Sono un divoratore onnivoro di musica. Preferisco il Rock americano senza fronzoli (leggi: Springsteen, Neil Young, Dylan, ecc … ), ma non disdegno nemmeno un Frank Sinatra d’annata o qualche bella canzone italiana magari cantata da Mina. In queste pagine vorrei presentarvi i dischi che ho amato e che continuo ad amare.
Dischi
The Boatman’s Call - Nick Cave & The Bad Seeds
Gio , 29 Marzo , 2007
Dieci anni fa usciva “The Boatman’s Call”, di Nick Cave, che per me è rimasto uno dei dischi più belli della storia. L’album parla delle relazioni finite, della nostalgia e del lato oscuro dell’amore. Il suono è asciutto ed essenziale come la fotografia di Anton Corbin che appare sulla copertina. C’è un immenso senso di perdita e di dolore. “Into My Arms”, il brano che apre il disco, è una delle più belle canzoni d’amore di sempre. Basta ascoltare il disco un paio di volte per capire che Nick Cave piange qualcuno che per lui è, metaforicamente parlando, morta. È strano a dirsi, ma ascoltare questa musica ha un effetto benefico: come se aiutasse a curare omeopaticamente il dolore che ognuno di noi può provare. Si dice che questo album sia stato ispirato dalla fine della relazione d’amore tra Cave e la collega Polly (P.J.) Harvey, anche se non è mai stata confermata dagli interessati.
Ho letto da qualche parte che “The Boatman’s Call” è il rumore di un cuore che si spezza.
La definizione è perfetta.
Titolo: The Boatman’s Call
Artista: Nick Cave & The Bad Seeds
Anno: 1997
Etichetta: Mute/Reprise
URL: http://www.nickcaveandthebadseeds.com/
20 Dischi Jazz
Lun , 19 Marzo , 2007Io sono un divoratore onnivoro di musica e non amo suddividerla in categorie. Per me esistono solo due tipi di musica: bella e brutta. Quella che segue è la mia personalissima lista dei dischi Jazz. Sono dischi che hanno trasmesso delle meravigliose sensazioni a me e spero che facciano lo stesso con qualcun altro che magari non li conosce. Sono stati gli altri a stabilire che si chiama Jazz, per me è solo musica. Quella bella però.
1. Miles Davis – Kind of Blue – 1959
Non c’è aggettivo in grado di descrivere la bellezza di questa musica. Inciso in soli due giorni è composto interamente dai brani scritti, da Miles Davis, poche ore prima delle sessioni e mai suonati prima di allora. Il jazz diventa modale e non ci sono più limiti all’espressione ed all’improvvisazione. “Kind of Blue” è una delle maggiori opere d’arte del ‘900.

Nota: Ho promesso a me stesso di non mettere altri dischi di Miles Davis in questa lista, ma un giorno farò una lista dedicata esclusivamente ai dischi di Miles Davis.
2. Keith Jarrett – Köln Concert – 1975
Uno dei più grandi pianisti del mondo, alle prese con un pianoforte difettoso, esegue uno dei concerti più belli della storia. La musica è spontanea, selvaggia ed essenziale. Un concerto sfavillante da togliere il fiato. Le imperfezioni creano il concerto perfetto, anche se può sembrare contraddittorio. Köln Concert è probabilmente il concerto per piano solista più ascoltato degli ultimi decenni e ha fatto la fortuna della casa discografica tedesca ECM. La popolarità non è necessariamente una nota positiva: in questo caso lo è.

3. John Coltrane – A Love Supreme – 1965
Una lunga, sublime, preghiera recitata con il sax. Il ritmo è scandito dalla batteria di Elvin Jones (un grandissimo). È uno dei dischi più venduti, celebrati e amati della storia. Essenziale.

4. Michel Petrucciani – Au Théâtre des Champs-Elysees – 1994
Un talento gigantesco condensato in un corpo minuscolo. Colpito alla nascita da una malattia genetica Michel Petrucciani era molto piccolo di statura. Per arrivare ai pedali del pianoforte era costretto a ricorrere ad un aparecchio speciale. Nonostante tutte queste avversità e il poco tempo che visse sulla terra, fece in tempo a diventare un colosso del pianoforte. Questo stupendo doppio CD, dal vivo, cattura tutto il talento di Petrucciani. Il brano d’apertura “Medley of My Favorite Songs” dura 40 minuti ed è un incredibile tour de force. Morì nel 1999 a soli 36 anni e ci manca tanto.

5. The Bill Evans Trio –Moon Beams – 1963
Le delicate armonie e il tocco leggero di Bill Evans, al pianoforte, hanno la stessa fragile qualità di un acquarello. “Stairway to Stars” è un gioiello di straordinaria bellezza. È il primo disco che Evans incise dopo la tragica morte del suo amico, il bassista, Scott La Faro e perciò c’è un senso di dolore che fa da sfondo a tutta l’incisione. Solo i grandissimi sanno trasformare il dolore in bellezza.

6. John Surman – Coruscating – 1999
Il polistrumentista e compositore inglese John Surman è forse più noto per le serenità delle atmosfere che sa creare. Qui stranamente le tinte sono più fosche e melanconiche, ma la bellezza è immutata. Un lavoro meditativo.

7. Charles Mingus – Pithecanthropus Erectus – 1956
Mingus era molto più di un musicista: era un’intellettuale a tutto tondo. Invece di scrivere libri, componeva delle grandissime partiture che hanno allargato i limiti dell’arte oltre gli aspetti estetici. Questo disco è, probabilmente, il primo capolavoro del compositore Mingus. La sociologia entra nella musica.

8. Oscar Peterson Trio – Night Train – 1963
È difficile seguire il ritmo di “Happy-go-lucky-local” senza schioccare le dita. L’immensa classe del pianista Oscar Peterson, accompagnato da una grandiosa sezione ritmica composta da Ray Brown e Ed Thigpen . C’è un’elegante cover di “Georgia on my mind” di Ray Charles e anche – solo sulla ristampa in CD – una sorprendente rivisitazione di “Volare” di Domenico Modugno. Questo è un vero capolavoro.

9. Sonny Rollins – Saxophone Colossus – 1956
Sonny Rollins generalmente non è annoverato tra gli innovatori del Jazz (come succede per esempio con Charlie Parker); ciò non significa che lui non sia uno dei più grandi sassofonisti di tutti i tempi. “Saxophone Colossus” è un album super classico che mostra le tante qualità di Rollins. Il pezzo più spettacolare è sicuramente “Moritat” di Kurt Weill (che poi altro non è che “Mack the knife” con il titolo originale).

10. Diana Krall – All For You – 1997
Un elegante omaggio al grande Nat “King” Cole da parte di una giovane star del Jazz. Diana Krall, accompagnata dal chitarrista Russel Malone e dal bassista Paul Keller, ci mette l’anima in ogni canzone. Qui c’è tutto il calore e la sensualità che mancano ai dischi successivi della Krall.

11. Carla Bley – Fleur Carnivore – 1989
Questa è una formidabile registrazione live della big band multinazionale di Carla Bley: la più divertente direttrice d’orchestra che esista. I fiati suonano splendidamente ed il lavoro dei solisti è fenomenale. La suite “Girl who cried champagne” dura diciassette minuti ed è magnifica. Il fiore carnivoro, del titolo, inghiottisce tutti con gioia.

12. Weather Report – Black Market – 1976
Quelli che amano mettere le etichette su tutto chiamano questa musica “Fusion” ovvero la fusione tra il Jazz e il Rock. I Weather Report, sono il più grande gruppo “Fusion” di tutti i tempi, specialmente in questa formazione che oltre al Joe Zawinul alle tastiere e Wayne Shorter al Sassofono include anche il bassista Jaco Pasturius. Le influenze africane si avvertono ovunque ed anticipano quella che anni dopo diventerà “World Music”(sempre per la gioia di etichettari). “Black Market” è un disco bellissimo con tre brani su tutti: “Elegant People”, “Three Clowns” e “Cannon Ball”(dedicato al Julian “Cannonball” Adderley scomparso l’anno precedente). Il pezzo più famoso dei Weather Report, “Birdland”, non è su quest’album ma sul successivo “Heavy Weather”. A parte questo dettaglio “Black Market” è il loro lavoro più compiuto.

13. Medesky Martin and Wood – Last chance to dance trance (Perhaps) – 1999
Questo incendiario trio deve molto a Miles Davis elettrificato. Sono famosi per le loro esibizioni dal vivo dove l’improvvisazione regna sovrana con ampio ricorso alle distorsioni ed ai pedali Wah-Wah. L’Organo Hammond di John Medeski è il loro segno distintivo. Questo CD è una “Greatest Hits” e fila che una meraviglia.

14. Madeleine Peyroux – Careless Love – 2004
L’incantevole voce di Madeleine Peyroux rievoca, inevitabilmente, quella di Billie Holiday. Il suono è elegante ed essenziale: piano, chitarra, contrabbasso e qualche sapiente tocco di spazzola qua e là. C’è una magnifica versione jazzata di “You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go” di Dylan e una cover di “Dance Me to the End of Love” di Leonard Cohen. L’atmosfera è avvolgente, il disco è delizioso.

15. Thelonious Monk – Alone in San Francisco – 1959
Tutti dicono che Thelonious Monk era uno dei più grandi improvvisatori del mondo, a punto tale che gli altri musicisti facevano fatica a seguirlo. Perciò sentire il pianoforte solista di Monk è sempre una bella esperienza. Oltre ai brani firmati Monk c’è una stupenda versione di “Remember” (di Irving Berlin).

16. Chet Baker – Let’s Get Lost – 1989
Let’s get lost: perdiamoci. Questa è la colonna sonora di un film semi-documentario sulla vita sregolata del trombettista Chet Baker. Quando l’album stato pubblicato, Baker era già morto da un anno. C’è del sentimento in ogni nota cantata ed in ogni fraseggio suonato. La musica è bellissima. La vecchia storia di perdersi per ritrovarsi. In questo caso ci si perde e non ci si trova più, ma va bene così …

17. Wynton Marsalis – Hot House Flowers – 1984
Il trombettista Wynton Marsalis è un superstar di Jazz dell’ultima generazione. Quando incise questo sublime disco aveva una ventina d’anni ma dimostrava già di essere un grande. È uno dei primi dischi Jazz che io ho ascoltato assiduamente. Non so se sembra così bello solo a me o se è bello per davvero.
18. Jimmy Smith – Organ Grinder Swing – 1965
Per quelli che amano il suono dell’organo Hammond, come me, non posso esimermi di aggiungere alla mia lista questo delizioso disco del maestro assoluto di questo strumento. Una volta si pensava che l’organo andasse bene soltanto in chiesa, jimmy Smith dimostrò che non era così. Qui ci sono anche Kenny Burrell (chitarra) e Grady Tate (batteria).

19. John Scofield – A Go Go – 1997
Dopo le collaborazioni con Miles Davis negli, anni ‘80, il chitarrista John Scofield ha pubblicato una serie di dischi interessanti negli anni ’90. A detta dei critici, questo disco (in compagna di quei pazzoidi di Medesky, Martin & Wood) è il migliore del lotto. Non so se è Acid Jazz (o che ne so io), in ogni caso è veramente bello. So che recentemente John Scofield è tornato ad incidere con MMW, io non ho sentito il disco ma si dice che sia bello.

20. Charlie Parker- The Definitive- 1945-53
Esistono degli eccellenti (e costosi) cofanetti che documentano il lavoro di “Bird” , ma è piuttosto difficile trovare un singolo disco in grado di dimostrare il valore che Charlie Parker ha avuto come l’innovatore e maestro assoluto del Jazz. Questa raccolta include 16 brani, provenienti dalle varie etichette, ed è una buona introduzione a Parker. Io sono fermo qui ma un giorno comprerò i cofanetti: Charlie Parker andrebbe conosciuto meglio.

Van Morrison at the Movies
Gio , 8 Marzo , 2007
Il connubio tra il cinema Hollywoodiano e la musica popolare è molto spesso una mera questione di marketing. Una canzone, piazzata strategicamente, all’interno di un film può lanciare nuovi artisti o dare linfa alle carriere morenti. Gli artisti scelti per le effettive capacità artistiche si contano sulle dita di una mano. Uno di questi artisti è indubbiamente Van Morrison. Grazie ad un immenso repertorio che verosimilmente elabora quasi tutte le sfumature dell’anima umana, il “Cowboy di Belfast” ha contribuito ad un incredibile numero di pellicole.
Recentemente è stata pubblicata una compilation che raccoglie molte delle canzoni di Van Morrison utilizzate nei film. È interessante notare che nessuna delle canzoni di Van Morrison, usate nei film, è stata appositamente composta per l’occasione. Scorrendo i titoli ho scoperto che possiedo quasi tutte le canzoni della compilation – sono un fan sfegatato di Van Morrison se non si era capito – così ho creato una play list con le canzoni del disco e l’ho ascoltato tutta d’un fiato.
Il risultato è un ottimo disco: raccomandatissimo a chi non possiede i brani originali o conosce poco Van Morrison. Ho notato che ricordo nitidamente molte delle scene associate a queste canzoni. Un modo differente, e divertente, di ascoltare delle canzoni amate e conosciute.
Questa è la lista dei brani e le pellicole dove sono stati utilizzati.
1. Gloria” ( con i Them) (da “The Outsiders”)
2. “Baby, Please Don’t Go” (con i Them) (da”Cuore Selvaggio”)
3. “Jackie Wilson Said” (da “Il Papa di Greenwich Village”)
4. “Domino (Live) (da “Fuori dal tunnel”)
5. “Moondance (Live) (da “Un Lupo Mannaro Americano A Londra”)
6. “Queen of the Slipstream” (da “Extreme Close-Up”)
7. “Wild Night” (da” Thelma & Louise”)
8. “Caravan” (Live with The Band – “L’ultimo Valzer”)
9. “Wonderful Remark” (da “Re per una notte”)
10. “Brown Eyed Girl” (da “Nato il 4 di luglio”)
11. “Days Like This” (da “Qualcosa è cambiata”)
12. “Into the Mystic” (Live) (da “Patch Adams”)
13. “Hungry for Your Love” (da “Ufficiale e Gentiluomo”)
14. “Someone Like You” (da “French Kiss” ma anche “Il Diario di Bridget Jones”)
15. “Bright Side of the Road” (da “ Febbre a ‘90”)
16. “Have I Told You Lately” (da “ Un giorno per caso”)
17. “Real, Real Gone” (da” Donovan Quick” Film TV)
18. “Irish Heartbeat” (with the Chieftains) (da “Amori e Imbrogli”)
19. “Comfortably Numb” (Live con Roger Waters - from The Wall Concert in Berlin) (da “The Departed”)
Titolo: At The Movies - Soundtrack Hits
Artista: Van Morrison
Anno: 2007
Etichetta: Emi
URL: http://www.vanmorrison.co.uk/
Back to Black - Amy Winehouse
Lun , 5 Marzo , 2007
In questi giorni sta impazzando sulle radio Italiane una bella canzone soul della cantautrice Inglese Amy Winehouse dal titolo “Rehab” e dal ritornello accattivante (“noooo, noooo, noooo” e “gooo, gooo,gooo”).
Prima che questa sproporzionata esposizione radiofonica ci faccia odiare il brano e la sua autrice (come spesso succede) tengo a precisare che la cantante in questione è veramente brava - al di là dei “Gooo, Gooo, Gooo” ed i “Nooo, Nooo, Nooo” – e che la sua canzone parla di un argomento serio e doloroso come la riabilitazione dalle sostanze (“Rehab” significa “riabilitazione” appunto). L’album che contiene il brano “Rehab” s’intitola “Back to Black” ed è un disco Soul di pregiatissima fattura.
“Back to Black” suona come i dischi Motown degli anni 60 ed è una grandissima raccolta. Si tratta di un lavoro adulto creato da una persona interessante, pur con mille problemi alle spalle, che forse proprio per questo motivo appare sincera ed affascinante.
Amy Winehouse, è bianca ma canta come una cantante di colore, i suoi testi sono dolenti e peccaminosi nella migliore tradizione della musica Soul. Gli arrangiamenti sono volutamente vintage e talvolta sono davvero gradevoli. Non sarei sorpreso di vedere Amy Winehouse sui palchi del Festivalbar durante la prossima estate (i soldi contano sempre), ma sappiate che lei è comunque una cantautrice di qualità .
Una vera artista.
Titolo: Back to Black
Artista: Amy Winehouse
Anno: 2006
Produttori: Mark Ronson, Salaam Remi
Etichetta:Island
URL:http://www.amywinehouse.co.uk/
Back To Mono: La musica di Phil Spector
Mer , 17 Gennaio , 2007
Harvey Phillip Spector (detto Phil Spector), è il principe dei produttori musicali. La sua musica fatta di massicce orchestrazioni, sovraincisioni, battiti di mani e corretti languidi ha fatto storia. Per un decennio, dalla fine degli anni 50 fino alla fine degli anni 60, è stato artefice di un incredibile numero di successi da classifica: Tutta musica leggera ed adolescenziale fatta apposta per gli adolescenti. Tre minuti e via. Le sue collaborazioni “alte” con i Beatles o i Ramones non sono state fruttuose: Paul Mc Cartney tuttora lo accusa di avere rovinato “The Long and Winding Road”. Lui ha offerto il meglio di se con i “suoi“ gruppi: Le Ronette, le Crystals o i Righteous Brothers. Lui è il maestro delle 45 giri da presa sicura. “Back to Mono” è una raccolta di tre CD che comprendono le migliori produzioni di Phil Spector da 1959 a 1969. Attraverso le canzoni che compongono questa raccolta, ci si riesce a rendersi conto dell’influenza che quest’uomo ha avuto sulla musica Pop da allora fino ad oggi. Il cofanetto contiene anche il famoso l’album natalizio di Phil Spector, un’altra gemma che viene da lontano. Questa è la musica che probabilmente vale poco, è roba dozzinale, come le caramelle. Ma le caramelle sono anche buone e vanno gustate e godute. Questo cofanetto è come una scatola piena di caramelle d’assaporare lentamente. Un fantastico libretto con i testi e le fotografie completa questa meraviglia. Un cofanetto per tutti gli amanti della musica Pop.
Titolo: Back To Mono (1959 - 1969)
Artista: Artisti Vari
Anno: 1991
Musicisti: The Teddy Bears, Ben E. King, Gene Petney, The Crystals, The Ronettes, The Righteous Brothers, Darlene Love, Ike & Tina Turner ed altri
Produttore:Phil Spector
Etichetta:abcko
Caroline Now!
Mar , 16 Gennaio , 2007
In questi giorni sto ascoltando in maniera quasi ossessiva un album tributo dedicato ai Beach Boys, uscito nel 2000, dal titolo “Caroline Now!”. Gli album “tributo” sono generalmente noiosi e per lo più poco convincenti, specialmente se sono composti dalle cover troppo uguali alle canzoni originali. Alla fine degli anni novanta c’è stato un periodo quando ogni giorno usciva un nuovo album tributo a qualche artista da Ivano Fossati ai Kiss. Sinceramente pochi di quegli album hanno lasciato traccia di se. Una delle eccezioni è questa raccolta dedicata alla musica di Brian Wilson ed I Beach Boys. “Caroline Now!” infatti, è molto di più di un semplice album tributo. Innanzitutto si tratta di un progetto artistico pensato e ragionato per anni. A quanto si dice la gestazione dell’album, ha richiesto circa tre anni di lavoro. Le canzoni poi non sono i soliti hit che uno ci si potrebbe aspettare, si tratta per lo più degli episodi minori e poco conosciuti. Neanche gli artisti coinvolti, salvo rari casi, sono degli artisti famosi. La soave alchimia sonora, le melodie compatte ed armoniose creano un’atmosfera leggera ed affascinante. Ad ascoltare il disco, tutto d’un fiato, sembra di sentire una sola canzone. Lo spirito di Brian Wilson ed i Beach Boys (post Pet Sounds) scorre in ogni singolo brano di questa raccolta. Tra gli artisti coinvolti vanno ricordati Belle and Sebastian, Norman Blake (Teenage Fanclub), St Etienne, Alex Chilton (Big Star), The Pastels e The High Llamas. Merita citazione anche il libretto, pieno di fotografie rare e bellissime, che accompagna questo CD.
Titolo: Caroline Now! - The Music of Brian Wilson and the Beach Boys
Artista: Artisti Vari
Anno: 2000/Ristampato nel 2006 in doppio vinile 33 giri
Musicisti: Eugene Kelly, Alex Chilton, Kim Fowley, Saint Etienne, Norman Blake, The High Llamas, The Aluminum Group, Eric Matthews ed altri
Produttori:Stefan Kassel & Frank Lähnemann
Etichetta:Marina Records
Last Man Standing
Lun , 6 Novembre , 2006
Lui non è il “Re” né il “Boss”.
Lui è il “ Killer”.
Lui è Jerry Lee Lewis, uno dei padri fondatori del rock, verosimilmente quello più ribelle, quello che ha applicato il “Rock & Roll” alla vita reale attraverso matrimoni scandalosi, divorzi devastanti, problemi con quasi tutte le leggi (penale, civile e tributaria), lutti dolorosi, successi folgoranti e fallimenti catastrofici. Oggi a settantun anni sonati è il nonno del Rock e si dice che sia diventato molto più tranquillo anche nella vita di tutti i giorni. Quando si mette al pianoforte, però, perde una cinquantina d’anni di colpo e scatena un’energia esplosiva che pochi giovani d’oggi sarebbero in grado d’eguagliare. L’ultimo disco di Jerry Lee Lewis s’intitola “Last man Standing” ed è un vero e proprio compendio della musica popolare americana degli ultimi cinquant’anni. Il disco è composto di ventuno brani in gran parte delle cover di Rock, Blues e Country. Ad accompagnare “The Killer” in questo lavoro ci sono degli artisti di prima grandezza che con la loro partecipazione glorificano il maestro, leggere i loro nomi in fila fa davvero paura: Jimmy Page, B.B King, Bruce Springsteen, Neil Young, Robbie Robertson, Mick Jagger, Ronnie Wood, John Fogerty, Keith Richards, Ringo Starr, Little Richard, Don Henley, Kris Kristofferson, Eric Clapton.
Il risultato è un disco variegato e divertente che alterna i momenti sublimi a qualche brutta caduta, come la vita di Jerry Lee appunto. Il disco si apre alla grande con una dichiarazione programmatica: “Rock & Roll” dei Led Zeppelin, con Jimmy Page in persona alla chitarra. Il pianoforte selvaggio di Jerry Lee dialoga con la chitarra di Jimmy Page sulle note della storica canzone degli Zeppelin. Due minuti tirati d’energia pura. “Pink Cadillac “(di e con Bruce Springsteen) è sporco e rudimentale, quasi garage, e sembra essere scritto apposta per Jerry Lee Lewis. Il Boss e il Killer offrono un’interpretazione degna della loro fama. Gli Stones si presentano in tre e suonano in due brani differenti, da una parte Mick Jagger e Ronnie Wood, in “Evening Gown”, un brano country firmato da Mick Jagger stesso, e dall’altra Keith Richards da solo in “ That Kind of fool”. Entrambe le canzoni sono molto belle e ben eseguite e ricordano gli storici brani country degli Stones. Neil Young appare in “You don’t have to go”, un classico Blues di Jimmy Reed nella versione stralunata. Il pianoforte detta i tempi e Neil ci mette pure un po’ di chitarra distorta, come sa fare lui, che non guasta. John Fogerty si esibisce in “Travellin’ Band”. È veramente difficile sentire il grande John Fogerty suonare in disco di qualcun altro, lui non è un musicista “prezzemolo” (come quelli che suonano con Zucchero per intenderci), se è qui vuol dire che ha grandissima stima per il padrone di casa e basta. Robbie Robertson e il suo “Twilight” sono una presenza d’alta classe. Ringo Starr canta e suona la batteria in “Sweet Little Sixteen” mentre i Beatles vengono omaggiati con “I saw her Standing there “ che è un fantastico duetto tra Jerry Lee e Little Richard. I due maestri del pianoforte rock al confronto. Eric Clapton è un gran chitarrista e il suo contributo è d’altissima classe, anche se lui è uno di quei musicisti “prezzemolo” che suonano con cani e porci ( Zucchero per fare un nome a caso…). L’unica presenza veramente superflua e spiacevole è quella di Toby Keith: un burino sudista testa di (metteteci la parolaccia che più vi garba) nonché sostenitore di Geroge W. Bush.
In conclusione “Last Man Standing” è un gran bel disco, una delle uscite più importanti dell’anno. Nonostante l’esercito dei musicisti fuori classe che vi partecipa è un disco di Jerry Lee Lewis a tutti gli effetti.
Se esistesse una scuola del Rock, questo disco sarebbe uno dei testi obbligatori su cui studiare.
Titolo: Last man standing
Artista: Jerry Lee Lewis
Anno: 2006
Musicisti: Jerry Lee Lewis(Pianoforte, Voce e Organo), Bruce Springsteen (Voce), Jimmy Page (Chitarra), Neil Young (Chitarra e voce), Mick Jagger (voce), Keith Richards (voce), Ronnie Wood (pedal steel guitar, )Ringo Starr (Voce e batteria), Eric Clapton (Chitarra), B. B. King (Chitarra), Robbie Robertson (Chitarra), Little Richard (Voce), Merle Haggard (Voce e Chitarra), John Fogerty (Voce), Buddy Guy (Voce e Chitarra), Kid Rock (Voce), Rod Stewart (Voce), Kris Kristoferson (Voce), Toby Keith (Shit!), Don Henley (voce), Willie Nelson (voce e chitarra), Jim Keltner (Batteria e Percussioni), Delaney Bramlett(Voce), Harold Hutchinson (Basso), Dave Woodruff (Sax) .
Produttore: Jimmy Rip
Etichetta:Artist First
If I could only remember my name
Lun , 25 Settembre , 2006
Oggi David Crosby è un signore obeso che ha già rischiato di morire più volte per cirrosi epatica e le altre malattie legate all’abuso della droga ed alcol. Ogni giorno è costretto ad assumere un numero indefinito di medicinali giusto per stare in piedi. Tanto tempo fa David Crosby era il simbolo della gioventù alternativa. Veniva dalle esperienze artistiche importanti con i Byrds e CSN&Y. Per il suo debutto da solista decise di dare voce a quelli che come lui sognavano l’amore libero e un mondo migliore con la fantasia al potere. Tutte idee ormai perdute e dimenticate. Questo album è il canto di cigno di una generazione che almeno per un po’ ha creduto di poter cambiare il mondo. Un capolavoro. L’album è costruito per essere ascoltato tutto d’un fiato, non ci sono bruschi cambiamenti d’atmosfera. Tutto il disco sembra una lunga canzone ipnotica. La comunità hippy di San Francisco è ben rappresentato: insieme al David Crosby suonano gente come Neil Young, Jerry Garcia, Joni Mitchell e Grace Slick.
Disco d’inarrivabile bellezza, “If I could only remember my name ” è una splendida testimonianza dei bei tempi andati. Le armonie vocali sono bellissime e non c’è un momento di debolezza. Dedicato a tutti i poveri illusi, di tutte le età, che vivono in giro per il mondo. Questo lo aggiungo io: un mondo diverso NON è possibile, dobbiamo tenerci questo qui.
Sorry David!
Titolo: If I could only remember my name
Artista: David Crosby
Anno: 1971
Musicisti: David Crosby(Chitarra e voce), Jerry Garcia (Chitarra), Phil Lesh (basso), Joni Mitchell (Voce), Graham Nash(Voce), Grace Slick(Basso, Voce), Neil Young (Chitarra e voce)
Produttore: David Crosby
Etichetta:Atlantic
Pet Sounds
Mer , 20 Settembre , 2006
Brian Wilson aveva solamente 23 anni quando cominciò a lavorare sul progetto di Pet Sounds. Nonostante la sua giovane età aveva già visto e capito abbast anza del mondo dello spettacolo nei precedenti quattro anni della sua attività con i Beach Boys. L’immagine felice ed spensierato dei Beach Boys, non corrispondeva a lui: Brian un ragazzo da spiaggia non lo era mai stato. Nel 1966 aveva già avuto sedici singoli nei primi quaranta posti di hit parade e aveva venduto vagonate di dischi. Poi una sera, durante uno degli innumerevoli concerti che i Beach Boys tenevano in quei tempi, era svenuto sul palco ed era stato esonerato di seguire il suo gruppo in tour. Finalmente solo e convalescente, senza il resto della band tra i piedi e con la sola collaborazione del fido amico Tony Asher, Brian poteva dedicarsi all’introspezione ed alla melanconia. Brian Wilson ci lavorò per sei mesi, utilizzò cinque studi di registrazione, il clavicembalo, effetti elettronici, un bel po’ di droga e incise da solo tutte le parti strumentali. Quando il resto del gruppo tornò a casa si trovarono di fronte ad un disco in pratica già pronto a cui mancavano solamente le parti cantate. La cosa suscitò qualche malumore poi il resto del gruppo accettò di aderire al progetto di Brian. Il fatto che l’album fosse concepito sotto l’effetto delle sostanze stupefacenti, era talmente evidente che la casa discografica Capitol, all’epoca, si oppose alla sua pubblicazione. Quando, dopo molte discussioni tra Brian Wilson e la Capitol, il disco fu pubblicato anche molti affezionati fan del gruppo si indignarono e l’album ebbe vendite modeste: è l’unico della discografia dei Beach Boys a non raggiungere il milione di copie vendute. Nonostante le iniziali critiche negative Pet Sounds è un album che sfiora la perfezione. Non si può chiamarlo ancora un “concept album” ma non è nemmeno una semplice raccolta dei successi. A distanza di quarant’anni dalla sua pubblicazione è ancora uno dei dischi più belli ed innovativi della storia. Le atmosfere rarefate e la delicatezza del suono non hanno risentito minimamente il passaggio del tempo. Molti artisti sono stati influenzati da questo disco: i Beatles di Revolver e Sgt. Peppers tra i primi, per non parlare dei R.E.M. che citano questo disco ad ogni occasione. Brian Wilson dopo questo disco ebbe molti problemi di salute e sparì da circolazione. Questo disco va ascoltato e riascoltato, ascoltato e riascoltato, ascoltato e riascoltato, ascoltato e riascoltato ….
Titolo: Pet Sounds
Artista: The Beach Boys
Anno: 1966
Musicisti: Brian Wilson ( Voce e tutti gli altri strumenti), Carl Wilson(Voce), Mike Love (Voce), Bruce Johnston(Voce), Al Jardine (Voce)
Produttore: Brian Wilson
Etichetta:Capitol
Forever Changes
Mer , 30 Agosto , 2006
All’inizio dell’agosto è morto Arthur Lee, leader e deus ex machina dei “Love”, un gruppo californiano che nel 1967 ha inciso uno di quei dischi che di diritto fanno parte della storia del Rock: “Forever Changes”. Un album di folk - Rock che esplora la psichedelia in modo originale, senza le chitarre elettriche in evidenza o trucchi da studio tanto in voga a quei tempi. I “Love” erano un gruppo multi razziale capace di mescolare elementi della Black music con sonorità latine e il folk di stampo britannico. Dopo due album, belli ma acerbi, incisi in rapida successione (“Love” e “Da Capo”) il gruppo arriva a questa terza prova che rappresenta la loro apice creativa e commerciale. L’album è stato registrato sotto effetto delle sostanze non propriamente legali, cocaina e LSD su tutte. La loro casa discografica Elektra, all’epoca era molto occupata a curare l’ascesa di un altro gruppo destinato a fare storia, con risultati commerciali ben più appaganti, vale a dire i Doors di Jim Morrison. Per questo motivo i “Love” da un lato hanno trovato un incredibile libertà creativa ma per contro non hanno avuto quella pubblicità che avrebbe esposto “Forever Changes” all’attenzione del grande pubblico. Così questo disco è rimasto un gioiello riservato a pochi. A distanza di quasi quarant’anni le canzoni suonano fresche e originali. Già con il brano d’apertura “Alone again or”, i “Love” provano nuove combinazioni: un motivo acustico fa da sottofondo ai ritmi ispanici in bilico tra il flamenco e il fandango. Gli arrangiamenti sono sempre curati, la calda voce di Arthur Lee si amalgama perfettamente con quella dell’altro chitarrista cantante, Bryan McLean. Lo spontaneo duello tra le chitarre nei brani ”A house is not a motel” e “Live and let live” sono altri momenti topici. L’avventura dei “Love” dopo questo disco non è stata lunga. La formazione originale dei “Love” di fatto si è sciolto nel 1968. Arthur Lee ha proseguito il proprio lavoro con altre formazioni sempre con il marchio “Love” senza riuscire a tornare a queste vette. Da segnalare, nella discografia successiva dei “Love”, il disco “False Start” del 1971 che contiene “Everlasting First” una composizione a quattro mani da Jimmy Hendrix e Arthur Lee . Nell’autunno del 1996 Arthur Lee è stato condannato a dodici anni di carcere per aggressione e possesso abusivo d’arma da fuoco. Dovette stare in galera fino al 2001. Durante tutto quel tempo non ha voluto avere contatti con esterno. Due dei suoi compagni della formazione originale dei “Love”, Maclean e Forssi, nel frattempo erano morti. All’uscita dal carcere nel 2002 Lee ha iniziato una nuova fase di carriera, premiata da buoni risultati, con il nome di “Love with Arthur Lee”. La leucemia diagnosticata nella primavera scorsa gli è stata fatale. “Forever Changes” è un disco da possedere, la versione più recente in CD contiene anche molti brani aggiuntivi e si trova facilmente a prezzo economico.
Titolo: Forever Changes
Artista: Love
Anno: 1967
Musicisti: Arthur Lee (Chitarra e Voce), Bryan Madean (Chitarra e Voce),
John Echols (Chitarra), Ken Forssi (Basso), Michael Stuart (Batteria)
Produttore: Arthur Lee, Bruce Botnick
Etichetta: Elektra
Link 1: http://en.wikipedia.org/wiki/Arthur_Lee_(musician)
Link 2: http://love.torbenskott.dk/