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IRM – Charlotte Gainsbourg

Charlotte Gainsbourg è figlia del poeta e cantante francese Serge Gainsbourg e dell’attrice e cantante inglese Jane Birkin. Naturalmente con una DNA così non poteva che fare l’artista nella vita e, sempre per via degli stessi geni, ha provocato inevitabilmente un po’ di scandali strada facendo. A parte il cognome importante, la sua notorietà, soprattutto al di fuori dei confini francesi, è legata alla sua attività di attrice e solo un anno fa è stata la protagonista del controverso “Antichrist” di Lars Von Trier. Lei è meno nota come cantante, anche se qualche anno fa ebbe un certo successo in Francia con un disco, prodotto da Nigel Godrich il produttore dei Radiohead . Perciò si può fare un paragone tra lei e le altre attrici che recentemente hanno cercato di passare dal cinema alla musica; in questo senso lo straziante album di Scarlett Johansson resta indimenticabile. Alla Gainsbourg invece la transizione è riuscita perfettamente. Il suo IRM è un lavoro personale, a partire dal titolo (è acronimo di MRI in francese) che ricorda le ore passate da Charlotte dentro una macchina per la risonanza magnetica in seguito ad un’emorragia cerebrale causata da un incidente con gli sci d’acqua. Nel brano omonimo si può sentire dei rumori industriali che ricordano questi macchinari ospedalieri. Il compare della Gainsbourg in quest’avventura è Beck, il rocker più alternativo ed eclettico che ci sia in circolazione, e questa collaborazione fa bene ad entrambi. Tutte le canzoni, tranne “Le Chat Du Café Des Artistes” che è anche l’unica interamente in francese del disco, sono firmati e prodotti da Beck. Naturalmente la musica che emerge da questa operazione ricorda fortemente i lavori di Beck, ma apporto di Charlotte nelle parti vocali rende il tutto decisamente più accessibile e aggiunge un tocco personale. C’è un po’ di tutto: musica elettronica, il pop, il rock e persino il blues (“Dandelion”). Questo mescolamento degli stili è un’altra caratteristica di dischi di Beck, ma la Gainsbourg in più occasioni ha sostenuto di avere avuto un ruolo attivo anche nella fase creativa del lavoro e non solo in quella esecutiva. Molti testi sono scritti sui suggerimenti della Gainsbourg e la cosa si nota. In ogni caso IRM è una bella raccolta che si fa ascoltare volentieri.
Titolo: IRM
Artista: Charlotte Gainsbourg
Anno: 2009
Produttore: Beck
Etichetta: Acoustic Disc/Because Music
[http://www.charlottegainsbourg.com/]
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Scratch My Back – Peter Gabriel

Qui non ci sono chitarre, non si sentono tamburi rullanti, non c’è un basso pulsante ed i sintetizzatori sono banditi. La musica è intimista ed è costruita prevalentemente sugli strumenti ad arco con qualche tocco di pianoforte. Scorrendo i titoli mi sembra di riconoscerli, ma ciò che sento ha nulla a che fare con la musica che quei titoli mi ricordano. “Scratch My Back” è un disco di cover ma ancora di più è un disco di Peter Gabriel. Le sue reinterpretazioni differiscono dai pezzi originali sia in forma sia in sostanza. Nulla di ciò che si trova qui è già sentita. I brani messi in fila hanno una loro precisa logica e ad ascoltarli in questo modo sembra che siano sempre stati così. Eppure sono tutte canzoni più o meno conosciute e hanno una loro propria collocazione nella nostra memoria. “Heroes”, di David Bowie, che apre il disco è rallentata a punto tale da risultare completamente irriconoscibile se non fosse per il ritornello. Le parole arcinote del testo, senza che qualcuno ne avesse cambiato di una virgola, raccontano una storia completamente diversa: questa cosa è magica. La stessa cosa succede anche con le altre canzoni. “The Boy in The Bubble” di Paul Simon per gli argomenti che tratta e soprattutto per come viene interpretata suona attuale in modo stupefacente. “The Power Of The Heart” non è sicuramente il primo brano che viene in mente pensando alla immensa produzione di Lou Reed, come del resto la splendida “Philadelphia” non è la canzone più rappresentativa di Neil Young. Eppure entrambe sono perfette in contesto. L’elenco dei brani include altri mostri sacri (David Byrne e Randy Newman) senza dimenticare artisti più giovani come i Radiohead, Bon Iver e gli Arcade Fire. “Listening Wind”, dei Talking Heads, è racconto di un atto terroristico che nell’interpretazione di Gabriel assume toni caldi e drammatici. I Talking Heads narravano la stessa storia con elettronico distacco: qui sembra di assistere alla proiezione di un film, lì sembrava di guardare la televisione. In conclusione, Peter Gabriel è riuscito a creare qualcosa di originale senza inventare assolutamente niente di nuovo. Il segreto sta nella sua grande sensibilità d’artista e nella scelta accurata dei pezzi. Personalmente ho fatto fatica al primo ascolto di questo disco ma poi sono stato catturato. Si sa già che “Scratch My Back” sarà seguito da un album di canzoni di Peter Gabriel interpretate dagli artisti da lui citati in questo progetto e si sa anche che Bowie si è rifiutato e che sarà sostituito da Brian Eno. Comunque vada sarà una bella sfida.
Titolo: Scratch My Back
Artista: Peter Gabriel
Anno: 2010
Produttore: Bob Ezrin
Etichetta: Virgin
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Tags: Peter Gabriel
Contra – Vampire Weekend

“Contra”, il secondo disco dei newyorchesi Vampire Weekend, prosegue i sentieri tracciati nel loro primo album e delinea chiaramente il loro progetto artistico. Le sonorità africane che avevano caratterizzato il loro primo lavoro qui diventano ancora più marcate. “Graceland” di Paul Simon è sicuramente un riferimento in questo senso. Questi figli di buona borghesia ebraica e frequentatori dei college dell’Ivy League, non sono interessati ai concetti di lotta di classe o le difficoltà quotidiane per guadagnare la pagnotta. Loro non fingono di essere ciò che non sono e di questo gliene va dato atto. Nelle loro canzoni si parla dei sentimenti e la confusione esistenziale di chi vive un’epoca che è sostanzialmente priva d’affetti. I testi possono sembrare banali o addirittura insensati – c’è l’orzata che fa rima con l’aranciata, per dirne uno – in realtà sono assai ricercati e complessi. Tutto è un affascinante gioco di accostamenti che inganna e confonde. Questa confusione è funzionale al progetto artistico dei “Vampire”. Una band dei fighetti newyorchesi che suona come un manipolo di Zulu è già un accostamento strano. Come è strana la ragazza bionda della copertina messa vicina al titolo che ricorda i ribelli Nicaraguensi. Un titolo che a sua volta potrebbe essere un omaggio ai Clash di “Sandinista”. I Clash che sono omaggiati, in persona di Joe Strummer, nella canzone “Diplomat’s Son”, figlio del diplomatico, come dire che anche lui a sua volta era un privilegiato se si vuole metterlo così. “Contra” è il primo album importante di quest’anno, anche se è stato registrato l’anno scorso, ed è un bel disco. Meglio non pensare troppo ai Clash, in ogni caso.
Titolo: Contra
Artista: Vampire Weekend
Anno: 2010
Produttore: Rostam Batmanglij
Etichetta: XL Recordings
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Live from Madison Square Garden – Eric Clapton & Steve Winwood

Eric Clapton è un artista che mi esalta e mi deprime nella stessa misura. Di sicuro lui è uno dei chitarristi più grandi del mondo, di sicuro è uno di quelli che hanno stabilito le regole del Rock e solo per questo merita rispetto e l’eterna ammirazione. Però dove mettiamo Clapton manierista, inconcludente, furbo e, nei suoi momenti peggiori, “inutile” che ha inondato gli scaffali dei negozi con dischi a dir poco brutti?
Morale della favola: è lecito dubitare di Eric Clapton, eccome.
Per i motivi menzionati non sarei mai andato da solo a comprare questo doppio CD dal vivo che documenta tre concerti di Eric Clapton con Steve Winwood a Madison Square Garden di New York nel 2008. Sarebbe stato un vero peccato, perché avrei perso qualcosa di splendido. Per fortuna il disco mi è stato regalato e così non ho perso l’occasione. Qui il “Mano lenta” è di nuovo grande e grazie alla vicinanza di Winwood, un musicista un po’ meno miliardario ma più affidabile di lui, torna nei ranghi che gli competono di diritto. Qui c’è il Blues, suonato come dio comanda, il Rock più classico e una passione per la musica che non capita di sentire tutti giorni. Ogni nota è perfetta. Clapton è al top e fa delle cose pazzesche. Winwood, dal canto suo, ci mette alcune canzoni memorabili che portano la sua firma e la sua incontestabile bravura alle tastiere è roba che deve essere portata come esempio nell’università del rock.
Clapton e Winwood, già amici e compagni d’avventura ai tempi di Blind Faith (una “Superband” che più “Super” non si può) alla fine degli anni sessanta, qui rivisitano i loro vecchi successi, ci aggiungono qualche standard di Blues e una forte dose di Hendrix. Il risultato è sempre ottimo e in qualche momento eccellente. Le esecuzioni sono così ben fatte che persino una canzone fragile come “Forever Man” – di Clapton anni 80 – ne esce solida e luccicante come un brano classico e senza tempo.
“Live from Madison Square Garden” è un lavoro bellissimo che dimostra la vera statura artistica di due icone del Rock come Clapton e Winwood. Non ci sono smancerie o furberie. Questa è grande musica da gustare e da assaporare nota per nota.
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Together Through Life – Bob Dylan

Alla veneranda età di 67 anni, Bob Dylan è ancora un’artista ispirato e in grado di sorprendere. I suoi ultimi lavori in studio, almeno da una decina d’anni a questa parte, sono stati apprezzati dai critici e hanno avuto anche delle buone vendite. Ma lui non è tipo da dormire sugli allori e allora eccolo che torna sugli scaffali con un disco nuovo di zecca, dopo appena sei mesi dall’eccellente raccolta d’archivio “Tell Tale Signs”. Registrato nell’autunno 2008, “Together Through Life” è un album che, fin dalla copertina, parla d’amore e delle relazioni romantiche. I musicisti coinvolti nell’operazione sono quelli attualmente in forza nella tour-band di Dylan con alcuni inneschi importanti come Mike Campbell, il chitarrista degli Heartbreakers e David Hidalgo dei Los Lobos alla fisarmonica. La musica, scarna e asciutta, spazia tra il Blues e il Tex-Mex. Le atmosfere sono così omogenee che sembra di ascoltare una lunga suite piuttosto che una raccolta di canzoni. Il filo rosso che unisce musicalmente tutto il lavoro è l’onnipresente fisarmonica di David Hidalgo che con il suo suono chicano colloca inevitabilmente l’azione ai confini con il Messico.
Si parte con l’apocalittica “Beyond Here Lies Nothing”, che stabilisce subito il tema del disco. Si parla delle persone che si amano mentre il mondo va a puttane. La chitarra appiccicosa e pungente di Campbell dialoga con la fisarmonica di Hidalgo. Un ottimo inizio non c’è che dire.
“Life is Hard” racconta di nostalgia e dell’assenza d’amore. Il lavoro di Campbell al mandolino è interessante. Forse è l’unico punto di contatto tra questo album e il precedente “Modern Times”.
“My Wife’s Home Town” ha alcune parti dichiaratamente copiate da Willie Dixon di “I Just Want to Make Love to You”. Il risultato è un bluesaccio con una fisarmonica anziché l’armonica. Gradevole.
“If You Ever Go To Houston” sposta l’azione in Texas e ci chiarisce, una volta per tutte, che Dylan sta immaginando quelle zone di frontiera.
“Forgetful Heart” e “Jolene” sono due belle canzoni che catturano mentre “This Dream Of You” è un trionfo di violini e fisarmoniche. Tex-mex allo stato puro.
Atmosfere tex-mex anche in “I Feel A Change Comin’ On” che è probabilmente la canzone più bella del disco. I testi sono riflessivi, si parla della vita che ormai è andata, ma non c’è tristezza, anzi, probabilmente è il momento migliore per iniziare una nuova storia d’amore. Ottima.
Le canzoni sono dieci e sono tutte scritte a quattro mani da Dylan e il paroliere Robert Hunter, che aveva già lavorato con lui negli anni 80.
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Tags: Bob Dylan
Sounds of the Universe – Depeche Mode
Il nuovo disco dei “Depeche Mode” è una macchina del tempo che si muove, senza soluzione di continuità, tra l’oggi e gli anni 80. L’utilizzo massiccio dei sintetizzatori analogici crea un suono che sembra uscire direttamente da un Commodore 64.
A ricordarci che ci troviamo nell’anno 2009 ci sono gli arrangiamenti attuali e soprattutto i testi aspri. Il pezzo d’apertura, “In Chain”, ha dei contenuti sadomaso che non rallegrano certo l’atmosfera, ma musicalmente parlando è molto bello e cresce con ogni ascolto. “Peace” sembra un (riuscito) tributo a Jean Michel Jarre. Le sperimentazioni elettroniche raggiungono l’apice, tra altro con buoni risultati, con “In Sympathy” . Il momento migliore del disco rimane comunque “Wrong” con il suo amaro resoconto degli errori che un essere umano è in grado di commettere.
“Sounds of the Universe” è un disco serio e adulto che funziona nel suo insieme e merita di essere ascoltato. Ha delle caratteristiche che piaceranno sia agli ammiratori di vecchia data dei Depeche Mode sia agli ascoltatori più orientati al rock come il sottoscritto.
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Tags: Depeche Mode
Astral Weeks Live at the Hollywood Bowl – Van Morrison

Van Morrison dal vivo non è mai una garanzia assoluta: di sicuro è capace di suonare meglio di chiunque altro ma il suo carattere, mutevole e irascibile, ha finito per rovinare più di una delle sue esibizioni. La stessa incostanza ha caratterizzato in qualche modo anche la produzione dei dischi dal vivo, dove su tre album ufficiali due sono splendidi (“It’s too late to stop now”, “A Night in San Francisco”) e uno è decisamente sottotono (“Live at the Grand Opera House Belfast”). Insomma l’annunciato arrivo di un nuovo disco dal vivo non significava automaticamente che stesse per arrivare un grande disco, anche se le premesse erano ottime. Invece il disco che celebra il quarantesimo anniversario di “Astral Weeks” soddisfa tutte le attese e va anche oltre. “Astral Weeks Live at the Hollywood Bowl”, ci consegna un Van Morrison rigenerato che non si limita semplicemente a eseguire tutti i brani del celebre disco in fila ma che li rilegge in una forma più attuale e aggiornata. Questo doppio CD, registrato nel corso di due serate nel novembre 2008, ha un suono assai compatto e fluido. L’approccio è del tipo jazzistico, con l’orchestra che crea il tappeto sonoro per il passaggio del solista di turno. Van, dal canto suo, approfitta di questo meccanismo per rivedere gli arrangiamenti lasciando ampio spazio all’improvvisazione e alla creatività dei musicisti. Questa particolarità evoca lo spirito libero e contemplativo di “Astral Weeks” ed è un dettaglio importante. Tra i musicisti presenti nella numerosa orchestra il nome che più salta all’occhio è quello di Jay Berliner, il chitarrista che suonava anche in disco originale. Nella scaletta, oltre ai brani di “Astral Weeks”, ci sono altre due canzoni affini nella forma e nello spirito: “Listen To The Line” e “Common One”. Questo disco è vero Van Morrison come non ci capitava di sentire da molti anni; è bello e intenso in altre parole è mistico come “Astral Weeks”. Non si può domandare di più.
Thank you Van.
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Tags: Van Morrison
No Line On The Horizon – U2

Io ho dei vividi ricordi di alcuni brani degli U2: un tuffo al cuore con “One”, un’incredibile iniezione d’adrenalina con “Sunday Bloody Sunday”, una piacevole vertigine con “Bullet The Blue Sky” e via dicendo. La mia passione per il rock è nata e cresciuta anche grazie a loro che a tutti gli effetti possono essere considerati l’ultima grande band del mondo, l’ultima di cui si conosce il nome di tutti i componenti, come seppe sottolineare Springsteen introducendoli nella “Rock and Roll Hall of Fame”. Per tutti questi motivi, ritengo di essere un loro ammiratore certo non un fanatico. Adesso il problema sta nel fatto che avendo tutti questi ricordi importanti a ogni loro nuova uscita discografica io ho molte aspettative. Devo dire che stavolta l’orribile singolo “Get On Your Boots” aveva già ridimensionato le mie attese e trovarmi tra le mani un disco che non è completamente una ciofeca, può essere considerato una buona notizia.
“No Line On The Horizon” è un album senza infamia e senza lode. Le sonorità sono curate, d’altro canto nel progetto sono coinvolti tre dei migliori produttori del mondo (Brian Eno, Daniel Lanois e Steve Lillywhite) e si sente, purtroppo ciò che manca è l’anima. Si era favoleggiato di un disco sperimentale, invece tutto è scontato e convenzionale. Questa non è necessariamente una nota di demerito, credo che a tanti fan degli U2 la loro musica piaccia così come è. Il problema, come ho già detto, è la mancanza dell’anima, delle idee e delle cose da dire. I testi sono spesso infantili, qualche volta auto-parodistici se non addirittura ridicoli: per esempio quando vengono citati i comandi del sistema operativo Mac OS in “Unknown Caller” (Force quit and move to trash).
Il brano migliore è sicuramente il meditativo “Cedars Of Lebanon” che chiude l’album ed è fatto talmente bene, sia come testi sia come musica, che fa nascere il rammarico per ciò che questo disco avrebbe potuto essere ma che purtroppo non è.
In conclusione, questo disco suona bene come musica “usa e getta”, venderà una marea come sempre e tra un po’ di tempo lo dimenticheremo completamente (do you remember ”How To Dismantle An Atomic Bomb” ?). Per ricordarci degli U2 abbiamo altri dischi e penso che quelli basteranno.
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Tags: U2
Buena Vista Social Club at Carnegie Hall

Il concerto dei “Buena Vista Social Club” al prestigioso Carnegie Hall di New York, il primo luglio 1988, fu il culmine del progetto avviato, un paio d’anni prima, dal grande chitarrista americano Ry Cooder a Cuba. Grazie a questa esibizione – e a Wim Wenders che ne trasse un bellissimo documentario – Compay Segundo, Ibrahim Ferrer, Omara Portuondo e Ruben Gonzales divennero delle star internazionali. Il disco registrato l’anno precedente dallo stesso gruppo di musicisti veterani negli studi Egrem di Havana, dal titolo “Buena Vista Social Club”, era già acclamato dalla critica e dopo questo concerto divenne anche un buon successo commerciale.
Quella leggendaria esibizione adesso è disponibile su due CD, ed è un bel modo per ricordare sia il disco originario, che a conti fatti fu uno dei migliori di tutti gli anni novanta, sia i protagonisti di quell’evento che in questi dieci anni ci hanno lasciato (Compay Segundo, Ibrahim Ferrer e Ruben Gonzales per essere precisi). Il suono è maestoso e il coinvolgimento del pubblico è commovente. I brani, in gran parte provengono dal disco di studio, come del resto era prevedibile, con aggiunta di alcune canzoni “nuove” come Quizas, Quizas e Mandinga. Questi dischi raccontano come la musica abbia saputo superare, per qualche ora, le questioni diplomatiche e le faccende politiche. È triste pensare che tutto questo sia irripetibile.
[http://www.worldcircuit.co.uk/]
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Tags: Buena Vista Social Club, Ry Cooder
Bob Dylan a Trento – 15/06/2008

Picture taken from Flickr.com. Originally uploaded by Talba
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Non c’è un solo Bob Dylan, ne esistono diversi: c’è il cantautore impegnato, il Rocker “traditore”, il cantante Country, l’artista intimista, musicista credente, il poeta e l’icona del Rock. Quando uno decide di andare a vedere un concerto di Dylan, rischia di trovarsi solo di fronte all’ultima reincarnazione dell’artista e non di fronte a qualcuno che rappresenta tutti questi metamorfosi. Per questo motivo ero molto scettico e non avevo nessuna intenzione di andare a vedere dal vivo uno dei miei miti in passaggio nella mia città (a proposito, quando è che uno diventa intestatario di una città? Quando ci si nasce o dopo che ci si vive per una vita? Boh…). Alla fine degli amici mi hanno convinto e ci sono andato.
Bob Dylan che sale sul palco di Trento è un posato signore, un po’ su con gli anni, vestito da Cowboy. Tutti gli altri Dylan non sono presenti. L’atmosfera è quella degli ultimi due dischi in studio, “Love and theft” e “Modern times”, con quella loro indefinibile miscela tra il country, il rockabilly e lo swing. Il concerto inizia con “Tweedle Dee & Tweedle Dum”, la band comincia a carburare e si può già intuire che questi musicisti vestiti di nero è gente che sa il fatto suo. Si prosegue alterando pezzi classici, nella versione “Country/Rockabilly”, con le canzoni recenti. Questo trattamento delle canzoni classiche dà dei risultati talvolta splendidi (“Highway 61Revisted” e “Ballad of a thin man”), talvolta buoni (“Lay lady lay”), altre volte mediocri (“Don’t think twice it’s all right” e “Blind Willie McTell”) se non addirittura irritanti (“Blowin in the wind” è stata terrificante). I pezzi più recenti ovviamente sono più fedeli alle versioni originali e sono suonati molto bene. Da ricordare “Spirit on the water” e “Thunder on the mountain”.
Per tutto il concerto Dylan suona una piccola pianola e non guarda nemmeno il pubblico: la leggenda lo vuole scortese e lui non la smentisce. La band ha un bel suono, anche se si ha la sensazione che Dylan la tenga un po’ a freno. Quando il capo li lascia correre loro danno spettacolo. Purtroppo le idee di Dylan sono più orientate alla Country e i musicisti si adeguano.
Alla fine è stato un bel concerto di “questo” Dylan. Però Il Dylan che io amo è giovane, porta gli occhiali neri, ha i capelli lunghi e a Trento non c’è mai stato.
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Tags: Bob Dylan, Trento







