani da incidere sono stati scelti tra tutto il materiale indicato da Jolicoeur insieme a Ry Cooder. Dopo nuovi arrangiamenti, riscritture, e aggiunta delle canzoni nuove scritte appositamente per l’occasione, tutto il materiale prescelto è stato affidato a uno stuolo di musicisti messicani che hanno affiancato i Chieftains e Cooder nelle varie sedute di registrazione in giro per il mondo. Il risultato di questo lavoro immane è un disco molto ben confezionato, asciutto ed equilibrato. Un album unico in suo genere.

Le sonorità sono soprattutto messicane con delle sfumature celtiche: è qualcosa di affascinante e di mai sentita prima. La maggior parte del merito va a Ry Cooder, uno che sa esattamente come prendere una canzone centennale e farla diventare attuale. La musica è molto particolare, potrebbe anche non piacere subito, ma una volta che entra in circolo è difficile fermare il loop. Anche perché queste canzoni parlano delle cose toste come la guerra e la morte e affrontano argomenti seri come le discriminazioni e la coscienza che ogni persona deve avere di fronte ai fatti grandi del mondo e perciò meritano comunque rispetto e attenzione. Le parole sono in spagnolo e in inglese. Ci sono delle maestose scorribande orchestrali con violini, flauti e chitarre messicane che fanno venire pelle d’oca. “San Patricio” è un riuscito tentativo di rilettura di storia attraverso la musica. Ogni canzone, oltre a narrare un pezzo degli avvenimenti, offre una prospettiva diversa sulla vicenda e questo è molto interessante.

Il momento focale del disco è la splendida “The Sands of Mexico”, firmata e cantata da Cooder, che mette le puntine sulle i e offre una versione semplificata dei fatti e aiuta a capire il significato di tutta questa operazione anche ad ascoltatore più sprovveduto come il sottoscritto.

Titolo: San Patricio
Artista: The Chieftains featuring Ry Cooder
Anno: 2010
Produttori: Paddy Moloney e Ry Cooder
Etichetta: Decca

13 mar 2010

The Open Road – John Hiatt

John Hiatt è un artista di culto per chi ama la musica americana. Lui è tra i miei eroi personali da una ventina d’anni, da quando un amico mi fece una cassetta di “Bring The Family”, il suo splendido disco del 1987. Dopo quasi 35 anni di carriera di John Hiatt si ricordano tante cose e lui in tutto questo tempo ha saputo affrontare dal Rock al Blues, dal Country al Folk, molti generi musicali. I suoi dischi forse non sempre sono stati all’altezza delle attese, in ogni caso, almeno due album capolavoro portano la sua firma: il già citato “Bring The Family” e “Crossing Muddy Waters” del 2000. Il resto dei suoi lavori sono stati comunque dignitosi e spesso buoni e questo nuovo “The Open Road” prosegue con questa tradizione di qualità e non delude. Non si può certo parlare di un capolavoro qui, ma di un bel disco sì.

“The Open Road” comincia con la canzone omonima che è un bel pezzo rock da viaggio con dei bei assoli di chitarra e un testo che usa la strada come metafora di vita. È un inizio molto gradevole. La strumentazione è essenziale, chitarra basso e batteria. Mentre la musica attraversa senza fronzoli i generi diversi, dal Blues al Country, le parole dipingono dei piccoli ritratti delle persone ordinarie. C’è chi ha grandi sogni (“Haulin’”), chi grandi rimpianti (“What Kind of Man”) e chi insegue disperatamente l’amore (“Wonder of Love”). C’è molta amarezza per le occasioni perdute ma c’è anche tanta speranza per il futuro. Hiatt è un abile paroliere e riesce sempre a mettere insieme dei bei testi quasi cinematografici.

“Movin’ on” è un altro bel brano con delle note appiccicose, la chitarra slide in bella evidenza e un andamento affascinante. Sicuramente è uno dei momenti migliori di questa raccolta.

L’album si chiude con la bellissima “Carry You Back Home”, una canzone dolce, serena e piena di speranza. Hiatt, dichiara di aver avuto l’ispirazione per queste canzoni guardandosi indietro nello specchio retrovisore dell’auto. Un uomo come lui può guardare la sua vita indietro con serenità. Davanti comunque ha ancora una strada aperta da percorrere.

Titolo: The Open Road
Artista: John Hiatt
Anno: 2010
Produttore: John Hiatt
Etichetta: New West

[http://www.johnhiatt.com/]

21 feb 2010

IRM – Charlotte Gainsbourg

Charlotte Gainsbourg è figlia del poeta e cantante francese Serge Gainsbourg e dell’attrice e cantante inglese Jane Birkin. Naturalmente con una DNA così non poteva che fare l’artista nella vita e, sempre per via degli stessi geni, ha provocato inevitabilmente un po’ di scandali strada facendo. A parte il cognome importante, la sua notorietà, soprattutto al di fuori dei confini francesi, è legata alla sua attività di attrice e solo un anno fa è stata la protagonista del controverso “Antichrist” di Lars Von Trier. Lei è meno nota come cantante, anche se qualche anno fa ebbe un certo successo in Francia con un disco, prodotto da Nigel Godrich il produttore dei Radiohead . Perciò si può fare un paragone tra lei e le altre attrici che recentemente hanno cercato di passare dal cinema alla musica; in questo senso lo straziante album di Scarlett Johansson resta indimenticabile. Alla Gainsbourg invece la transizione è riuscita perfettamente. Il suo IRM è un lavoro personale, a partire dal titolo (è acronimo di MRI in francese) che ricorda le ore passate da Charlotte dentro una macchina per la risonanza magnetica in seguito ad un’emorragia cerebrale causata da un incidente con gli sci d’acqua. Nel brano omonimo si può sentire dei rumori industriali che ricordano questi macchinari ospedalieri. Il compare della Gainsbourg in quest’avventura è Beck, il rocker più alternativo ed eclettico che ci sia in circolazione, e questa collaborazione fa bene ad entrambi. Tutte le canzoni, tranne “Le Chat Du Café Des Artistes” che è anche l’unica interamente in francese del disco, sono firmati e prodotti da Beck. Naturalmente la musica che emerge da questa operazione ricorda fortemente i lavori di Beck, ma apporto di Charlotte nelle parti vocali rende il tutto decisamente più accessibile e aggiunge un tocco personale. C’è un po’ di tutto: musica elettronica, il pop, il rock e persino il blues (“Dandelion”). Questo mescolamento degli stili è un’altra caratteristica di dischi di Beck, ma la Gainsbourg in più occasioni ha sostenuto di avere avuto un ruolo attivo anche nella fase creativa del lavoro e non solo in quella esecutiva. Molti testi sono scritti sui suggerimenti della Gainsbourg e la cosa si nota. In ogni caso IRM è una bella raccolta che si fa ascoltare volentieri.

Titolo: IRM
Artista: Charlotte Gainsbourg
Anno: 2009
Produttore: Beck
Etichetta: Acoustic Disc/Because Music

[http://www.charlottegainsbourg.com/]

16 feb 2010

Scratch My Back – Peter Gabriel

Qui non ci sono chitarre, non si sentono tamburi rullanti, non c’è un basso pulsante ed i sintetizzatori sono banditi. La musica è intimista ed è costruita prevalentemente sugli strumenti ad arco con qualche tocco di pianoforte. Scorrendo i titoli mi sembra di riconoscerli, ma ciò che sento ha nulla a che fare con la musica che quei titoli mi ricordano. “Scratch My Back” è un disco di cover ma ancora di più è un disco di Peter Gabriel. Le sue reinterpretazioni differiscono dai pezzi originali sia in forma sia in sostanza. Nulla di ciò che si trova qui è già sentita. I brani messi in fila hanno una loro precisa logica e ad ascoltarli in questo modo sembra che siano sempre stati così. Eppure sono tutte canzoni più o meno conosciute e hanno una loro propria collocazione nella nostra memoria. “Heroes”, di David Bowie, che apre il disco è rallentata a punto tale da risultare completamente irriconoscibile se non fosse per il ritornello. Le parole arcinote del testo, senza che qualcuno ne avesse cambiato di una virgola, raccontano una storia completamente diversa: questa cosa è magica. La stessa cosa succede anche con le altre canzoni. “The Boy in The Bubble” di Paul Simon per gli argomenti che tratta e soprattutto per come viene interpretata suona attuale in modo stupefacente. “The Power Of The Heart” non è sicuramente il primo brano che viene in mente pensando alla immensa produzione di Lou Reed, come del resto la splendida “Philadelphia” non è la canzone più rappresentativa di Neil Young. Eppure entrambe sono perfette in contesto. L’elenco dei brani include altri mostri sacri (David Byrne e Randy Newman) senza dimenticare artisti più giovani come i Radiohead, Bon Iver e gli Arcade Fire. “Listening Wind”, dei Talking Heads, è racconto di un atto terroristico che nell’interpretazione di Gabriel assume toni caldi e drammatici. I Talking Heads narravano la stessa storia con elettronico distacco: qui sembra di assistere alla proiezione di un film, lì sembrava di guardare la televisione. In conclusione, Peter Gabriel è riuscito a creare qualcosa di originale senza inventare assolutamente niente di nuovo. Il segreto sta nella sua grande sensibilità d’artista e nella scelta accurata dei pezzi. Personalmente ho fatto fatica al primo ascolto di questo disco ma poi sono stato catturato. Si sa già che “Scratch My Back” sarà seguito da un album di canzoni di Peter Gabriel interpretate dagli artisti da lui citati in questo progetto e si sa anche che Bowie si è rifiutato e che sarà sostituito da Brian Eno. Comunque vada sarà una bella sfida.

Titolo: Scratch My Back
Artista: Peter Gabriel
Anno: 2010
Produttore: Bob Ezrin
Etichetta: Virgin

[http://petergabriel.com/]

2 feb 2010

Contra – Vampire Weekend

“Contra”, il secondo disco dei newyorchesi Vampire Weekend, prosegue i sentieri tracciati nel loro primo album e delinea chiaramente il loro progetto artistico. Le sonorità africane che avevano caratterizzato il loro primo lavoro qui diventano ancora più marcate. “Graceland” di Paul Simon è sicuramente un riferimento in questo senso. Questi figli di buona borghesia ebraica e frequentatori dei college dell’Ivy League, non sono interessati ai concetti di lotta di classe o le difficoltà quotidiane per guadagnare la pagnotta. Loro non fingono di essere ciò che non sono e di questo gliene va dato atto. Nelle loro canzoni si parla dei sentimenti e la confusione esistenziale di chi vive un’epoca che è sostanzialmente priva d’affetti. I testi possono sembrare banali o addirittura insensati – c’è l’orzata che fa rima con l’aranciata, per dirne uno – in realtà sono assai ricercati e complessi. Tutto è un affascinante gioco di accostamenti che inganna e confonde. Questa confusione è funzionale al progetto artistico dei “Vampire”. Una band dei fighetti newyorchesi che suona come un manipolo di Zulu è già un accostamento strano. Come è strana la ragazza bionda della copertina messa vicina al titolo che ricorda i ribelli Nicaraguensi. Un titolo che a sua volta potrebbe essere un omaggio ai Clash di “Sandinista”. I Clash che sono omaggiati, in persona di Joe Strummer, nella canzone “Diplomat’s Son”, figlio del diplomatico, come dire che anche lui a sua volta era un privilegiato se si vuole metterlo così. “Contra” è il primo album importante di quest’anno, anche se è stato registrato l’anno scorso, ed è un bel disco. Meglio non pensare troppo ai Clash, in ogni caso.

Titolo: Contra
Artista: Vampire Weekend
Anno: 2010
Produttore: Rostam Batmanglij
Etichetta: XL Recordings

4 ott 2009

Live from Madison Square Garden – Eric Clapton & Steve Winwood

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Eric Clapton è un artista che mi esalta e mi deprime nella stessa misura. Di sicuro lui è uno dei chitarristi più grandi del mondo, di sicuro è uno di quelli che hanno stabilito le regole del Rock e solo per questo merita rispetto e l’eterna ammirazione. Però dove mettiamo Clapton manierista, inconcludente, furbo e, nei suoi momenti peggiori, “inutile” che ha inondato gli scaffali dei negozi con dischi a dir poco brutti?

Morale della favola: è lecito dubitare di Eric Clapton, eccome.

Per i motivi menzionati non sarei mai andato da solo a comprare questo doppio CD dal vivo che documenta tre concerti di Eric Clapton con Steve Winwood a Madison Square Garden di New York nel 2008. Sarebbe stato un vero peccato, perché avrei perso qualcosa di splendido. Per fortuna il disco mi è stato regalato e così non ho perso l’occasione. Qui il “Mano lenta” è di nuovo grande e grazie alla vicinanza di Winwood, un musicista un po’ meno miliardario ma più affidabile di lui, torna nei ranghi che gli competono di diritto. Qui c’è il Blues, suonato come dio comanda, il Rock più classico e una passione per la musica che non capita di sentire tutti giorni. Ogni nota è perfetta. Clapton è al top e fa delle cose pazzesche. Winwood, dal canto suo, ci mette alcune canzoni memorabili che portano la sua firma e la sua incontestabile bravura alle tastiere è roba che deve essere portata come esempio nell’università del rock.

Clapton e Winwood, già amici e compagni d’avventura ai tempi di Blind Faith (una “Superband” che più “Super” non si può) alla fine degli anni sessanta, qui rivisitano i loro vecchi successi, ci aggiungono qualche standard di Blues e una forte dose di Hendrix. Il risultato è sempre ottimo e in qualche momento eccellente. Le esecuzioni sono così ben fatte che persino una canzone fragile come “Forever Man” – di Clapton anni 80 – ne esce solida e luccicante come un brano classico e senza tempo.

“Live from Madison Square Garden” è un lavoro bellissimo che dimostra la vera statura artistica di due icone del Rock come Clapton e Winwood. Non ci sono smancerie o furberie. Questa è grande musica da gustare e da assaporare nota per nota.

2 mag 2009

Together Through Life – Bob Dylan

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Alla veneranda età di 67 anni, Bob Dylan è ancora un’artista ispirato e in grado di sorprendere. I suoi ultimi lavori in studio, almeno da una decina d’anni a questa parte, sono stati apprezzati dai critici e hanno avuto anche delle buone vendite. Ma lui non è tipo da dormire sugli allori e allora eccolo che torna sugli scaffali con un disco nuovo di zecca, dopo appena sei mesi dall’eccellente raccolta d’archivio “Tell Tale Signs”. Registrato nell’autunno 2008, “Together Through Life” è un album che, fin dalla copertina, parla d’amore e delle relazioni romantiche. I musicisti coinvolti nell’operazione sono quelli attualmente in forza nella tour-band di Dylan con alcuni inneschi importanti come Mike Campbell, il chitarrista degli Heartbreakers e David Hidalgo dei Los Lobos alla fisarmonica. La musica, scarna e asciutta, spazia tra il Blues e il Tex-Mex. Le atmosfere sono così omogenee che sembra di ascoltare una lunga suite piuttosto che una raccolta di canzoni. Il filo rosso che unisce musicalmente tutto il lavoro è l’onnipresente fisarmonica di David Hidalgo che con il suo suono chicano colloca inevitabilmente l’azione ai confini con il Messico.

Si parte con l’apocalittica “Beyond Here Lies Nothing”, che stabilisce subito il tema del disco. Si parla delle persone che si amano mentre il mondo va a puttane. La chitarra appiccicosa e pungente di Campbell dialoga con la fisarmonica di Hidalgo. Un ottimo inizio non c’è che dire.

“Life is Hard” racconta di nostalgia e dell’assenza d’amore. Il lavoro di Campbell al mandolino è interessante. Forse è l’unico punto di contatto tra questo album e il precedente “Modern Times”.

“My Wife’s Home Town” ha alcune parti dichiaratamente copiate da Willie Dixon di “I Just Want to Make Love to You”. Il risultato è un bluesaccio con una fisarmonica anziché l’armonica. Gradevole.

“If You Ever Go To Houston” sposta l’azione in Texas e ci chiarisce, una volta per tutte, che Dylan sta immaginando quelle zone di frontiera.

“Forgetful Heart” e “Jolene” sono due belle canzoni che catturano mentre “This Dream Of You” è un trionfo di violini e fisarmoniche. Tex-mex allo stato puro.

Atmosfere tex-mex anche in “I Feel A Change Comin’ On” che è probabilmente la canzone più bella del disco. I testi sono riflessivi, si parla della vita che ormai è andata, ma non c’è tristezza, anzi, probabilmente è il momento migliore per iniziare una nuova storia d’amore. Ottima.

Le canzoni sono dieci e sono tutte scritte tutte tranne una (“This dream of you” che è firmata solo da Dylan ) sono scritte a quattro mani da Dylan e il paroliere Robert Hunter, che aveva già lavorato con lui negli anni 80.

20 apr 2009

Sounds of the Universe – Depeche Mode

dmsouvIl nuovo disco dei “Depeche Mode” è una macchina del tempo che si muove, senza soluzione di continuità, tra l’oggi e gli anni 80. L’utilizzo massiccio dei sintetizzatori analogici crea un suono che sembra uscire direttamente da un Commodore 64.

A ricordarci che ci troviamo nell’anno 2009 ci sono gli arrangiamenti attuali e soprattutto i testi aspri. Il pezzo d’apertura, “In Chain”, ha dei contenuti sadomaso che non rallegrano certo l’atmosfera, ma musicalmente parlando è molto bello e cresce con ogni ascolto. “Peace” sembra un (riuscito) tributo a Jean Michel Jarre. Le sperimentazioni elettroniche raggiungono l’apice, tra altro con buoni risultati, con “In Sympathy” . Il momento migliore del disco rimane comunque “Wrong” con il suo amaro resoconto degli errori che un essere umano è in grado di commettere.

“Sounds of the Universe” è un disco serio e adulto che funziona nel suo insieme e merita di essere ascoltato. Ha delle caratteristiche che piaceranno sia agli ammiratori di vecchia data dei Depeche Mode sia agli ascoltatori più orientati al rock come il sottoscritto.

15 apr 2009

Astral Weeks Live at the Hollywood Bowl – Van Morrison

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Van Morrison dal vivo non è mai una garanzia assoluta: di sicuro è capace di suonare meglio di chiunque altro ma il suo carattere, mutevole e irascibile, ha finito per rovinare più di una delle sue esibizioni. La stessa incostanza ha caratterizzato in qualche modo anche la produzione dei dischi dal vivo, dove su tre album ufficiali due sono splendidi (“It’s too late to stop now”, “A Night in San Francisco”) e uno è decisamente sottotono (“Live at the Grand Opera House Belfast”). Insomma l’annunciato arrivo di un nuovo disco dal vivo non significava automaticamente che stesse per arrivare un grande disco, anche se le premesse erano ottime. Invece il disco che celebra il quarantesimo anniversario di “Astral Weeks” soddisfa tutte le attese e va anche oltre. “Astral Weeks Live at the Hollywood Bowl”, ci consegna un Van Morrison rigenerato che non si limita semplicemente a eseguire tutti i brani del celebre disco in fila ma che li rilegge in una forma più attuale e aggiornata. Questo doppio CD, registrato nel corso di due serate nel novembre 2008, ha un suono assai compatto e fluido. L’approccio è del tipo jazzistico, con l’orchestra che crea il tappeto sonoro per il passaggio del solista di turno. Van, dal canto suo, approfitta di questo meccanismo per rivedere gli arrangiamenti lasciando ampio spazio all’improvvisazione e alla creatività dei musicisti. Questa particolarità evoca lo spirito libero e contemplativo di “Astral Weeks” ed è un dettaglio importante. Tra i musicisti presenti nella numerosa orchestra il nome che più salta all’occhio è quello di Jay Berliner, il chitarrista che suonava anche in disco originale. Nella scaletta, oltre ai brani di “Astral Weeks”, ci sono altre due canzoni affini nella forma e nello spirito: “Listen To The Line” e “Common One”. Questo disco è vero Van Morrison come non ci capitava di sentire da molti anni; è bello e intenso in altre parole è mistico come “Astral Weeks”. Non si può domandare di più.

Thank you Van.

“Se esprimi un desiderio è perché vedi cadere una stella, se vedi cadere una stella è perché guardi il cielo, e se guardi il cielo, è perché credi ancora in qualcosa...„
Bob Marley

 

settembre: 2010
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