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21 feb 2010

IRM – Charlotte Gainsbourg

Charlotte Gainsbourg è figlia del poeta e cantante francese Serge Gainsbourg e dell’attrice e cantante inglese Jane Birkin. Naturalmente con una DNA così non poteva che fare l’artista nella vita e, sempre per via degli stessi geni, ha provocato inevitabilmente un po’ di scandali strada facendo. A parte il cognome importante, la sua notorietà, soprattutto al di fuori dei confini francesi, è legata alla sua attività di attrice e solo un anno fa è stata la protagonista del controverso “Antichrist” di Lars Von Trier. Lei è meno nota come cantante, anche se qualche anno fa ebbe un certo successo in Francia con un disco, prodotto da Nigel Godrich il produttore dei Radiohead . Perciò si può fare un paragone tra lei e le altre attrici che recentemente hanno cercato di passare dal cinema alla musica; in questo senso lo straziante album di Scarlett Johansson resta indimenticabile. Alla Gainsbourg invece la transizione è riuscita perfettamente. Il suo IRM è un lavoro personale, a partire dal titolo (è acronimo di MRI in francese) che ricorda le ore passate da Charlotte dentro una macchina per la risonanza magnetica in seguito ad un’emorragia cerebrale causata da un incidente con gli sci d’acqua. Nel brano omonimo si può sentire dei rumori industriali che ricordano questi macchinari ospedalieri. Il compare della Gainsbourg in quest’avventura è Beck, il rocker più alternativo ed eclettico che ci sia in circolazione, e questa collaborazione fa bene ad entrambi. Tutte le canzoni, tranne “Le Chat Du Café Des Artistes” che è anche l’unica interamente in francese del disco, sono firmati e prodotti da Beck. Naturalmente la musica che emerge da questa operazione ricorda fortemente i lavori di Beck, ma apporto di Charlotte nelle parti vocali rende il tutto decisamente più accessibile e aggiunge un tocco personale. C’è un po’ di tutto: musica elettronica, il pop, il rock e persino il blues (“Dandelion”). Questo mescolamento degli stili è un’altra caratteristica di dischi di Beck, ma la Gainsbourg in più occasioni ha sostenuto di avere avuto un ruolo attivo anche nella fase creativa del lavoro e non solo in quella esecutiva. Molti testi sono scritti sui suggerimenti della Gainsbourg e la cosa si nota. In ogni caso IRM è una bella raccolta che si fa ascoltare volentieri.

Titolo: IRM
Artista: Charlotte Gainsbourg
Anno: 2009
Produttore: Beck
Etichetta: Acoustic Disc/Because Music

[http://www.charlottegainsbourg.com/]

16 feb 2010

Scratch My Back – Peter Gabriel

Qui non ci sono chitarre, non si sentono tamburi rullanti, non c’è un basso pulsante ed i sintetizzatori sono banditi. La musica è intimista ed è costruita prevalentemente sugli strumenti ad arco con qualche tocco di pianoforte. Scorrendo i titoli mi sembra di riconoscerli, ma ciò che sento ha nulla a che fare con la musica che quei titoli mi ricordano. “Scratch My Back” è un disco di cover ma ancora di più è un disco di Peter Gabriel. Le sue reinterpretazioni differiscono dai pezzi originali sia in forma sia in sostanza. Nulla di ciò che si trova qui è già sentita. I brani messi in fila hanno una loro precisa logica e ad ascoltarli in questo modo sembra che siano sempre stati così. Eppure sono tutte canzoni più o meno conosciute e hanno una loro propria collocazione nella nostra memoria. “Heroes”, di David Bowie, che apre il disco è rallentata a punto tale da risultare completamente irriconoscibile se non fosse per il ritornello. Le parole arcinote del testo, senza che qualcuno ne avesse cambiato di una virgola, raccontano una storia completamente diversa: questa cosa è magica. La stessa cosa succede anche con le altre canzoni. “The Boy in The Bubble” di Paul Simon per gli argomenti che tratta e soprattutto per come viene interpretata suona attuale in modo stupefacente. “The Power Of The Heart” non è sicuramente il primo brano che viene in mente pensando alla immensa produzione di Lou Reed, come del resto la splendida “Philadelphia” non è la canzone più rappresentativa di Neil Young. Eppure entrambe sono perfette in contesto. L’elenco dei brani include altri mostri sacri (David Byrne e Randy Newman) senza dimenticare artisti più giovani come i Radiohead, Bon Iver e gli Arcade Fire. “Listening Wind”, dei Talking Heads, è racconto di un atto terroristico che nell’interpretazione di Gabriel assume toni caldi e drammatici. I Talking Heads narravano la stessa storia con elettronico distacco: qui sembra di assistere alla proiezione di un film, lì sembrava di guardare la televisione. In conclusione, Peter Gabriel è riuscito a creare qualcosa di originale senza inventare assolutamente niente di nuovo. Il segreto sta nella sua grande sensibilità d’artista e nella scelta accurata dei pezzi. Personalmente ho fatto fatica al primo ascolto di questo disco ma poi sono stato catturato. Si sa già che “Scratch My Back” sarà seguito da un album di canzoni di Peter Gabriel interpretate dagli artisti da lui citati in questo progetto e si sa anche che Bowie si è rifiutato e che sarà sostituito da Brian Eno. Comunque vada sarà una bella sfida.

Titolo: Scratch My Back
Artista: Peter Gabriel
Anno: 2010
Produttore: Bob Ezrin
Etichetta: Virgin

[http://petergabriel.com/]

2 feb 2010

Contra – Vampire Weekend

“Contra”, il secondo disco dei newyorchesi Vampire Weekend, prosegue i sentieri tracciati nel loro primo album e delinea chiaramente il loro progetto artistico. Le sonorità africane che avevano caratterizzato il loro primo lavoro qui diventano ancora più marcate. “Graceland” di Paul Simon è sicuramente un riferimento in questo senso. Questi figli di buona borghesia ebraica e frequentatori dei college dell’Ivy League, non sono interessati ai concetti di lotta di classe o le difficoltà quotidiane per guadagnare la pagnotta. Loro non fingono di essere ciò che non sono e di questo gliene va dato atto. Nelle loro canzoni si parla dei sentimenti e la confusione esistenziale di chi vive un’epoca che è sostanzialmente priva d’affetti. I testi possono sembrare banali o addirittura insensati – c’è l’orzata che fa rima con l’aranciata, per dirne uno – in realtà sono assai ricercati e complessi. Tutto è un affascinante gioco di accostamenti che inganna e confonde. Questa confusione è funzionale al progetto artistico dei “Vampire”. Una band dei fighetti newyorchesi che suona come un manipolo di Zulu è già un accostamento strano. Come è strana la ragazza bionda della copertina messa vicina al titolo che ricorda i ribelli Nicaraguensi. Un titolo che a sua volta potrebbe essere un omaggio ai Clash di “Sandinista”. I Clash che sono omaggiati, in persona di Joe Strummer, nella canzone “Diplomat’s Son”, figlio del diplomatico, come dire che anche lui a sua volta era un privilegiato se si vuole metterlo così. “Contra” è il primo album importante di quest’anno, anche se è stato registrato l’anno scorso, ed è un bel disco. Meglio non pensare troppo ai Clash, in ogni caso.

Titolo: Contra
Artista: Vampire Weekend
Anno: 2010
Produttore: Rostam Batmanglij
Etichetta: XL Recordings

29 dic 2009

I migliori dischi degli anni 2000

Per quanto mi riguarda questo che sta per finire non è stato certo un decennio felice. Se avessi potuto dormire dall’anno 2000 fino a questa mattina mi sarei risparmiato una marea di amarezze e delusioni. Purtroppo sono stato costretto a viverli questi anni maledetti e uno dei pochissimi piaceri che ho potuto avere dalla vita è stata la musica. Anche se devo ammettere che nemmeno in quel versante il decennio è stato esaltante.

Penso che l’evento musicale più importante di questi anni sia stata la scomparsa dei supporti fisici che di conseguenza ha decretato la scomparsa degli album così come li abbiamo considerati per una quarantina d’anni. Oggi ascoltiamo tante canzoni singole e le mescoliamo come ci piace. Mi capita sempre più di rado di ascoltare un album nella sua interezza mentre mi riempio le orecchie con ore di pezzi provenienti da tanti album diversi e scelti da un algoritmo casuale. In ogni caso quelli che seguono sono gli album che io giudico i migliori degli anni Zero. Dieci dischi erano pochi, venti dischi sarebbero stati troppi perciò elenco quindici dischi. La lista è personale, non ha alcun valore scientifico o artistico ma è un gioco che mi piace. Spero che i vostri anni Zero siano stati migliori dei miei e vi auguro grandiosi anni Dieci.

1. Warren Zevon – The Wind (2003)
L’uomo che per una vita aveva scherzato sulla morte ha la sventura di sapere che i suoi giorni stanno per finire entro pochi mesi. Invece di deprimersi decide di fare il disco migliore della sua vita. Così interpella i suoi amici – che si chiamano Bruce, Ry, Tom, Jackson e David – e registra un disco che è un inno alla vita. Con una versione beffarda e commuovente di “Knocking On heaven’s Door”. Indimenticabile.

2. Life, Death, Love and Freedom – John Mellencamp (2008)
Un ritratto duro, cupo e pessimista dell’America sotto George W. Bush. Qui un uomo cosciente della propria mortalità medita sull’amore, sulla morte e su tutto quello che ci sta in mezzo. Il suono è scarno e essenziale. La produzione è l’opera di T Bone Burnett, uno che sa il fatto suo.

3. Bruce Springsteen – The Rising (2002)
L’America è ferita e arrabbiata. Sono passati pochi mesi da quel maledetto giorno di Settembre e al primo posto della classifica c’è una canzone Country [“Courtesy of the Red, White, & Blue” di Toby keith] che esalta i sentimenti peggiori e auspica l’uccisione di tutti gli arabi con “l’asciugamano in testa”. A mettere a posto le cose e a dare una voce alla speranza ci pensa Bruce Sprigsteen: un artista con un’autorevolezza tale da non poter suscitare dubbi o equivoci. Il risultato del suo lavoro è “The Rising”, un disco che riconcilia in qualche modo gli americani con il mondo e il mondo con gli americani. Non è il disco migliore del Boss, neanche lontanamente, ma è uno dei più importanti.

4. A Rush of Blood to the Head – Coldplay (2002)
È inutile negarlo. I Coldplay sono il gruppo più importante del decennio. Sono gli unici, tra i nuovi gruppi, che hanno un indiscutibile peso commerciale, che riescono a sedurre le belle attrici e che sono capaci di riempire gli stadi. Qualche volta possono sembrare un po’ fragili ma non sono mai banali. Personalmente, fino ad oggi, non disprezzo nessuno dei loro dischi.

5. Ten New Songs – Leonard Cohen (2001)
Il frutto del sodalizio artistico tra Leonard Cohen e la cantante e produttrice Sharon Robinson è un magnifico disco che sfiora la perfezione in più di un suo momento. La voce di Cohen con gli anni migliora e diventa sempre più interessante. La musica è ipnotica e maestosa. È bellissima.

6. Illinois – Sufjan Stevens (2005)
Un “Concept Album” alla vecchia maniera. Tutte le canzoni seguono un filo logico e raccontano delle storie che riguardano lo stato americano del titolo. “Illinois” è il secondo episodio (il primo era “Michigan”) di un progetto complessivo di Sufjan Stevens che prevede cinquanta album ognuno dedicato a uno degli stati dell’unione. Ogni brano offre qualche sorpresa e tutti insieme suonano davvero bene. Gli arrangiamenti sono ricchi e deliziosamente delicati.

7. Funeral – Arcade Fire (2004)
Il titolo potrebbe ingannare gli sprovveduti, perché questo disco d’esordio dei canadesi “Arcade Fire” invece sprizza vitalità da tutti i pori. La ritmica è eccezionale e la progressione del discorso musicale è assolutamente originale e innovativa.

8. Back to black – Amy Winehouse (2006)
Le quotidiane disavventure di Amy Winehouse sono diventate ormai stucchevoli, ma lei è una cantante straordinaria e “Back to black” ne è l’inequivocabile dimostrazione. Tra tutti i dischi degli anni 0 è probabilmente quello che sarà ricordato più a lungo.

9. The ’59 Sound – The Gaslight Anthem (2008)
Ragazzini di New Jersey cresciuti a pane e Springsteen. Nelle loro canzoni si può percepire la concitazione primordiale del Rock, qualcosa che ultimamente si sente sempre meno in giro. Delle volte ricordano i “Clash” e nelle parole citano pari pari il Boss però rimangono originali ed energici. Loro sono la speranza per la sopravvivenza del rock classico.

10. American IV: The Man Comes Around – Johnny Cash (2002)
Negli anni 90 il produttore Rick Rubin ebbe la felice intuizione di liberare il grande Johnny Cash da tutti gli inutili orpelli County che impigliavano la sua musica piazzandolo di fronte a un microfono con solo una chitarra come l’accompagnamento musicale. Nel quarto volume della serie American Recordings, questo stile asciutto raggiunge il suo apice. Cash trasforma delle canzoni arcinote in qualcosa di mai sentita prima. “In My Life” dei Beatles, “Personal Jesus” dei Depeche Mode e soprattutto “Hurt” dei Nine Inch Nails nella voce di Cash acquistano una nuova essenza. Johnny Cash muore un anno dopo la pubblicazione questo disco, un fatto che ne accresce il valore spirituale a dismisura.

11. Broken Boy Soldiers – The Raconteurs (2006)
Jack White è sicuramente tra i musicisti che di più hanno caratterizzato gli anni zero. Dopo le ottime cose fatte insieme alla ex-moglie Meg sotto la bandiera di “The White Stripes” (leggi po-po-popopo- po…) lui ha dato via a una serie di progetti paralleli il più riuscito dei quali è sicuramente il supergruppo “The Raconteurs”. Il loro disco di debutto, questo “Broken Boy Soldiers”, offre un Rock elettrizzante, grezzo e low fi. Tutto registrato in presa diretta e senza fronzoli.

12. By The Way – Red Hot Chili Peppers (2002)
Dopo i fasti di “Californication” i RHCP sfornano il loro disco più accessibile di sempre. La musica pur essendo più melodica del solito è graffiante più che mai. Anche qui la produzione è di Rick Rubin.

13. Canzoni a manovella – Vinicio Capossela (2000)
In alcuni momenti ricorda Tom Waits, ma rimane un lavoro assai originale. In Italia un disco così bello non si sentiva da anni e non si è sentito neanche dopo.

14. West – Lucinda Williams (2007)
Non capirò mai il meccanismo per cui gli eventi spiacevoli finiscono a ispirare le cose più belle. Lucinda Williams qui canta la fine di un amore e la perdita di una persona cara senza piangersi addosso, con dolcezza e con grande classe. Alle chitarre ci pensa Bill Frisell e ciò non è un dettaglio secondario.

15. Vampire Weekend – Vampire Weekend (2007)
Qui ci sono un po’ d’idee nuove e qualche interessante contaminazione. Loro sono bianchi, giovani e newyorchesi ma nella loro musica si avvertono delle sonorità africane rivedute e corrette. Certe volte virano verso Ska e Reggae e in altri momenti richiamano in memoria la New Wave stile Talking Heads. Il risultato è apprezzabile. In altre epoche sarebbero passati inosservati, ma di questi tempi è tutto grasso che cola.

4 ott 2009

Live from Madison Square Garden – Eric Clapton & Steve Winwood

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Eric Clapton è un artista che mi esalta e mi deprime nella stessa misura. Di sicuro lui è uno dei chitarristi più grandi del mondo, di sicuro è uno di quelli che hanno stabilito le regole del Rock e solo per questo merita rispetto e l’eterna ammirazione. Però dove mettiamo Clapton manierista, inconcludente, furbo e, nei suoi momenti peggiori, “inutile” che ha inondato gli scaffali dei negozi con dischi a dir poco brutti?

Morale della favola: è lecito dubitare di Eric Clapton, eccome.

Per i motivi menzionati non sarei mai andato da solo a comprare questo doppio CD dal vivo che documenta tre concerti di Eric Clapton con Steve Winwood a Madison Square Garden di New York nel 2008. Sarebbe stato un vero peccato, perché avrei perso qualcosa di splendido. Per fortuna il disco mi è stato regalato e così non ho perso l’occasione. Qui il “Mano lenta” è di nuovo grande e grazie alla vicinanza di Winwood, un musicista un po’ meno miliardario ma più affidabile di lui, torna nei ranghi che gli competono di diritto. Qui c’è il Blues, suonato come dio comanda, il Rock più classico e una passione per la musica che non capita di sentire tutti giorni. Ogni nota è perfetta. Clapton è al top e fa delle cose pazzesche. Winwood, dal canto suo, ci mette alcune canzoni memorabili che portano la sua firma e la sua incontestabile bravura alle tastiere è roba che deve essere portata come esempio nell’università del rock.

Clapton e Winwood, già amici e compagni d’avventura ai tempi di Blind Faith (una “Superband” che più “Super” non si può) alla fine degli anni sessanta, qui rivisitano i loro vecchi successi, ci aggiungono qualche standard di Blues e una forte dose di Hendrix. Il risultato è sempre ottimo e in qualche momento eccellente. Le esecuzioni sono così ben fatte che persino una canzone fragile come “Forever Man” – di Clapton anni 80 – ne esce solida e luccicante come un brano classico e senza tempo.

“Live from Madison Square Garden” è un lavoro bellissimo che dimostra la vera statura artistica di due icone del Rock come Clapton e Winwood. Non ci sono smancerie o furberie. Questa è grande musica da gustare e da assaporare nota per nota.

15 apr 2009

Astral Weeks Live at the Hollywood Bowl – Van Morrison

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Van Morrison dal vivo non è mai una garanzia assoluta: di sicuro è capace di suonare meglio di chiunque altro ma il suo carattere, mutevole e irascibile, ha finito per rovinare più di una delle sue esibizioni. La stessa incostanza ha caratterizzato in qualche modo anche la produzione dei dischi dal vivo, dove su tre album ufficiali due sono splendidi (“It’s too late to stop now”, “A Night in San Francisco”) e uno è decisamente sottotono (“Live at the Grand Opera House Belfast”). Insomma l’annunciato arrivo di un nuovo disco dal vivo non significava automaticamente che stesse per arrivare un grande disco, anche se le premesse erano ottime. Invece il disco che celebra il quarantesimo anniversario di “Astral Weeks” soddisfa tutte le attese e va anche oltre. “Astral Weeks Live at the Hollywood Bowl”, ci consegna un Van Morrison rigenerato che non si limita semplicemente a eseguire tutti i brani del celebre disco in fila ma che li rilegge in una forma più attuale e aggiornata. Questo doppio CD, registrato nel corso di due serate nel novembre 2008, ha un suono assai compatto e fluido. L’approccio è del tipo jazzistico, con l’orchestra che crea il tappeto sonoro per il passaggio del solista di turno. Van, dal canto suo, approfitta di questo meccanismo per rivedere gli arrangiamenti lasciando ampio spazio all’improvvisazione e alla creatività dei musicisti. Questa particolarità evoca lo spirito libero e contemplativo di “Astral Weeks” ed è un dettaglio importante. Tra i musicisti presenti nella numerosa orchestra il nome che più salta all’occhio è quello di Jay Berliner, il chitarrista che suonava anche in disco originale. Nella scaletta, oltre ai brani di “Astral Weeks”, ci sono altre due canzoni affini nella forma e nello spirito: “Listen To The Line” e “Common One”. Questo disco è vero Van Morrison come non ci capitava di sentire da molti anni; è bello e intenso in altre parole è mistico come “Astral Weeks”. Non si può domandare di più.

Thank you Van.

2 mar 2009

No Line On The Horizon – U2

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Io ho dei vividi ricordi di alcuni brani degli U2: un tuffo al cuore con “One”, un’incredibile iniezione d’adrenalina con “Sunday Bloody Sunday”, una piacevole vertigine con “Bullet The Blue Sky” e via dicendo. La mia passione per il rock è nata e cresciuta anche grazie a loro che a tutti gli effetti possono essere considerati l’ultima grande band del mondo, l’ultima di cui si conosce il nome di tutti i componenti, come seppe sottolineare Springsteen introducendoli nella “Rock and Roll Hall of Fame”. Per tutti questi motivi, ritengo di essere un loro ammiratore certo non un fanatico. Adesso il problema sta nel fatto che avendo tutti questi ricordi importanti a ogni loro nuova uscita discografica io ho molte aspettative. Devo dire che stavolta l’orribile singolo “Get On Your Boots” aveva già ridimensionato le mie attese e trovarmi tra le mani un disco che non è completamente una ciofeca, può essere considerato una buona notizia.

“No Line On The Horizon”
è un album senza infamia e senza lode. Le sonorità sono curate, d’altro canto nel progetto sono coinvolti tre dei migliori produttori del mondo (Brian Eno, Daniel Lanois e Steve Lillywhite) e si sente, purtroppo ciò che manca è l’anima. Si era favoleggiato di un disco sperimentale, invece tutto è scontato e convenzionale. Questa non è necessariamente una nota di demerito, credo che a tanti fan degli U2 la loro musica piaccia così come è. Il problema, come ho già detto, è la mancanza dell’anima, delle idee e delle cose da dire. I testi sono spesso infantili, qualche volta auto-parodistici se non addirittura ridicoli: per esempio quando vengono citati i comandi del sistema operativo Mac OS in “Unknown Caller” (Force quit and move to trash).

Il brano migliore è sicuramente il meditativo “Cedars Of Lebanon” che chiude l’album ed è fatto talmente bene, sia come testi sia come musica, che fa nascere il rammarico per ciò che questo disco avrebbe potuto essere ma che purtroppo non è.

In conclusione, questo disco suona bene come musica “usa e getta”, venderà una marea come sempre e tra un po’ di tempo lo dimenticheremo completamente (do you remember ”How To Dismantle An Atomic Bomb” ?). Per ricordarci degli U2 abbiamo altri dischi e penso che quelli basteranno.

9 dic 2008

Enfants d’hiver – Jane Birkin

È stata una delle donne più affascinanti del mondo. Oggi, a 62 anni, ha ancora una classe che le odierne sciacquette se la possono solo sognare. Jane Birkin ha recentemente pubblicato un disco assai gradevole che s’intitola “Enfants D’hiver” (Bambini d’inverno). Si può ascoltarlo qui.

[http://www.janebirkin-lesite.com/]

27 set 2008

20 Dischi Live

Recentemente ho avuto la sventura di sentire la vera voce di Britney Spears dal vivo, e questo mi ha ricordato, in un solo colpo, tutti gli artisti che invece sanno cantare e suonare davvero. Perciò ho buttato giù questa lista dei dischi dal vivo che io amo per esorcizzare la Britney e compagna bella. Questi dischi, naturalmente, sono quelli che piacciono a me e non “i migliori dischi live della storia”. Ci sono altri dischi che potevano stare qui dentro ma siccome volevo stare nei 20 dischi, li ho lasciati fuori. La numerazione della lista non serve per stabilire che un disco è meglio di un altro; serve solo per fare un po’ di ordine.

 

 

1. Weld – Neil Young & Crazy Horse – 1991
L’esagerata distorsione delle chitarre e il rumore selvaggio suonano assurdamente armoniosi. Neil Young attacca la spina e scarica milioni di decibel sugli altoparlanti. I tempi sono dilatati e la temperatura è elevatissima. I brani classici ci sono tutti: “Cortez The Killer”, “Powderfinger”, “Tonight’s The Night ” e via dicendo. Nonostante l’apparente disordine, non c’è nemmeno una nota fuori posto.

 

 

2. At Fillmore East – The Allman Brothers Band – 1971
Un grande gruppo che viene dal sud con due batterie e due chitarristi talentuosi come Duane Allman e Dickey Betts. La banda dei fratelli Allman è dedita all’improvvisazione e questo loro viaggio tra il rock e il blues, con sconfinamenti nel Jazz, è una delle cose più sfavillanti mai ascoltate. I brani chilometrici come “In Memory of Elizabeth Reed” e “Whipping Post” evidenziano la bravura e la creatività dell’intero complesso. Pochi mesi dopo la pubblicazione di questo album, Duane Allman rimase vittima di un fatale incidente motociclistico. Queste esibizioni sono speciali anche per questo motivo, purtroppo.

 

 

3. Live At Royal Albert Hall – The Who – 2003
Il disco dal vivo più famoso degli Who è il mitico “Live at Leeds” che è riconosciuto unanimemente, e giustamente, come uno dei più grandi album live della storia. “Live At Royal Albert Hall” è registrato nel 2000, ed è probabilmente meno bello di “Live at Leeds” ma è in compenso più veloce e ha un suono più aggiornato. Qui ci sono tante canzoni stupende. Si possono ascoltare gioielli come “Baba O’Riley” con tanto di violino, “So Sad About Us” in versione acustica e “5.15” in versione extra-long. Ci sono anche diversi ospiti illustri come Paul Weller e Eddie Vedder. Al posto del compianto Keith Moon, uno dei più grandi batteristi della storia del rock, c’è Zak Starkey, il figlio di Ringo Starr, che si dimostra all’altezza del compito. Sempre parlando delle persone scomparse, questa è anche una delle ultime esibizioni documentate del grandissimo John Entwistle al basso.

 

 

4. Live Bullet – Bob Seger & The Silver Bullet Band – 1976
Il cantore del Rock della classe operaia, Bob Seger, si esibisce di fronte alla calda platea di Cobo Hall di Detroit in Michigan, il suo stato d’origine. Ciò che stupisce non è solo la bellezza delle canzoni, ma l’intensità della performance nel suo insieme. Un classico.

 

 

5. Live at the Harlem Square Club – Sam Cooke – 1963
In questo club di Miami va in scena il Soul, la musica dell’anima. Il maestro cerimoniere è Sam Cooke, uno dei primi artisti a essere passato dal gospel alla musica pop: dal sacro al profano. Il concerto dura poco più di mezz’ora, ma è indimenticabile in ogni senso. La gioia sfrenata delle canzoni come “Twistin’ the Night away” esalta il pubblico fino a farlo diventare parte integrante dello spettacolo come fosse uno strumento musicale. Un paio d’anni dopo sarà ucciso per mano di un’amante, ma Sam Cooke canta come se dovesse vivere per sempre.

 

 

6. 1,2,3 Soleils – Rachid Taha, Khaled e Faudel – 1999
L’orgoglio di un popolo maltrattato si trasforma in musica. Gli Algerini di Francia cantano e ballano al suono del Raï, la loro musica d’elezione, e il loro entusiasmo è contagioso. Sul palco ci sono i tre massimi rappresentanti della musica algerina: il giovane Faudel, l’eclettico Rachid e il maestro Khaled. Non serve capire le parole, il ritmo è primordiale e va diritto al cuore.

 

 

7. Aloha from Hawaii: Via Satellite – Elvis Presley – 1973
Il look eccentrico e il tuono melodrammatico non devono ingannare, perché Elvis sta facendo grande musica e canta come nessun altro. Forse non è più il rocker di un tempo, ma il re è sempre lui. Basta ascoltarlo mentre passa, con disinvoltura e classe, da un genere musicale all’altro per capire il motivo. I brani come “It’s Over” o “American Trilogy” sono da brivido. Il concerto era originariamente trasmesso in TV via satellite, come dice il titolo.

 

 

8. It’s Too Late To Stop Now – Van Morrison – 1974
Questo straordinario doppio album, registrato tra Londra e Los Angeles nel 1974, cattura Van Morrison in uno dei momenti migliori della sua carriera. Ad accompagnare l’artista Irlandese c’è la Caledonia Soul Orchestra, una band affiatata e affollata con tanto di sezione d’archi e fiati. Tra questi musicisti c’è anche uno dei suoi più fedeli compari, John Platania alla chitarra. Accanto ai classici del repertorio Morrison si possono ascoltare degli standard di blues (“Help Me”, “I Just Want to Make Love to You”) e R&B (“Bring It On Home to Me” di Sam Cooke). Dagli esordi con i Them arrivano “Gloria” e “Here Comes the Night” che vanno ad aggiungersi alle versioni scintillanti dei grandi successi come ”Domino” e “Caravan”. La finale è tutta per “Cyprus Avenue” che fa venire la pelle d’oca per quanto è bella.

 

 

9. The Name of This Band Is Talking Heads – Talking Heads – 2004
Il titolo serve per far capire che il nome del gruppo è “Talking Heads” e non “The Talking Heads”: uno di quei giochetti sottili che piacciono tanto a David Byrne. Il materiale presentato in questo doppio CD non proviene da un unico concerto, ma da una serie di esecuzioni, in varie località, tra il 1977 e il 1981. Il repertorio è quello dei primi quattro album in studio, perciò la qualità è sempre altissima. Il quartetto occasionalmente si espande, con aggiunta dei coristi e percussionisti, fino ad arrivare a una dozzina di elementi. I ritmi africani sposano il minimalismo e le nevrosi Newyorkesi. Un po’ cerebrale e un po’ viscerale, è una raccolta da non perdere.

 

 

10. 4 Way Street – Crosby, Stills, Nash & Young – 1971
Quattro personalità diverse e quattro differenti modi d’intendere la musica s’incrociano e si completano. Neil Young sovrasta gli altri con il materiale proveniente dal proprio repertorio solista; “Cowgirl In The Sand” e soprattutto “Southern Man” sono i momenti migliori dell’intero set. La presenza ingombrante del canadese, tuttavia, non sminuisce il valore degli altri: Stills risponde con la lunga e stupenda “Carry On”, Graham Nash con la pedagogica “Teach your Children” e David Crosby con la peccaminosa “Triad”. Le rivalità per il momento sono accantonate in favore dell’armonia e il piacere di suonare insieme. Tutto è troppo bello perché duri, poco dopo, infatti, ognuno andrà per la propria strada. Da questo loro momento magico, restano queste registrazioni che raccontano le utopie di una generazione e un sogno chiamato West Coast.

 

 

11. The Bootleg Series Vol. 4: Bob Dylan Live 1966, The “Royal Albert Hall” Concert – Bob Dylan – 1998
Bob Dylan reclama la propria autonomia come artista. Lui ha altre idee per la testa e decide di andare per la propria strada e decide di farlo in modo più chiassoso possibile. Il pubblico è un po’ frastornato e un po’ ostile. Da queste premesse nasce questo storico concerto che in qualche modo certifica la nascita del rock: una musica più adulta del rock & roll e più profonda del pop adolescenziale. I complici del misfatto sono gli Hawks che presto cambieranno il loro nome in “The Band”. Diviso in due set, uno acustico e uno elettrico, questa splendida esibizione non ha imperfezioni o momenti di debolezza. Il concerto si svolge in realtà a Manchester, ma i pirati che hanno distribuito il disco per primi, e illegalmente, hanno indicato erroneamente Londra.

 

 

12. "Live" Full House – J. Geils Band – 1972
La vera essenza del Rock & Roll concentrata in una registrazione piena di gioia di vivere e divertimento. Mentre il cantante Peter Wolf istiga la gente a partecipare alla festa, la chitarra del titolare dell’azienda, Jerome Geils, ingaggia duelli mozzafiato con l’armonica di “Magic Dick” Salwiz. Qui c’è del grandissimo Blues con brani come “Homework” (di Otis Rush) e “Serves You Right to Suffer” (di John Lee Hooker). La combinazione delle carte da gioco illustrata sulla copertina non è un Full, come è dichiarata nel titolo “Full House”, ma un Tris semplice. Questo dettaglio ha poca importanza perché con questo disco si vince sempre.

 

 

13. Live at Luther College – Dave Matthews and Tim Reynolds
Una Rockstar abituata agli stadi e alle arene affollate, si esibisce in una sala piccola e in compagna di un amico chitarrista. Il set è totalmente acustico e comprende delle canzoni splendide provenienti dal catalogo di Dave Matthews Band (“Satellite” e “Crash into me” per citarne due) accanto ai brani ancora inediti al momento della pubblicazione. L’alchimia tra i due protagonisti è totale, Dave Matthews canta veramente bene, mentre la performance di Tim Reynolds alla chitarra rimane indimenticabile.

 

 

14. Live/Dead – The Grateful Dead – 1969
La reputazione dei Grateful Dead, sin dai loro inizi, è legata alla loro attività concertistica. Per quasi trent’anni, questi alfieri di psichedelia hanno “allargato la coscienza” dei milioni di fan riempiendo stadi e arene a ripetizione. Dalle loro leggendarie esibizioni sono state tratte decine, se non centinaia di dischi singoli, doppi, tripli e quadrupli. “Live/Dead”, registrato al San Francisco nel 1969, oltre a essere il primo di questi album è probabilmente uno dei migliori; con brani fluviali che non seguono schemi e lasciano ampio spazio alla creatività e all’improvvisazione. Con i Dead si sa da dove si parte, ma non si sa né dove né quando si arriva. Il viaggio in ogni caso è sempre bello.

 

 

15. A Little South of Sanity – Aerosmith – 1988
Erano l’incarnazione del sesso, droga e Rock & Roll negli anni 70. Poi hanno esagerato e sono finiti praticamente sotto il ponte. Dopo una decina d’anni, passati a ripulirsi, sono tornati alla grande. La loro musica, una miscela tra il blues e l’hard Rock, è puro intrattenimento. Gli Aerosmith dal vivo sono una bomba. Steven Tyler è un autentico animale da palcoscenico e sprizza energia da tutti i pori.

 

 

16. Dal Vivo (Vol.1/ Vol.2 /Vol.3) – Ivano Fossati – 1993, 2004
Ok, questi sono tre dischi, ma sono perfettamente interscambiabili tra di loro. I primi due risalgono a 1993 e sono registrati a Cremona, con una band in stato di grazia, e un repertorio che mostra tutta la bravura di Fossati sia come autore che come interprete. Il terzo volume invece documenta l’attività concertistica del cantautore Genovese a un decennio di distanza dai predecessori con delle atmosfere più acustiche e intimiste. Ripercorrere la storia artistica di Ivano Fossati attraverso queste canzoni è sempre bello.

 

 

17. Concerti – Paolo Conte – 1985
Tra le dolcezze di Harry’s Bar e le tenerezze di Zanzibar c’è questo delizioso album di Paolo Conte che mette in fila molti dei suoi successi dal vivo. Gli arrangiamenti sono assai curati e passano per le mani dei musicisti di valore assoluto. Tutto è spontaneo e mai scontato. L’avvocato di asti descrive la Parigi in quattro parole. Sembra di vedere una mostra di disegni ad acquarello.

 

 

18. Get Yer Ya-Ya’s Out! – The Rolling Stones – 1970
Gli Stones hanno un nuovo chitarrista, Mick Taylor, e sono in forma smagliante. L’anno è il 1969, il luogo è Madison Square Garden di New York. Il repertorio deriva in gran parte dai loro precedenti due album in studio, “Beggars Banquet ” e “Let it bleed”, universalmente riconosciuti come due dei più grandi dischi di sempre. Scusate se è poco.

 

 

19. Rewind – Vasco Rossi – 1999
L’unico rocker che preferisce l’amaro Montenegro al Jack Daniels, ovvero l’unico vero rocker che c’è in Italia. La musica di Vasco sarà casereccia ma è trascinante. Alcune sue canzoni poi vanno cantate a squarciagola soprattutto in macchina (e al semaforo ti prendono per pazzo). Qui ci sono alcune di queste: “Ormai è tardi”, “Siamo solo noi”, “Senza Parole” e “Vita spericolata” per non parlare delle perle dimenticate come “Valium” e “Jenny è pazza”.

 

 

20. Live in The Promised Land / Hammersmith Odeon London ‘75 – Bruce Springsteen & The E Street Band – 1978 / 2005
Bruce Springsteen è uno dei più grandi interpreti del rock dal vivo. Forse il più grande che ci sia mai esistito. I suoi leggendari concerti da oltre trent’anni regalano emozioni forti e mandano in visibilio milioni di fan in tutto il mondo. Eppure la discografia ufficiale del Boss non include dischi dal vivo in grado di trasmettere il calore e l’intensità delle sue esibizioni in modo appropriato. La proverbiale cura minuziosa che Bruce ci mette a preparare i suoi lavori, paradossalmente, ha finito per penalizzare la trasposizione dei suoi concerti sul disco. Gli episodi live della discografia suonano generalmente un po’ freddi e mancano di spontaneità. Intendiamoci, sono tutti dischi bellissimi ma chi ha visto Bruce dal vivo sa che manca qualcosa. I bootleg, che sono assai poco curati, invece documentano i concerti così come sono, le imperfezioni e le pause comprese. “Live In The Promised Land”, purtroppo, è un bootleg e racconta Bruce e la banda all’apice della loro forza espressiva e in un momento magico della loro esistenza. La registrazione risale al “Darkness Tour” del 1978 al “Winterland” di San Francisco. Il natale è vicino perciò la banda aggiunge qualche regalo natalizio (la versione rock di “Santa Claus is Coming to Town” con Clarence vestito da babbo natale) alla già incredibile scaletta. La qualità del suono non è granché, ma questo non conta. Ciò che è importante è l’energia, l’atmosfera e i battiti del cuore. Bruce oggi è ancora bravo, probabilmente più bravo di allora, ma la magia di quei concerti è ineguagliabile.

 

 

L’unico disco della discografia ufficiale di Bruce che rende realmente giustizia al suo autore è il magnifico “Hammersmith Odeon London ‘75”, che conserva intatto la magia del primo concerto europeo della E Street Band. Speriamo che Bruce decida di fare la stessa operazione con i concerti del 78 e anche con gli altri tour.

10 giu 2008

I Know You’re Married But I’ve Got Feelings Too – Martha Wainright

Il romanticismo, in questi anni maledetti, è un’esperienza dolorosa. Lo sa bene Martha Wainright, cantautrice statunitense e sorella del più celebre Rufus, che ha appena pubblicato un album pieno di romanticismo e perciò colmo di dolore. “I Know You’re Married But I’ve Got Feelings Too “ è un disco bello che colpisce per la sua franchezza e per la sua visione femminile dell’amore.

La musica non è triste: le atmosfere ricordano lontanamente Kate Bush degli anni 80 e sono godibilissime. Tra le canzoni da segnalare c’è il duetto con il fratello Rufus (The Tower), una cover degli Eurythmics (Love is a stranger), una dei Pink Floyd (See Emily play) e l’intenso pezzo d’apertura (Bleeding All Over You). Tutto il disco è comunque molto bello ed elegante.

Martha Wainright dimostra di possedere notevole talento e sensibilità. Lei non ha solo delle belle gambe, ma anche una testa fina, che come si sa, può essere molto sexy.

Potete ascoltare il disco anche online sullo spazio MySpace di Martha Wainright [Qui].

[http://www.marthawainwright.com/]

“Se esprimi un desiderio è perché vedi cadere una stella, se vedi cadere una stella è perché guardi il cielo, e se guardi il cielo, è perché credi ancora in qualcosa...„
Bob Marley

 

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