Sono un divoratore onnivoro di musica. Preferisco il Rock americano senza fronzoli (leggi: Springsteen, Neil Young, Dylan, ecc … ), ma non disdegno nemmeno un Frank Sinatra d’annata o qualche bella canzone italiana magari cantata da Mina. In queste pagine vorrei presentarvi i dischi che ho amato e che continuo ad amare.
Dischi
20 Dischi Live
Sab , 27 Settembre , 2008Recentemente ho avuto la sventura di sentire la vera voce di Britney Spears dal vivo, e questo mi ha ricordato, in un solo colpo, tutti gli artisti che invece sanno cantare e suonare davvero. Perciò ho buttato giù questa lista dei dischi dal vivo che io amo per esorcizzare la Britney e compagna bella. Questi dischi, naturalmente, sono quelli che piacciono a me e non “i migliori dischi live della storia”. Ci sono altri dischi che potevano stare qui dentro ma siccome volevo stare nei 20 dischi, li ho lasciati fuori. La numerazione della lista non serve per stabilire che un disco è meglio di un altro; serve solo per fare un po’ di ordine.

1. Weld – Neil Young & Crazy Horse – 1991
L’esagerata distorsione delle chitarre e il rumore selvaggio suonano assurdamente armoniosi. Neil Young attacca la spina e scarica milioni di decibel sugli altoparlanti. I tempi sono dilatati e la temperatura è elevatissima. I brani classici ci sono tutti: “Cortez The Killer”, “Powderfinger”, “Tonight’s The Night ” e via dicendo. Nonostante l’apparente disordine, non c’è nemmeno una nota fuori posto.

2. At Fillmore East – The Allman Brothers Band – 1971
Un grande gruppo che viene dal sud con due batterie e due chitarristi talentuosi come Duane Allman e Dickey Betts. La banda dei fratelli Allman è dedita all’improvvisazione e questo loro viaggio tra il rock e il blues, con sconfinamenti nel Jazz, è una delle cose più sfavillanti mai ascoltate. I brani chilometrici come “In Memory of Elizabeth Reed” e “Whipping Post” evidenziano la bravura e la creatività dell’intero complesso. Pochi mesi dopo la pubblicazione di questo album, Duane Allman rimase vittima di un fatale incidente motociclistico. Queste esibizioni sono speciali anche per questo motivo, purtroppo.

3. Live At Royal Albert Hall – The Who - 2003
Il disco dal vivo più famoso degli Who è il mitico “Live at Leeds” che è riconosciuto unanimemente, e giustamente, come uno dei più grandi album live della storia. “Live At Royal Albert Hall” è registrato nel 2000, ed è probabilmente meno bello di “Live at Leeds” ma è in compenso più veloce e ha un suono più aggiornato. Qui ci sono tante canzoni stupende. Si possono ascoltare gioielli come “Baba O’Riley” con tanto di violino, “So Sad About Us” in versione acustica e “5.15” in versione extra-long. Ci sono anche diversi ospiti illustri come Paul Weller e Eddie Vedder. Al posto del compianto Keith Moon, uno dei più grandi batteristi della storia del rock, c’è Zak Starkey, il figlio di Ringo Starr, che si dimostra all’altezza del compito. Sempre parlando delle persone scomparse, questa è anche una delle ultime esibizioni documentate del grandissimo John Entwistle al basso.

4. Live Bullet - Bob Seger & The Silver Bullet Band - 1976
Il cantore del Rock della classe operaia, Bob Seger, si esibisce di fronte alla calda platea di Cobo Hall di Detroit in Michigan, il suo stato d’origine. Ciò che stupisce non è solo la bellezza delle canzoni, ma l’intensità della performance nel suo insieme. Un classico.

5. Live at the Harlem Square Club - Sam Cooke - 1963
In questo club di Miami va in scena il Soul, la musica dell’anima. Il maestro cerimoniere è Sam Cooke, uno dei primi artisti a essere passato dal gospel alla musica pop: dal sacro al profano. Il concerto dura poco più di mezz’ora, ma è indimenticabile in ogni senso. La gioia sfrenata delle canzoni come “Twistin’ the Night away” esalta il pubblico fino a farlo diventare parte integrante dello spettacolo come fosse uno strumento musicale. Un paio d’anni dopo sarà ucciso per mano di un’amante, ma Sam Cooke canta come se dovesse vivere per sempre.

6. 1,2,3 Soleils - Rachid Taha, Khaled e Faudel - 1999
L’orgoglio di un popolo maltrattato si trasforma in musica. Gli Algerini di Francia cantano e ballano al suono del Raï, la loro musica d’elezione, e il loro entusiasmo è contagioso. Sul palco ci sono i tre massimi rappresentanti della musica algerina: il giovane Faudel, l’eclettico Rachid e il maestro Khaled. Non serve capire le parole, il ritmo è primordiale e va diritto al cuore.

7. Aloha from Hawaii: Via Satellite – Elvis Presley - 1973
Il look eccentrico e il tuono melodrammatico non devono ingannare, perché Elvis sta facendo grande musica e canta come nessun altro. Forse non è più il rocker di un tempo, ma il re è sempre lui. Basta ascoltarlo mentre passa, con disinvoltura e classe, da un genere musicale all’altro per capire il motivo. I brani come “It’s Over” o “American Trilogy” sono da brivido. Il concerto era originariamente trasmesso in TV via satellite, come dice il titolo.

8. It’s Too Late To Stop Now – Van Morrison – 1974
Questo straordinario doppio album, registrato tra Londra e Los Angeles nel 1974, cattura Van Morrison in uno dei momenti migliori della sua carriera. Ad accompagnare l’artista Irlandese c’è la Caledonia Soul Orchestra, una band affiatata e affollata con tanto di sezione d’archi e fiati. Tra questi musicisti c’è anche uno dei suoi più fedeli compari, John Platania alla chitarra. Accanto ai classici del repertorio Morrison si possono ascoltare degli standard di blues (“Help Me”, “I Just Want to Make Love to You”) e R&B (“Bring It On Home to Me” di Sam Cooke). Dagli esordi con i Them arrivano “Gloria” e “Here Comes the Night” che vanno ad aggiungersi alle versioni scintillanti dei grandi successi come ”Domino” e “Caravan”. La finale è tutta per “Cyprus Avenue” che fa venire la pelle d’oca per quanto è bella.

9. The Name of This Band Is Talking Heads – Talking Heads - 2004
Il titolo serve per far capire che il nome del gruppo è “Talking Heads” e non “The Talking Heads”: uno di quei giochetti sottili che piacciono tanto a David Byrne. Il materiale presentato in questo doppio CD non proviene da un unico concerto, ma da una serie di esecuzioni, in varie località, tra il 1977 e il 1981. Il repertorio è quello dei primi quattro album in studio, perciò la qualità è sempre altissima. Il quartetto occasionalmente si espande, con aggiunta dei coristi e percussionisti, fino ad arrivare a una dozzina di elementi. I ritmi africani sposano il minimalismo e le nevrosi Newyorkesi. Un po’ cerebrale e un po’ viscerale, è una raccolta da non perdere.

10. 4 Way Street – Crosby, Stills, Nash & Young – 1971
Quattro personalità diverse e quattro differenti modi d’intendere la musica s’incrociano e si completano. Neil Young sovrasta gli altri con il materiale proveniente dal proprio repertorio solista; “Cowgirl In The Sand” e soprattutto “Southern Man” sono i momenti migliori dell’intero set. La presenza ingombrante del canadese, tuttavia, non sminuisce il valore degli altri: Stills risponde con la lunga e stupenda “Carry On”, Graham Nash con la pedagogica “Teach your Children” e David Crosby con la peccaminosa “Triad”. Le rivalità per il momento sono accantonate in favore dell’armonia e il piacere di suonare insieme. Tutto è troppo bello perché duri, poco dopo, infatti, ognuno andrà per la propria strada. Da questo loro momento magico, restano queste registrazioni che raccontano le utopie di una generazione e un sogno chiamato West Coast.

11. The Bootleg Series Vol. 4: Bob Dylan Live 1966, The “Royal Albert Hall” Concert – Bob Dylan – 1998
Bob Dylan reclama la propria autonomia come artista. Lui ha altre idee per la testa e decide di andare per la propria strada e decide di farlo in modo più chiassoso possibile. Il pubblico è un po’ frastornato e un po’ ostile. Da queste premesse nasce questo storico concerto che in qualche modo certifica la nascita del rock: una musica più adulta del rock & roll e più profonda del pop adolescenziale. I complici del misfatto sono gli Hawks che presto cambieranno il loro nome in “The Band”. Diviso in due set, uno acustico e uno elettrico, questa splendida esibizione non ha imperfezioni o momenti di debolezza. Il concerto si svolge in realtà a Manchester, ma i pirati che hanno distribuito il disco per primi, e illegalmente, hanno indicato erroneamente Londra.

12. "Live" Full House – J. Geils Band – 1972
La vera essenza del Rock & Roll concentrata in una registrazione piena di gioia di vivere e divertimento. Mentre il cantante Peter Wolf istiga la gente a partecipare alla festa, la chitarra del titolare dell’azienda, Jerome Geils, ingaggia duelli mozzafiato con l’armonica di “Magic Dick” Salwiz. Qui c’è del grandissimo Blues con brani come “Homework” (di Otis Rush) e “Serves You Right to Suffer” (di John Lee Hooker). La combinazione delle carte da gioco illustrata sulla copertina non è un Full, come è dichiarata nel titolo “Full House”, ma un Tris semplice. Questo dettaglio ha poca importanza perché con questo disco si vince sempre.

13. Live at Luther College - Dave Matthews and Tim Reynolds
Una Rockstar abituata agli stadi e alle arene affollate, si esibisce in una sala piccola e in compagna di un amico chitarrista. Il set è totalmente acustico e comprende delle canzoni splendide provenienti dal catalogo di Dave Matthews Band (”Satellite” e “Crash into me” per citarne due) accanto ai brani ancora inediti al momento della pubblicazione. L’alchimia tra i due protagonisti è totale, Dave Matthews canta veramente bene, mentre la performance di Tim Reynolds alla chitarra rimane indimenticabile.

14. Live/Dead – The Grateful Dead – 1969
La reputazione dei Grateful Dead, sin dai loro inizi, è legata alla loro attività concertistica. Per quasi trent’anni, questi alfieri di psichedelia hanno “allargato la coscienza” dei milioni di fan riempiendo stadi e arene a ripetizione. Dalle loro leggendarie esibizioni sono state tratte decine, se non centinaia di dischi singoli, doppi, tripli e quadrupli. “Live/Dead”, registrato al San Francisco nel 1969, oltre a essere il primo di questi album è probabilmente uno dei migliori; con brani fluviali che non seguono schemi e lasciano ampio spazio alla creatività e all’improvvisazione. Con i Dead si sa da dove si parte, ma non si sa né dove né quando si arriva. Il viaggio in ogni caso è sempre bello.
15. A Little South of Sanity – Aerosmith – 1988
Erano l’incarnazione del sesso, droga e Rock & Roll negli anni 70. Poi hanno esagerato e sono finiti praticamente sotto il ponte. Dopo una decina d’anni, passati a ripulirsi, sono tornati alla grande. La loro musica, una miscela tra il blues e l’hard Rock, è puro intrattenimento. Gli Aerosmith dal vivo sono una bomba. Steven Tyler è un autentico animale da palcoscenico e sprizza energia da tutti i pori.

16. Dal Vivo (Vol.1/ Vol.2 /Vol.3) – Ivano Fossati – 1993, 2004
Ok, questi sono tre dischi, ma sono perfettamente interscambiabili tra di loro. I primi due risalgono a 1993 e sono registrati a Cremona, con una band in stato di grazia, e un repertorio che mostra tutta la bravura di Fossati sia come autore che come interprete. Il terzo volume invece documenta l’attività concertistica del cantautore Genovese a un decennio di distanza dai predecessori con delle atmosfere più acustiche e intimiste. Ripercorrere la storia artistica di Ivano Fossati attraverso queste canzoni è sempre bello.

17. Concerti – Paolo Conte – 1985
Tra le dolcezze di Harry’s Bar e le tenerezze di Zanzibar c’è questo delizioso album di Paolo Conte che mette in fila molti dei suoi successi dal vivo. Gli arrangiamenti sono assai curati e passano per le mani dei musicisti di valore assoluto. Tutto è spontaneo e mai scontato. L’avvocato di asti descrive la Parigi in quattro parole. Sembra di vedere una mostra di disegni ad acquarello.

18. Get Yer Ya-Ya’s Out! – The Rolling Stones – 1970
Gli Stones hanno un nuovo chitarrista, Mick Taylor, e sono in forma smagliante. L’anno è il 1969, il luogo è Madison Square Garden di New York. Il repertorio deriva in gran parte dai loro precedenti due album in studio, “Beggars Banquet ” e “Let it bleed”, universalmente riconosciuti come due dei più grandi dischi di sempre. Scusate se è poco.

19. Rewind – Vasco Rossi – 1999
L’unico rocker che preferisce l’amaro Montenegro al Jack Daniels, ovvero l’unico vero rocker che c’è in Italia. La musica di Vasco sarà casereccia ma è trascinante. Alcune sue canzoni poi vanno cantate a squarciagola soprattutto in macchina (e al semaforo ti prendono per pazzo). Qui ci sono alcune di queste: “Ormai è tardi”, “Siamo solo noi”, “Senza Parole” e “Vita spericolata” per non parlare delle perle dimenticate come “Valium” e “Jenny è pazza”.

20. Live in The Promised Land / Hammersmith Odeon London ‘75 – Bruce Springsteen & The E Street Band – 1978 / 2005
Bruce Springsteen è uno dei più grandi interpreti del rock dal vivo. Forse il più grande che ci sia mai esistito. I suoi leggendari concerti da oltre trent’anni regalano emozioni forti e mandano in visibilio milioni di fan in tutto il mondo. Eppure la discografia ufficiale del Boss non include dischi dal vivo in grado di trasmettere il calore e l’intensità delle sue esibizioni in modo appropriato. La proverbiale cura minuziosa che Bruce ci mette a preparare i suoi lavori, paradossalmente, ha finito per penalizzare la trasposizione dei suoi concerti sul disco. Gli episodi live della discografia suonano generalmente un po’ freddi e mancano di spontaneità. Intendiamoci, sono tutti dischi bellissimi ma chi ha visto Bruce dal vivo sa che manca qualcosa. I bootleg, che sono assai poco curati, invece documentano i concerti così come sono, le imperfezioni e le pause comprese. “Live In The Promised Land”, purtroppo, è un bootleg e racconta Bruce e la banda all’apice della loro forza espressiva e in un momento magico della loro esistenza. La registrazione risale al “Darkness Tour” del 1978 al “Winterland” di San Francisco. Il natale è vicino perciò la banda aggiunge qualche regalo natalizio (la versione rock di “Santa Claus is Coming to Town” con Clarence vestito da babbo natale) alla già incredibile scaletta. La qualità del suono non è granché, ma questo non conta. Ciò che è importante è l’energia, l’atmosfera e i battiti del cuore. Bruce oggi è ancora bravo, probabilmente più bravo di allora, ma la magia di quei concerti è ineguagliabile.

L’unico disco della discografia ufficiale di Bruce che rende realmente giustizia al suo autore è il magnifico “Hammersmith Odeon London ‘75”, che conserva intatto la magia del primo concerto europeo della E Street Band. Speriamo che Bruce decida di fare la stessa operazione con i concerti del 78 e anche con gli altri tour.
I Know You’re Married But I’ve Got Feelings Too - Martha Wainright
Mar , 10 Giugno , 2008
Il romanticismo, in questi anni maledetti, è un’esperienza dolorosa. Lo sa bene Martha Wainright, cantautrice statunitense e sorella del più celebre Rufus, che ha appena pubblicato un album pieno di romanticismo e perciò colmo di dolore. “I Know You’re Married But I’ve Got Feelings Too “ è un disco bello che colpisce per la sua franchezza e per la sua visione femminile dell’amore.
La musica non è triste: le atmosfere ricordano lontanamente Kate Bush degli anni 80 e sono godibilissime. Tra le canzoni da segnalare c’è il duetto con il fratello Rufus (The Tower), una cover degli Eurythmics (Love is a stranger), una dei Pink Floyd (See Emily play) e l’intenso pezzo d’apertura (Bleeding All Over You). Tutto il disco è comunque molto bello ed elegante.
Martha Wainright dimostra di possedere notevole talento e sensibilità. Lei non ha solo delle belle gambe, ma anche una testa fina, che come si sa, può essere molto sexy.
Potete ascoltare il disco anche online sullo spazio MySpace di Martha Wainright [Qui].
100 dischi Jazz essenziali
Dom , 18 Maggio , 2008Il New Yorker ha pubblicato una lista dei 100 dischi jazz considerati essenziali.
It’s only Rock & Roll but I LOVE it!
Gio , 23 Agosto , 2007
Aaaahhhh….
Finalmente una bella notizia: Il nuovo disco di Bruce con la E Street Band si chiama “Magic” ed esce il prossimo Ottobre.
A me personalmente gli ultimi lavori di Bruce (Devils & Dust e l’operazione folk) sono piaciuti, ma un disco con la “E Street Band” è un’altra cosa. Confesso che ne sentivo proprio la mancanza. Poi gli “E Streeters” da quando sono diventati “anzianotti” suonano ancora meglio di prima (se possibile).
Sono un fanatico.
Lo so.
Non ci posso fare niente.
Jerry Garcia / David Grisman
Dom , 17 Giugno , 2007
Jerry Garcia , in qualità di leader indiscusso dei Grateful Dead, era uno dei massimi esponenti del Rock psichedelico. Lui è famoso soprattutto per i suoi “viaggi” acidi con la chitarra elettrica in mano. Meno noto è invece la sua profonda conoscenza della musica popolare americana e la sua immensa passione per la musica tradizionale. Già nel 1970, in piena epoca Hippie di cui i Grateful Dead erano gli esponenti più rappresentativi, aveva guidato il gruppo a pubblicare un album folk-Rock che attingeva a piene mani dalla tradizione Bluegrass e Country. Quel disco era il celeberrimo “Workingman’s Dead”: un disco seminale tra i più importanti della storia del Rock e non solo. In suoi quasi trent’anni d’attività con i “Dead”, fino alla sua morte prematura avvenuta nel 1995, Garcia ebbe apparentemente poco tempo per dedicare alla musica tradizionale. In realtà spesso nelle pause delle tournee estenuanti dei Grateful Dead, Jerry Garcia trovava il tempo per partecipare alle sessioni informali con vari colleghi e soprattutto con il suo amico di vecchia data, il mandolinista, David Grisman. Le registrazioni di Garcia con Grisman, emerse soprattutto dopo la morte del primo, ci lasciano della musica straordinaria.
“Jerry Garcia/David Grisman”, datata 1991, è una splendida raccolta di nove canzoni acustiche interpretate in uno stile in bilico tra il Bluegrass e il country. La chitarra acustica di Garcia duetta con il magico mandolino di Grisman. Il disco si apre con una versione Bluegrass di “The thrill is gone” di B.B.King, il ritmo e l’atmosfera sono rilassanti e divertenti. Si prosegue con “Grateful Dawg” ed una versione acustica di “Friend of the devil” uno dei cavalli di battaglia dei Dead. L’altro gioiello è “Russian Lullaby” di Irving Berlin nella versione folk.
Il gran finale è “Arabia”: un brano avvolgente di ben 16 minuti che comincia con le atmosfere arabeggianti per finire in un giro spagnoleggiante che suona come la famosa “”Hasta siempre comandante (Che Guevara)”. Il lavoro di Garcia alla chitarra acustica è semplicemente stupefacente, come lo è del resto il mandolino di David Grisman. Questo è un disco consigliabile a tutti gli amanti della buona musica. Se non conoscete Jerry Garcia come musicista tradizionale, se pensate che il country è solo roba per i Cowboy o se non avete idea di quanto può essere profondo un disco folk provate ad ascoltare questo disco, sarete sorpresi.
Titolo: Jerry Garcia/David Grisman
Anno: 1991
Personnel:
Jerry Garcia: Chitarra, Voce
David Grisman: Mandolino
Joe Craven: Percussioni
James Kerwin: Basso
Jim Kerwin: Basso
Produttori: Jerry Garcia e David Grisman
Etichetta: Acoustic Disc
Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band
Ven , 1 Giugno , 2007
È il disco più famoso dei Beatles, perciò è uno dei dischi più famosi della storia. È disco che ha fatto di Rock un’arte in piena regola. Ci sono altri album forse più artistici, forse più sperimentali e forse più innovativi; ma nessun altro è un’opera dei Beatles e di conseguenza nessun altro disco ha avuto l‘impatto che questo disco ha avuto sulla cultura occidentale. “Sgt. Peppers” proprio oggi compie quarant’anni, e continua a trasmettere grandi emozioni.
Per me non è l’album più bello della storia e nemmeno l’album più bello dei Beatles: “Sgt. Peppers” è un’opera d’arte che ha allargato, per sempre, i limiti della creatività umana.
Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band su Wikipedia.
Grace - Jeff Buckley
Lun , 14 Maggio , 2007
Sono passati dieci anni dalla tragica morte di Jeff Buckley, avvenuta il 29 Maggio del 97 nelle acque del fiume Mississippi. In questi dieci anni sono state pubblicate delle raccolte postume e qualche disco dal vivo, che a dire il vero, non hanno aggiunto molto al ricordo di Jeff Buckley. Purtroppo “Grace” è l’unica opera compiuta di Buckley che ci rimane. Dal 1994, l’anno della sua pubblicazione,“Grace” non ha perso nulla del suo fascino delicato. Fa un certo effetto ascoltare oggi queste canzoni che alludono alla morte, ma allo stesso tempo comunicano uno smisurato amore per la vita. L’eccellente lavoro del produttore Andy Wallace, l’uomo che era seduta dietro al console anche per “Nevermind” dei Nirvana, ha donato ulteriore vigore e personalità a questi pezzi. “Grace” è stato l’unico disco in studio registrato e pubblicato da Jeff Buckley in vita: può sembrare poco, ma tanti artisti nonostante decine di dischi pubblicati non hanno saputo raggiungere l’intensità che Buckley ottenne con questo singolo disco.
Titolo: Grace
Artista: Jeff Buckley
Anno: 1994
Produttori: Andy Wallace/Jeff Buckley
Etichetta: Columbia
The Hot Spot (Original Soundtrack) – Music by Jack Nitzsche
Dom , 22 Aprile , 2007
The Hot Spot (“Il posto caldo”) è un film del 1990 diretto da ex “Easy Rider” Dennis Hopper e con l’ex “Miami Vice” Don Johnson come protagonista. Si tratta di un thriller, un po’ erotico, che si svolge nel sud degli stati uniti e a dire il vero non è nulla di speciale. La colonna sonora, composta da Jack Nitzsche, invece è un eccellente lavoro che coinvolge personaggi del calibro di Miles Davis, John Lee Hooker e Taj Mahal. Il film è ambientato sotto la linea Mason- Dixon perciò l’influenza principale per la musica è il Blues di delta che è eseguito, con immensa classe, dai maestri del genere John Lee Hooker e Taj Mahal. Il tocco magico di Miles Davis alla tromba impreziosisce ulteriormente le atmosfere. Il risultato è un interessante cross-over tra il Jazz e il Blues. Il Miles Davis elettrificato ha molte affinità con John Lee Hooker ed è sorprendente che non ci sia stata una collaborazione tra i due grandi musicisti prima di questa occasione. Qui finalmente possiamo sentire i due grandi insieme e risultato è semplicemente superlativo. L’altro musicista coinvolto è Roy Rogers, alla chitarra slide, che fornisce una prova maiuscola. La temperatura del disco è sempre elevata. “The Hot Spot” è un film troppo esile ed insignificante per meritarsi musica di questa levatura: meglio dimenticarsi del film e concentrarsi sulla sua musica che è d’assoluto pregio.
Titolo: The Hot Spot (Original Soundtrack)
Anno: 1990
Personnel:
Miles Davis: Tromba
Earl Palmer: Batteria
Bradford Ellis: Tastiere
John Lee Hooker: Chitarra, Voce
Taj Mahal: Chitarra, Voce
Tim Drummond: Basso
Roy Rogers: Chitarra Slide
Produttore esecutivo: Dennis Hopper
Etichetta: Island
Live at Massey Hall 1971 - Neil Young
Dom , 15 Aprile , 2007
Il grande Neil Young finalmente ha aperto le sue casseforti e sta pubblicando, uno per volta, dei dischi che ci offrono una nuova prospettiva sulla sua carriera. Il primo disco era una meravigliosa cavalcata elettrica, insieme ai fidi Crazy Horse nella loro migliore line up, e risaliva al 1970. Ora tocca ad uno straordinario concerto acustico, del 1971, nella natia Toronto. Neil Young in quel momento era reduce dei grandi successi in compagna dei “Crosby, Stills and Nash” e il suo disco da solista “After the Gold Rush”. Il concerto di “Messey Hall”, oltre ad essere un’esecuzione d’alta classe, è particolarmente interessante perché documenta Neil Young mentre propone per la prima volta in assoluto alcuni brani che l’anno successivo finiranno sul disco capolavoro “Harvest”, altri pezzi che saranno pubblicati qualche anno dopo e due canzoni che addirittura non saranno mai pubblicati (“Dance Dance Dance” e “Bad Fog of Loneliness”). Il concerto è coinvolgente oltre ogni attesa. Neil spesso fornisce un’introduzione parlata alle canzoni che ci fa capire la storia dietro ogni brano. Non ci sono momenti di debolezza o cadute di tono. Sentire le versioni ancora acerbe delle canzoni epocali come “Heart of Gold”, “The needle and the damage done” o “See the sky about the rain” danno brividi. Questo disco è uno scrigno pieno di meraviglie, non un prodotto destinato ai soli nostalgici.
Titolo: Live at Massey Hall 1971
Artista: Neil Young
Anno: 2007
Personnel: Neil Young: Voce, Chitarra, Piano
Produttori: Neil Young, David Briggs
Etichetta: Reprise /WEA
URL: http://www.neilyoung.com/
The Boatman’s Call - Nick Cave & The Bad Seeds
Gio , 29 Marzo , 2007
Dieci anni fa usciva “The Boatman’s Call”, di Nick Cave, che per me è rimasto uno dei dischi più belli della storia. L’album parla delle relazioni finite, della nostalgia e del lato oscuro dell’amore. Il suono è asciutto ed essenziale come la fotografia di Anton Corbin che appare sulla copertina. C’è un immenso senso di perdita e di dolore. “Into My Arms”, il brano che apre il disco, è una delle più belle canzoni d’amore di sempre. Basta ascoltare il disco un paio di volte per capire che Nick Cave piange qualcuno che per lui è, metaforicamente parlando, morta. È strano a dirsi, ma ascoltare questa musica ha un effetto benefico: come se aiutasse a curare omeopaticamente il dolore che ognuno di noi può provare. Si dice che questo album sia stato ispirato dalla fine della relazione d’amore tra Cave e la collega Polly (P.J.) Harvey, anche se non è mai stata confermata dagli interessati.
Ho letto da qualche parte che “The Boatman’s Call” è il rumore di un cuore che si spezza.
La definizione è perfetta.
Titolo: The Boatman’s Call
Artista: Nick Cave & The Bad Seeds
Anno: 1997
Etichetta: Mute/Reprise
URL: http://www.nickcaveandthebadseeds.com/