Archivio » Dischi

10 giu 2008

I Know You’re Married But I’ve Got Feelings Too – Martha Wainright

Il romanticismo, in questi anni maledetti, è un’esperienza dolorosa. Lo sa bene Martha Wainright, cantautrice statunitense e sorella del più celebre Rufus, che ha appena pubblicato un album pieno di romanticismo e perciò colmo di dolore. “I Know You’re Married But I’ve Got Feelings Too “ è un disco bello che colpisce per la sua franchezza e per la sua visione femminile dell’amore.

La musica non è triste: le atmosfere ricordano lontanamente Kate Bush degli anni 80 e sono godibilissime. Tra le canzoni da segnalare c’è il duetto con il fratello Rufus (The Tower), una cover degli Eurythmics (Love is a stranger), una dei Pink Floyd (See Emily play) e l’intenso pezzo d’apertura (Bleeding All Over You). Tutto il disco è comunque molto bello ed elegante.

Martha Wainright dimostra di possedere notevole talento e sensibilità. Lei non ha solo delle belle gambe, ma anche una testa fina, che come si sa, può essere molto sexy.

Potete ascoltare il disco anche online sullo spazio MySpace di Martha Wainright [Qui].

[http://www.marthawainwright.com/]

18 mag 2008

100 dischi Jazz essenziali

Il New Yorker ha pubblicato una lista dei 100 dischi jazz considerati essenziali.

[http://www.newyorker.com/]

23 ago 2007

It’s only Rock & Roll but I LOVE it!

Aaaahhhh….

Finalmente una bella notizia: Il nuovo disco di Bruce con la E Street Band si chiama “Magic” ed esce il prossimo Ottobre.

A me personalmente gli ultimi lavori di Bruce (Devils & Dust e l’operazione folk) sono piaciuti, ma un disco con la “E Street Band” è un’altra cosa. Confesso che ne sentivo proprio la mancanza. Poi gli “E Streeters” da quando sono diventati “anzianotti” suonano ancora meglio di prima (se possibile).

Sono un fanatico.

Lo so.

Non ci posso fare niente.

[http://www.brucespringsteen.net/]

17 giu 2007

Jerry Garcia / David Grisman

Jerry Garcia , in qualità di leader indiscusso dei Grateful Dead, era uno dei massimi esponenti del Rock psichedelico. Lui è famoso soprattutto per i suoi “viaggi” acidi con la chitarra elettrica in mano. Meno noto è invece la sua profonda conoscenza della musica popolare americana e la sua immensa passione per la musica tradizionale. Già nel 1970, in piena epoca Hippie di cui i Grateful Dead erano gli esponenti più rappresentativi, aveva guidato il gruppo a pubblicare un album folk-Rock che attingeva a piene mani dalla tradizione Bluegrass e Country. Quel disco era il celeberrimo “Workingman’s Dead”: un disco seminale tra i più importanti della storia del Rock e non solo. In suoi quasi trent’anni d’attività con i “Dead”, fino alla sua morte prematura avvenuta nel 1995, Garcia ebbe apparentemente poco tempo per dedicare alla musica tradizionale. In realtà spesso nelle pause delle tournee estenuanti dei Grateful Dead, Jerry Garcia trovava il tempo per partecipare alle sessioni informali con vari colleghi e soprattutto con il suo amico di vecchia data, il mandolinista, David Grisman. Le registrazioni di Garcia con Grisman, emerse soprattutto dopo la morte del primo, ci lasciano della musica straordinaria.

“Jerry Garcia/David Grisman”, datata 1991, è una splendida raccolta di nove canzoni acustiche interpretate in uno stile in bilico tra il Bluegrass e il country. La chitarra acustica di Garcia duetta con il magico mandolino di Grisman. Il disco si apre con una versione Bluegrass di “The thrill is gone” di B.B.King, il ritmo e l’atmosfera sono rilassanti e divertenti. Si prosegue con “Grateful Dawg” ed una versione acustica di “Friend of the devil” uno dei cavalli di battaglia dei Dead. L’altro gioiello è “Russian Lullaby” di Irving Berlin nella versione folk.

Il gran finale è “Arabia”: un brano avvolgente di ben 16 minuti che comincia con le atmosfere arabeggianti per finire in un giro spagnoleggiante che suona come la famosa “”Hasta siempre comandante (Che Guevara)”. Il lavoro di Garcia alla chitarra acustica è semplicemente stupefacente, come lo è del resto il mandolino di David Grisman. Questo è un disco consigliabile a tutti gli amanti della buona musica. Se non conoscete Jerry Garcia come musicista tradizionale, se pensate che il country è solo roba per i Cowboy o se non avete idea di quanto può essere profondo un disco folk provate ad ascoltare questo disco, sarete sorpresi.

Titolo: Jerry Garcia/David Grisman
Anno: 1991
Personnel:
Jerry Garcia: Chitarra, Voce
David Grisman: Mandolino
Joe Craven: Percussioni
James Kerwin: Basso
Jim Kerwin: Basso
Produttori: Jerry Garcia e David Grisman
Etichetta: Acoustic Disc

1 giu 2007

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

È il disco più famoso dei Beatles, perciò è uno dei dischi più famosi della storia. È disco che ha fatto di Rock un’arte in piena regola. Ci sono altri album forse più artistici, forse più sperimentali e forse più innovativi; ma nessun altro è un’opera dei Beatles e di conseguenza nessun altro disco ha avuto l‘impatto che questo disco ha avuto sulla cultura occidentale. “Sgt. Peppers” proprio oggi compie quarant’anni, e continua a trasmettere grandi emozioni.

Per me non è l’album più bello della storia e nemmeno l’album più bello dei Beatles: “Sgt. Peppers” è un’opera d’arte che ha allargato, per sempre, i limiti della creatività umana.

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band su Wikipedia.

14 mag 2007

Grace – Jeff Buckley

Sono passati dieci anni dalla tragica morte di Jeff Buckley, avvenuta il 29 Maggio del 97 nelle acque del fiume Mississippi. In questi dieci anni sono state pubblicate delle raccolte postume e qualche disco dal vivo, che a dire il vero, non hanno aggiunto molto al ricordo di Jeff Buckley. Purtroppo “Grace” è l’unica opera compiuta di Buckley che ci rimane. Dal 1994, l’anno della sua pubblicazione,“Grace” non ha perso nulla del suo fascino delicato. Fa un certo effetto ascoltare oggi queste canzoni che alludono alla morte, ma allo stesso tempo comunicano uno smisurato amore per la vita. L’eccellente lavoro del produttore Andy Wallace, l’uomo che era seduta dietro al console anche per “Nevermind” dei Nirvana, ha donato ulteriore vigore e personalità a questi pezzi. “Grace” è stato l’unico disco in studio registrato e pubblicato da Jeff Buckley in vita: può sembrare poco, ma tanti artisti nonostante decine di dischi pubblicati non hanno saputo raggiungere l’intensità che Buckley ottenne con questo singolo disco.

Titolo: Grace
Artista: Jeff Buckley
Anno: 1994
Produttori: Andy Wallace/Jeff Buckley
Etichetta: Columbia

22 apr 2007

The Hot Spot (Original Soundtrack) – Music by Jack Nitzsche

The Hot Spot (“Il posto caldo”) è un film del 1990 diretto da ex “Easy Rider” Dennis Hopper e con l’ex “Miami Vice” Don Johnson come protagonista. Si tratta di un thriller, un po’ erotico, che si svolge nel sud degli stati uniti e a dire il vero non è nulla di speciale. La colonna sonora, composta da Jack Nitzsche, invece è un eccellente lavoro che coinvolge personaggi del calibro di Miles Davis, John Lee Hooker e Taj Mahal. Il film è ambientato sotto la linea Mason- Dixon perciò l’influenza principale per la musica è il Blues di delta che è eseguito, con immensa classe, dai maestri del genere John Lee Hooker e Taj Mahal. Il tocco magico di Miles Davis alla tromba impreziosisce ulteriormente le atmosfere. Il risultato è un interessante cross-over tra il Jazz e il Blues. Il Miles Davis elettrificato ha molte affinità con John Lee Hooker ed è sorprendente che non ci sia stata una collaborazione tra i due grandi musicisti prima di questa occasione. Qui finalmente possiamo sentire i due grandi insieme e risultato è semplicemente superlativo. L’altro musicista coinvolto è Roy Rogers, alla chitarra slide, che fornisce una prova maiuscola. La temperatura del disco è sempre elevata. “The Hot Spot” è un film troppo esile ed insignificante per meritarsi musica di questa levatura: meglio dimenticarsi del film e concentrarsi sulla sua musica che è d’assoluto pregio.

Titolo: The Hot Spot (Original Soundtrack)
Anno: 1990
Personnel:
Miles Davis: Tromba

Earl Palmer: Batteria
Bradford Ellis: Tastiere
John Lee Hooker: Chitarra, Voce
Taj Mahal: Chitarra, Voce
Tim Drummond: Basso
Roy Rogers: Chitarra Slide
Produttore esecutivo: Dennis Hopper
Etichetta: Island

15 apr 2007

Live at Massey Hall 1971 – Neil Young

Il grande Neil Young finalmente ha aperto le sue casseforti e sta pubblicando, uno per volta, dei dischi che ci offrono una nuova prospettiva sulla sua carriera. Il primo disco era una meravigliosa cavalcata elettrica, insieme ai fidi Crazy Horse nella loro migliore line up, e risaliva al 1970. Ora tocca ad uno straordinario concerto acustico, del 1971, nella natia Toronto. Neil Young in quel momento era reduce dei grandi successi in compagna dei “Crosby, Stills and Nash” e il suo disco da solista “After the Gold Rush”. Il concerto di “Messey Hall”, oltre ad essere un’esecuzione d’alta classe, è particolarmente interessante perché documenta Neil Young mentre propone per la prima volta in assoluto alcuni brani che l’anno successivo finiranno sul disco capolavoro “Harvest”, altri pezzi che saranno pubblicati qualche anno dopo e due canzoni che addirittura non saranno mai pubblicati (“Dance Dance Dance” e “Bad Fog of Loneliness”). Il concerto è coinvolgente oltre ogni attesa. Neil spesso fornisce un’introduzione parlata alle canzoni che ci fa capire la storia dietro ogni brano. Non ci sono momenti di debolezza o cadute di tono. Sentire le versioni ancora acerbe delle canzoni epocali come “Heart of Gold”, “The needle and the damage done” o “See the sky about the rain” danno brividi. Questo disco è uno scrigno pieno di meraviglie, non un prodotto destinato ai soli nostalgici.

Titolo: Live at Massey Hall 1971
Artista: Neil Young
Anno: 2007
Personnel: Neil Young: Voce, Chitarra, Piano
Produttori: Neil Young, David Briggs
Etichetta: Reprise /WEA
URL: http://www.neilyoung.com/

29 mar 2007

The Boatman’s Call – Nick Cave & The Bad Seeds

Dieci anni fa usciva “The Boatman’s Call”, di Nick Cave, che per me è rimasto uno dei dischi più belli della storia. L’album parla delle relazioni finite, della nostalgia e del lato oscuro dell’amore. Il suono è asciutto ed essenziale come la fotografia di Anton Corbin che appare sulla copertina. C’è un immenso senso di perdita e di dolore. “Into My Arms”, il brano che apre il disco, è una delle più belle canzoni d’amore di sempre. Basta ascoltare il disco un paio di volte per capire che Nick Cave piange qualcuno che per lui è, metaforicamente parlando, morta. È strano a dirsi, ma ascoltare questa musica ha un effetto benefico: come se aiutasse a curare omeopaticamente il dolore che ognuno di noi può provare. Si dice che questo album sia stato ispirato dalla fine della relazione d’amore tra Cave e la collega Polly (P.J.) Harvey, anche se non è mai stata confermata dagli interessati.

Ho letto da qualche parte che “The Boatman’s Call” è il rumore di un cuore che si spezza.

La definizione è perfetta.

Titolo: The Boatman’s Call
Artista: Nick Cave & The Bad Seeds
Anno: 1997
Etichetta: Mute/Reprise
URL: http://www.nickcaveandthebadseeds.com/

19 mar 2007

20 Dischi Jazz

Io sono un divoratore onnivoro di musica e non amo suddividerla in categorie. Per me esistono solo due tipi di musica: bella e brutta. Quella che segue è la mia personalissima lista dei dischi Jazz. Sono dischi che hanno trasmesso delle meravigliose sensazioni a me e spero che facciano lo stesso con qualcun altro che magari non li conosce. Sono stati gli altri a stabilire che si chiama Jazz, per me è solo musica. Quella bella però.

1. Miles Davis – Kind of Blue – 1959
Non c’è aggettivo in grado di descrivere la bellezza di questa musica. Inciso in soli due giorni è composto interamente dai brani scritti, da Miles Davis, poche ore prima delle sessioni e mai suonati prima di allora. Il jazz diventa modale e non ci sono più limiti all’espressione ed all’improvvisazione. “Kind of Blue” è una delle maggiori opere d’arte del ‘900.

Nota: Ho promesso a me stesso di non mettere altri dischi di Miles Davis in questa lista, ma un giorno farò una lista dedicata esclusivamente ai dischi di Miles Davis.

2. Keith Jarrett – Köln Concert – 1975
Uno dei più grandi pianisti del mondo, alle prese con un pianoforte difettoso, esegue uno dei concerti più belli della storia. La musica è spontanea, selvaggia ed essenziale. Un concerto sfavillante da togliere il fiato. Le imperfezioni creano il concerto perfetto, anche se può sembrare contraddittorio. Köln Concert è probabilmente il concerto per piano solista più ascoltato degli ultimi decenni e ha fatto la fortuna della casa discografica tedesca ECM. La popolarità non è necessariamente una nota positiva: in questo caso lo è.

3. John Coltrane – A Love Supreme – 1965
Una lunga, sublime, preghiera recitata con il sax. Il ritmo è scandito dalla batteria di Elvin Jones (un grandissimo). È uno dei dischi più venduti, celebrati e amati della storia. Essenziale.

4. Michel Petrucciani – Au Théâtre des Champs-Elysees – 1994
Un talento gigantesco condensato in un corpo minuscolo. Colpito alla nascita da una malattia genetica Michel Petrucciani era molto piccolo di statura. Per arrivare ai pedali del pianoforte era costretto a ricorrere ad un aparecchio speciale. Nonostante tutte queste avversità e il poco tempo che visse sulla terra, fece in tempo a diventare un colosso del pianoforte. Questo stupendo doppio CD, dal vivo, cattura tutto il talento di Petrucciani. Il brano d’apertura “Medley of My Favorite Songs” dura 40 minuti ed è un incredibile tour de force. Morì nel 1999 a soli 36 anni e ci manca tanto.

5. The Bill Evans Trio –Moon Beams – 1963
Le delicate armonie e il tocco leggero di Bill Evans, al pianoforte, hanno la stessa fragile qualità di un acquarello. “Stairway to Stars” è un gioiello di straordinaria bellezza. È il primo disco che Evans incise dopo la tragica morte del suo amico, il bassista, Scott La Faro e perciò c’è un senso di dolore che fa da sfondo a tutta l’incisione. Solo i grandissimi sanno trasformare il dolore in bellezza.

6. John Surman – Coruscating – 1999
Il polistrumentista e compositore inglese John Surman è forse più noto per le serenità delle atmosfere che sa creare. Qui stranamente le tinte sono più fosche e melanconiche, ma la bellezza è immutata. Un lavoro meditativo.

7. Charles Mingus – Pithecanthropus Erectus – 1956
Mingus era molto più di un musicista: era un’intellettuale a tutto tondo. Invece di scrivere libri, componeva delle grandissime partiture che hanno allargato i limiti dell’arte oltre gli aspetti estetici. Questo disco è, probabilmente, il primo capolavoro del compositore Mingus. La sociologia entra nella musica.

8. Oscar Peterson Trio – Night Train – 1963
È difficile seguire il ritmo di “Happy-go-lucky-local” senza schioccare le dita. L’immensa classe del pianista Oscar Peterson, accompagnato da una grandiosa sezione ritmica composta da Ray Brown e Ed Thigpen . C’è un’elegante cover di “Georgia on my mind” di Ray Charles e anche – solo sulla ristampa in CD – una sorprendente rivisitazione di “Volare” di Domenico Modugno. Questo è un vero capolavoro.

9. Sonny Rollins – Saxophone Colossus – 1956
Sonny Rollins generalmente non è annoverato tra gli innovatori del Jazz (come succede per esempio con Charlie Parker); ciò non significa che lui non sia uno dei più grandi sassofonisti di tutti i tempi. “Saxophone Colossus” è un album super classico che mostra le tante qualità di Rollins. Il pezzo più spettacolare è sicuramente “Moritat” di Kurt Weill (che poi altro non è che “Mack the knife” con il titolo originale).

10. Diana Krall – All For You – 1997
Un elegante omaggio al grande Nat “King” Cole da parte di una giovane star del Jazz. Diana Krall, accompagnata dal chitarrista Russel Malone e dal bassista Paul Keller, ci mette l’anima in ogni canzone. Qui c’è tutto il calore e la sensualità che mancano ai dischi successivi della Krall.

11. Carla Bley – Fleur Carnivore – 1989
Questa è una formidabile registrazione live della big band multinazionale di Carla Bley: la più divertente direttrice d’orchestra che esista. I fiati suonano splendidamente ed il lavoro dei solisti è fenomenale. La suite “Girl who cried champagne” dura diciassette minuti ed è magnifica. Il fiore carnivoro, del titolo, inghiottisce tutti con gioia.

12. Weather Report – Black Market – 1976
Quelli che amano mettere le etichette su tutto chiamano questa musica “Fusion” ovvero la fusione tra il Jazz e il Rock. I Weather Report, sono il più grande gruppo “Fusion” di tutti i tempi, specialmente in questa formazione che oltre al Joe Zawinul alle tastiere e Wayne Shorter al Sassofono include anche il bassista Jaco Pasturius. Le influenze africane si avvertono ovunque ed anticipano quella che anni dopo diventerà “World Music”(sempre per la gioia di etichettari). “Black Market” è un disco bellissimo con tre brani su tutti: “Elegant People”, “Three Clowns” e “Cannon Ball”(dedicato al Julian “Cannonball” Adderley scomparso l’anno precedente). Il pezzo più famoso dei Weather Report, “Birdland”, non è su quest’album ma sul successivo “Heavy Weather”. A parte questo dettaglio “Black Market” è il loro lavoro più compiuto.

13. Medesky Martin and Wood – Last chance to dance trance (Perhaps) – 1999
Questo incendiario trio deve molto a Miles Davis elettrificato. Sono famosi per le loro esibizioni dal vivo dove l’improvvisazione regna sovrana con ampio ricorso alle distorsioni ed ai pedali Wah-Wah. L’Organo Hammond di John Medeski è il loro segno distintivo. Questo CD è una “Greatest Hits” e fila che una meraviglia.

14. Madeleine Peyroux – Careless Love – 2004
L’incantevole voce di Madeleine Peyroux rievoca, inevitabilmente, quella di Billie Holiday. Il suono è elegante ed essenziale: piano, chitarra, contrabbasso e qualche sapiente tocco di spazzola qua e là. C’è una magnifica versione jazzata di “You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go” di Dylan e una cover di “Dance Me to the End of Love” di Leonard Cohen. L’atmosfera è avvolgente, il disco è delizioso.

15. Thelonious Monk – Alone in San Francisco – 1959
Tutti dicono che Thelonious Monk era uno dei più grandi improvvisatori del mondo, a punto tale che gli altri musicisti facevano fatica a seguirlo. Perciò sentire il pianoforte solista di Monk è sempre una bella esperienza. Oltre ai brani firmati Monk c’è una stupenda versione di “Remember” (di Irving Berlin).

16. Chet Baker – Let’s Get Lost – 1989
Let’s get lost: perdiamoci. Questa è la colonna sonora di un film semi-documentario sulla vita sregolata del trombettista Chet Baker. Quando l’album stato pubblicato, Baker era già morto da un anno. C’è del sentimento in ogni nota cantata ed in ogni fraseggio suonato. La musica è bellissima. La vecchia storia di perdersi per ritrovarsi. In questo caso ci si perde e non ci si trova più, ma va bene così …

17. Wynton Marsalis – Hot House Flowers – 1984
Il trombettista Wynton Marsalis è un superstar di Jazz dell’ultima generazione. Quando incise questo sublime disco aveva una ventina d’anni ma dimostrava già di essere un grande. È uno dei primi dischi Jazz che io ho ascoltato assiduamente. Non so se sembra così bello solo a me o se è bello per davvero.

18. Jimmy Smith – Organ Grinder Swing – 1965
Per quelli che amano il suono dell’organo Hammond, come me, non posso esimermi di aggiungere alla mia lista questo delizioso disco del maestro assoluto di questo strumento. Una volta si pensava che l’organo andasse bene soltanto in chiesa, jimmy Smith dimostrò che non era così. Qui ci sono anche Kenny Burrell (chitarra) e Grady Tate (batteria).

19. John Scofield – A Go Go – 1997
Dopo le collaborazioni con Miles Davis negli, anni ‘80, il chitarrista John Scofield ha pubblicato una serie di dischi interessanti negli anni ’90. A detta dei critici, questo disco (in compagna di quei pazzoidi di Medesky, Martin & Wood) è il migliore del lotto. Non so se è Acid Jazz (o che ne so io), in ogni caso è veramente bello. So che recentemente John Scofield è tornato ad incidere con MMW, io non ho sentito il disco ma si dice che sia bello.

20. Charlie Parker- The Definitive- 1945-53
Esistono degli eccellenti (e costosi) cofanetti che documentano il lavoro di “Bird” , ma è piuttosto difficile trovare un singolo disco in grado di dimostrare il valore che Charlie Parker ha avuto come l’innovatore e maestro assoluto del Jazz. Questa raccolta include 16 brani, provenienti dalle varie etichette, ed è una buona introduzione a Parker. Io sono fermo qui ma un giorno comprerò i cofanetti: Charlie Parker andrebbe conosciuto meglio.

“Se esprimi un desiderio è perché vedi cadere una stella, se vedi cadere una stella è perché guardi il cielo, e se guardi il cielo, è perché credi ancora in qualcosa...„
Bob Marley

 

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