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Chamber Music Society – Esperanza Spalding

Un paio d’anni fa si parlava molto di Esperanza Spalding come uno dei migliori talenti musicali della sua generazione. In quel periodo lessi molte recensioni entusiastiche sul conto di questa giovanissima musicista ma per motivi che ora non ricordo non riuscii ad ascoltare nessuno dei suoi lavori. La pubblicazione del suo nuovo disco mi ha dato la possibilità di colmare finalmente questa mia lacuna.
“Chamber Music Society” è un lavoro brillante che fonde sapientemente il jazz con la musica da camera. Per certi versi assomiglia a“Scratch My Back” di Peter Gabriel, dove l’ex leader dei Genesis faceva un’operazione simile mischiando il Rock con la musica cameristica. Esperanza nonostante la giovane età (ha solo 26 anni) è una contrabbassista affermata e qui dimostra essere anche una brava cantante e raffinata compositrice. La musica è costruita su più strati con un tappeto sonoro creato da un trio d’archi che funge da sfondo per gli assoli degli altri strumenti. Gli arrangiamenti portano la firma di Gil Goldstein e lasciano ampio spazio all’improvvisazione dei solisti. Esperanza suona il contrabbasso e canta in modo sublime. Lei ha radici latine e ama la musica brasiliana. In “Chamber Music Society” c’è una spruzzata di musica brasiliana che si avverte sempre e che talvolta diventa più marcata fino a diventare il tema portante in alcuni brani. Alla batteria c’è Terri Lyne Carrington, che insieme alla stessa Esperanza al contrabbasso, dà vita ad una sezione ritmica tutta femminile e ciò è abbastanza inusuale. Un po’ di femminismo non fa male neanche nel jazz.
Esperanza Spalding è un talento eccezionale. Per avere un’idea delle sue capacità basta sapere che lei da sei anni, vale a dire da quando di anni ne aveva venti, insegna il contrabbasso a Berklee College Of Music di Boston. Ovvero insegna la musica in un’istituzione che tra i suoi allievi vanta molti tra i più grandi musicisti degli ultimi decenni. Niente male per una bambina nata in povertà. Lei è un fenomeno sul serio.
Titolo: Chamber Music Society
Artista: Esperanza Spalding
Anno: 2010
Produttore: Esperanza Spalding, Gil Goldstein
Etichetta: Heads Up International
[http://www.esperanzaspalding.com/]
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Tags: Review
Pacific Ocean Blue – Dennis Wilson

Dennis Wilson era il “figo” dei Beach Boys. L’unico che sapeva fare il Surf per davvero. Quello che si comportava da Star con l’annesso stile di vita “Sesso, droga e Rock & Roll”. Quello delle bevute colossali. Quello che frequentava Charles Manson. La sua attività all’interno del gruppo invece era abbastanza limitata. Dennis era solo il batterista. La mente creativa dei Beach Boys era il fratello maggiore di Dennis, Brian, e gli altri due componenti, il fratello minore Carl e il cugino Mike Love, erano entrambi dei musicisti più preparati e migliori di lui. Nessuno poneva grandi aspettative in Dennis. Leggo in giro che quando uscì il suo primo e unico lavoro da solista, questo “Pacific Ocean Blue” del 1978, la critica e il pubblico rimasero alquanto sorpresi, perché nessuno credeva che Dennis Wilson fosse capace di fare qualcosa di così bello e profondo. Poi quelli erano gli anni 70 e una Rockstar affermata che viveva in California poteva limitarsi alle cose ben più superficiali anziché avventurarsi in un’opera così complessa e introspettiva. “Pacific Ocean Blue” è, in effetti, una sorpresa dall’inizio alla fine e dopo trent’anni suona ancora fresco e originale. La musica è dolce e maestosa. Suona veramente bene in cuffia di fronte al mare, forse perché richiama proprio i movimenti del mare. “River Song” è una preghiera cantata e la voce di Wilson sembra quella di un angelo.
Dennis morirà annegato nell’oceano cinque anni dopo la pubblicazione di questo disco. Uno che ha registrato un disco così potrà riposare in pace per eternità.
[http://www.pacificoceanblue.net/]
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Hearts and Bones – Paul Simon

In questo periodo ascolto assiduamente “Hearts and Bones”, probabilmente l’album meno venduto e più sottovalutato di Paul Simon. Quando uscì nel 1983, “Hearts and Bones”, ebbe vendite modeste e una fredda accoglienza da parte di critica. Mi viene da pensare che forse era troppo personale e raffinato per quegli anni ruspanti. Eppure queste dieci canzoni sono musicalmente ricche e hanno degli splendidi testi introspettivi con delle osservazioni ironiche sulla mezza età degne del miglior Woody Allen. Ci sono delle canzoni sugli amori in corso (“Hearts and Bones”) e sugli amori finiti (“Train in distance”). C’è un omaggio surreale al pittore Magritte (“René and Georgette Magritte with their Dog after the War”) e un geniale brano sull’era dell’informatica che stava per incominciare (“When Numbers Get Serious”). Il disco si chiude con “The Late Great Johnny Ace”, una riflessione amara sulla morte di John Lennon che incorpora una composizione di Phillip Glass.
“Hearts and Bones” è uno dei dischi più belli di Paul Simon.
Da riscoprire.
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San Patricio – The Chieftains featuring Ry Cooder

“San Patricio” è un disco serio e rigoroso, quasi un documentario in musica che racconta la tragica storia del “battaglione di San Patrizio“, un’unità dell’esercito messicano ai tempi della guerra tra il Messico e gli Stati Uniti (1846 – 1848), formato interamente dai disertori Irlandesi dell’esercito americano. La saga del “Batallòn San Patricio”, come li chiamano in spagnolo, è una controversa vicenda storica che per gli Irlandesi americani è stata da sempre motivo d’imbarazzo, anche se quegli stessi soldati sono glorificati come eroi in Messico. La ragione della loro diserzione consisteva probabilmente nelle radici cattoliche che accomunava gli irlandesi con i messicani; oppure perché quei soldati irlandesi, maltrattati dagli americani, poveri in canna, e mandati a combattere una guerra ingiusta, sentivano di condividere più cose con i poveri messicani piuttosto che con gli americani. Insomma, stiamo parlando di una di quelle spinose questioni storiche, mai del tutto risolte, che di solito tutti tendono a lasciar stare.
Paddy Moloney, il leader degli irlandesi Chieftains, invece ha deciso di affrontare questo argomento scomodo e di raccontarlo con le note. Per la consulenza musicale Moloney si è rivoltod a una conduttrice radiofonica argentina esperta della musica sudamericana, tal Guadalupe Jolicoeur, che l’ha indirizzato verso un fiume di canzoni tradizionali messicane risalenti all’epoca in cui si svolgevano i fatti. I brani da incidere sono stati scelti tra tutto il materiale indicato da Jolicoeur insieme a Ry Cooder. Dopo nuovi arrangiamenti, riscritture, e aggiunta delle canzoni nuove scritte appositamente per l’occasione, tutto il materiale prescelto è stato affidato a uno stuolo di musicisti messicani che hanno affiancato i Chieftains e Cooder nelle varie sedute di registrazione in giro per il mondo. Il risultato di questo lavoro immane è un disco molto ben confezionato, asciutto ed equilibrato. Un album unico in suo genere.
Le sonorità sono soprattutto messicane con delle sfumature celtiche: è qualcosa di affascinante e di mai sentita prima. La maggior parte del merito va a Ry Cooder, uno che sa esattamente come prendere una canzone centennale e farla diventare attuale. La musica è molto particolare, potrebbe anche non piacere subito, ma una volta che entra in circolo è difficile fermare il loop. Anche perché queste canzoni parlano delle cose toste come la guerra e la morte e affrontano argomenti seri come le discriminazioni e la coscienza che ogni persona deve avere di fronte ai fatti grandi del mondo e perciò meritano comunque rispetto e attenzione. Le parole sono in spagnolo e in inglese. Ci sono delle maestose scorribande orchestrali con violini, flauti e chitarre messicane che fanno venire pelle d’oca. “San Patricio” è un riuscito tentativo di rilettura di storia attraverso la musica. Ogni canzone, oltre a narrare un pezzo degli avvenimenti, offre una prospettiva diversa sulla vicenda e questo è molto interessante.
Il momento focale del disco è la splendida “The Sands of Mexico”, firmata e cantata da Cooder, che mette le puntine sulle i e offre una versione semplificata dei fatti e aiuta a capire il significato di tutta questa operazione anche ad ascoltatore più sprovveduto come il sottoscritto.
Titolo: San Patricio
Artista: The Chieftains featuring Ry Cooder
Anno: 2010
Produttori: Paddy Moloney e Ry Cooder
Etichetta: Decca
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Tags: Review, Ry Cooder
The Open Road – John Hiatt

John Hiatt è un artista di culto per chi ama la musica americana. Lui è tra i miei eroi personali da una ventina d’anni, da quando un amico mi fece una cassetta di “Bring The Family”, il suo splendido disco del 1987. Dopo quasi 35 anni di carriera di John Hiatt si ricordano tante cose e lui in tutto questo tempo ha saputo affrontare dal Rock al Blues, dal Country al Folk, molti generi musicali. I suoi dischi forse non sempre sono stati all’altezza delle attese, in ogni caso, almeno due album capolavoro portano la sua firma: il già citato “Bring The Family” e “Crossing Muddy Waters” del 2000. Il resto dei suoi lavori sono stati comunque dignitosi e spesso buoni e questo nuovo “The Open Road” prosegue con questa tradizione di qualità e non delude. Non si può certo parlare di un capolavoro qui, ma di un bel disco sì.
“The Open Road” comincia con la canzone omonima che è un bel pezzo rock da viaggio con dei bei assoli di chitarra e un testo che usa la strada come metafora di vita. È un inizio molto gradevole. La strumentazione è essenziale, chitarra basso e batteria. Mentre la musica attraversa senza fronzoli i generi diversi, dal Blues al Country, le parole dipingono dei piccoli ritratti delle persone ordinarie. C’è chi ha grandi sogni (“Haulin’”), chi grandi rimpianti (“What Kind of Man”) e chi insegue disperatamente l’amore (“Wonder of Love”). C’è molta amarezza per le occasioni perdute ma c’è anche tanta speranza per il futuro. Hiatt è un abile paroliere e riesce sempre a mettere insieme dei bei testi quasi cinematografici.
“Movin’ on” è un altro bel brano con delle note appiccicose, la chitarra slide in bella evidenza e un andamento affascinante. Sicuramente è uno dei momenti migliori di questa raccolta.
L’album si chiude con la bellissima “Carry You Back Home”, una canzone dolce, serena e piena di speranza. Hiatt, dichiara di aver avuto l’ispirazione per queste canzoni guardandosi indietro nello specchio retrovisore dell’auto. Un uomo come lui può guardare la sua vita indietro con serenità. Davanti comunque ha ancora una strada aperta da percorrere.
Titolo: The Open Road
Artista: John Hiatt
Anno: 2010
Produttore: John Hiatt
Etichetta: New West
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IRM – Charlotte Gainsbourg

Charlotte Gainsbourg è figlia del poeta e cantante francese Serge Gainsbourg e dell’attrice e cantante inglese Jane Birkin. Naturalmente con una DNA così non poteva che fare l’artista nella vita e, sempre per via degli stessi geni, ha provocato inevitabilmente un po’ di scandali strada facendo. A parte il cognome importante, la sua notorietà, soprattutto al di fuori dei confini francesi, è legata alla sua attività di attrice e solo un anno fa è stata la protagonista del controverso “Antichrist” di Lars Von Trier. Lei è meno nota come cantante, anche se qualche anno fa ebbe un certo successo in Francia con un disco, prodotto da Nigel Godrich il produttore dei Radiohead . Perciò si può fare un paragone tra lei e le altre attrici che recentemente hanno cercato di passare dal cinema alla musica; in questo senso lo straziante album di Scarlett Johansson resta indimenticabile. Alla Gainsbourg invece la transizione è riuscita perfettamente. Il suo IRM è un lavoro personale, a partire dal titolo (è acronimo di MRI in francese) che ricorda le ore passate da Charlotte dentro una macchina per la risonanza magnetica in seguito ad un’emorragia cerebrale causata da un incidente con gli sci d’acqua. Nel brano omonimo si può sentire dei rumori industriali che ricordano questi macchinari ospedalieri. Il compare della Gainsbourg in quest’avventura è Beck, il rocker più alternativo ed eclettico che ci sia in circolazione, e questa collaborazione fa bene ad entrambi. Tutte le canzoni, tranne “Le Chat Du Café Des Artistes” che è anche l’unica interamente in francese del disco, sono firmati e prodotti da Beck. Naturalmente la musica che emerge da questa operazione ricorda fortemente i lavori di Beck, ma apporto di Charlotte nelle parti vocali rende il tutto decisamente più accessibile e aggiunge un tocco personale. C’è un po’ di tutto: musica elettronica, il pop, il rock e persino il blues (“Dandelion”). Questo mescolamento degli stili è un’altra caratteristica di dischi di Beck, ma la Gainsbourg in più occasioni ha sostenuto di avere avuto un ruolo attivo anche nella fase creativa del lavoro e non solo in quella esecutiva. Molti testi sono scritti sui suggerimenti della Gainsbourg e la cosa si nota. In ogni caso IRM è una bella raccolta che si fa ascoltare volentieri.
Titolo: IRM
Artista: Charlotte Gainsbourg
Anno: 2009
Produttore: Beck
Etichetta: Acoustic Disc/Because Music
[http://www.charlottegainsbourg.com/]
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Scratch My Back – Peter Gabriel

Qui non ci sono chitarre, non si sentono tamburi rullanti, non c’è un basso pulsante ed i sintetizzatori sono banditi. La musica è intimista ed è costruita prevalentemente sugli strumenti ad arco con qualche tocco di pianoforte. Scorrendo i titoli mi sembra di riconoscerli, ma ciò che sento ha nulla a che fare con la musica che quei titoli mi ricordano. “Scratch My Back” è un disco di cover ma ancora di più è un disco di Peter Gabriel. Le sue reinterpretazioni differiscono dai pezzi originali sia in forma sia in sostanza. Nulla di ciò che si trova qui è già sentita. I brani messi in fila hanno una loro precisa logica e ad ascoltarli in questo modo sembra che siano sempre stati così. Eppure sono tutte canzoni più o meno conosciute e hanno una loro propria collocazione nella nostra memoria. “Heroes”, di David Bowie, che apre il disco è rallentata a punto tale da risultare completamente irriconoscibile se non fosse per il ritornello. Le parole arcinote del testo, senza che qualcuno ne avesse cambiato di una virgola, raccontano una storia completamente diversa: questa cosa è magica. La stessa cosa succede anche con le altre canzoni. “The Boy in The Bubble” di Paul Simon per gli argomenti che tratta e soprattutto per come viene interpretata suona attuale in modo stupefacente. “The Power Of The Heart” non è sicuramente il primo brano che viene in mente pensando alla immensa produzione di Lou Reed, come del resto la splendida “Philadelphia” non è la canzone più rappresentativa di Neil Young. Eppure entrambe sono perfette in contesto. L’elenco dei brani include altri mostri sacri (David Byrne e Randy Newman) senza dimenticare artisti più giovani come i Radiohead, Bon Iver e gli Arcade Fire. “Listening Wind”, dei Talking Heads, è racconto di un atto terroristico che nell’interpretazione di Gabriel assume toni caldi e drammatici. I Talking Heads narravano la stessa storia con elettronico distacco: qui sembra di assistere alla proiezione di un film, lì sembrava di guardare la televisione. In conclusione, Peter Gabriel è riuscito a creare qualcosa di originale senza inventare assolutamente niente di nuovo. Il segreto sta nella sua grande sensibilità d’artista e nella scelta accurata dei pezzi. Personalmente ho fatto fatica al primo ascolto di questo disco ma poi sono stato catturato. Si sa già che “Scratch My Back” sarà seguito da un album di canzoni di Peter Gabriel interpretate dagli artisti da lui citati in questo progetto e si sa anche che Bowie si è rifiutato e che sarà sostituito da Brian Eno. Comunque vada sarà una bella sfida.
Titolo: Scratch My Back
Artista: Peter Gabriel
Anno: 2010
Produttore: Bob Ezrin
Etichetta: Virgin
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Contra – Vampire Weekend

“Contra”, il secondo disco dei newyorchesi Vampire Weekend, prosegue i sentieri tracciati nel loro primo album e delinea chiaramente il loro progetto artistico. Le sonorità africane che avevano caratterizzato il loro primo lavoro qui diventano ancora più marcate. “Graceland” di Paul Simon è sicuramente un riferimento in questo senso. Questi figli di buona borghesia ebraica e frequentatori dei college dell’Ivy League, non sono interessati ai concetti di lotta di classe o le difficoltà quotidiane per guadagnare la pagnotta. Loro non fingono di essere ciò che non sono e di questo gliene va dato atto. Nelle loro canzoni si parla dei sentimenti e la confusione esistenziale di chi vive un’epoca che è sostanzialmente priva d’affetti. I testi possono sembrare banali o addirittura insensati – c’è l’orzata che fa rima con l’aranciata, per dirne uno – in realtà sono assai ricercati e complessi. Tutto è un affascinante gioco di accostamenti che inganna e confonde. Questa confusione è funzionale al progetto artistico dei “Vampire”. Una band dei fighetti newyorchesi che suona come un manipolo di Zulu è già un accostamento strano. Come è strana la ragazza bionda della copertina messa vicina al titolo che ricorda i ribelli Nicaraguensi. Un titolo che a sua volta potrebbe essere un omaggio ai Clash di “Sandinista”. I Clash che sono omaggiati, in persona di Joe Strummer, nella canzone “Diplomat’s Son”, figlio del diplomatico, come dire che anche lui a sua volta era un privilegiato se si vuole metterlo così. “Contra” è il primo album importante di quest’anno, anche se è stato registrato l’anno scorso, ed è un bel disco. Meglio non pensare troppo ai Clash, in ogni caso.
Titolo: Contra
Artista: Vampire Weekend
Anno: 2010
Produttore: Rostam Batmanglij
Etichetta: XL Recordings
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I migliori dischi degli anni 2000
Per quanto mi riguarda questo che sta per finire non è stato certo un decennio felice. Se avessi potuto dormire dall’anno 2000 fino a questa mattina mi sarei risparmiato una marea di amarezze e delusioni. Purtroppo sono stato costretto a viverli questi anni maledetti e uno dei pochissimi piaceri che ho potuto avere dalla vita è stata la musica. Anche se devo ammettere che nemmeno in quel versante il decennio è stato esaltante.
Penso che l’evento musicale più importante di questi anni sia stata la scomparsa dei supporti fisici che di conseguenza ha decretato la scomparsa degli album così come li abbiamo considerati per una quarantina d’anni. Oggi ascoltiamo tante canzoni singole e le mescoliamo come ci piace. Mi capita sempre più di rado di ascoltare un album nella sua interezza mentre mi riempio le orecchie con ore di pezzi provenienti da tanti album diversi e scelti da un algoritmo casuale. In ogni caso quelli che seguono sono gli album che io giudico i migliori degli anni Zero. Dieci dischi erano pochi, venti dischi sarebbero stati troppi perciò elenco quindici dischi. La lista è personale, non ha alcun valore scientifico o artistico ma è un gioco che mi piace. Spero che i vostri anni Zero siano stati migliori dei miei e vi auguro grandiosi anni Dieci.
1. Warren Zevon – The Wind (2003)
L’uomo che per una vita aveva scherzato sulla morte ha la sventura di sapere che i suoi giorni stanno per finire entro pochi mesi. Invece di deprimersi decide di fare il disco migliore della sua vita. Così interpella i suoi amici – che si chiamano Bruce, Ry, Tom, Jackson e David – e registra un disco che è un inno alla vita. Con una versione beffarda e commuovente di “Knocking On heaven’s Door”. Indimenticabile.

2. Life, Death, Love and Freedom – John Mellencamp (2008)
Un ritratto duro, cupo e pessimista dell’America sotto George W. Bush. Qui un uomo cosciente della propria mortalità medita sull’amore, sulla morte e su tutto quello che ci sta in mezzo. Il suono è scarno e essenziale. La produzione è l’opera di T Bone Burnett, uno che sa il fatto suo.

3. Bruce Springsteen – The Rising (2002)
L’America è ferita e arrabbiata. Sono passati pochi mesi da quel maledetto giorno di Settembre e al primo posto della classifica c’è una canzone Country [“Courtesy of the Red, White, & Blue” di Toby keith] che esalta i sentimenti peggiori e auspica l’uccisione di tutti gli arabi con “l’asciugamano in testa”. A mettere a posto le cose e a dare una voce alla speranza ci pensa Bruce Sprigsteen: un artista con un’autorevolezza tale da non poter suscitare dubbi o equivoci. Il risultato del suo lavoro è “The Rising”, un disco che riconcilia in qualche modo gli americani con il mondo e il mondo con gli americani. Non è il disco migliore del Boss, neanche lontanamente, ma è uno dei più importanti.

4. A Rush of Blood to the Head – Coldplay (2002)
È inutile negarlo. I Coldplay sono il gruppo più importante del decennio. Sono gli unici, tra i nuovi gruppi, che hanno un indiscutibile peso commerciale, che riescono a sedurre le belle attrici e che sono capaci di riempire gli stadi. Qualche volta possono sembrare un po’ fragili ma non sono mai banali. Personalmente, fino ad oggi, non disprezzo nessuno dei loro dischi.

5. Ten New Songs – Leonard Cohen (2001)
Il frutto del sodalizio artistico tra Leonard Cohen e la cantante e produttrice Sharon Robinson è un magnifico disco che sfiora la perfezione in più di un suo momento. La voce di Cohen con gli anni migliora e diventa sempre più interessante. La musica è ipnotica e maestosa. È bellissima.

6. Illinois – Sufjan Stevens (2005)
Un “Concept Album” alla vecchia maniera. Tutte le canzoni seguono un filo logico e raccontano delle storie che riguardano lo stato americano del titolo. “Illinois” è il secondo episodio (il primo era “Michigan”) di un progetto complessivo di Sufjan Stevens che prevede cinquanta album ognuno dedicato a uno degli stati dell’unione. Ogni brano offre qualche sorpresa e tutti insieme suonano davvero bene. Gli arrangiamenti sono ricchi e deliziosamente delicati.

7. Funeral – Arcade Fire (2004)
Il titolo potrebbe ingannare gli sprovveduti, perché questo disco d’esordio dei canadesi “Arcade Fire” invece sprizza vitalità da tutti i pori. La ritmica è eccezionale e la progressione del discorso musicale è assolutamente originale e innovativa.

8. Back to black – Amy Winehouse (2006)
Le quotidiane disavventure di Amy Winehouse sono diventate ormai stucchevoli, ma lei è una cantante straordinaria e “Back to black” ne è l’inequivocabile dimostrazione. Tra tutti i dischi degli anni 0 è probabilmente quello che sarà ricordato più a lungo.

9. The ’59 Sound – The Gaslight Anthem (2008)
Ragazzini di New Jersey cresciuti a pane e Springsteen. Nelle loro canzoni si può percepire la concitazione primordiale del Rock, qualcosa che ultimamente si sente sempre meno in giro. Delle volte ricordano i “Clash” e nelle parole citano pari pari il Boss però rimangono originali ed energici. Loro sono la speranza per la sopravvivenza del rock classico.

10. American IV: The Man Comes Around – Johnny Cash (2002)
Negli anni 90 il produttore Rick Rubin ebbe la felice intuizione di liberare il grande Johnny Cash da tutti gli inutili orpelli County che impigliavano la sua musica piazzandolo di fronte a un microfono con solo una chitarra come l’accompagnamento musicale. Nel quarto volume della serie American Recordings, questo stile asciutto raggiunge il suo apice. Cash trasforma delle canzoni arcinote in qualcosa di mai sentita prima. “In My Life” dei Beatles, “Personal Jesus” dei Depeche Mode e soprattutto “Hurt” dei Nine Inch Nails nella voce di Cash acquistano una nuova essenza. Johnny Cash muore un anno dopo la pubblicazione questo disco, un fatto che ne accresce il valore spirituale a dismisura.

11. Broken Boy Soldiers – The Raconteurs (2006)
Jack White è sicuramente tra i musicisti che di più hanno caratterizzato gli anni zero. Dopo le ottime cose fatte insieme alla ex-moglie Meg sotto la bandiera di “The White Stripes” (leggi po-po-popopo- po…) lui ha dato via a una serie di progetti paralleli il più riuscito dei quali è sicuramente il supergruppo “The Raconteurs”. Il loro disco di debutto, questo “Broken Boy Soldiers”, offre un Rock elettrizzante, grezzo e low fi. Tutto registrato in presa diretta e senza fronzoli.

12. By The Way – Red Hot Chili Peppers (2002)
Dopo i fasti di “Californication” i RHCP sfornano il loro disco più accessibile di sempre. La musica pur essendo più melodica del solito è graffiante più che mai. Anche qui la produzione è di Rick Rubin.

13. Canzoni a manovella – Vinicio Capossela (2000)
In alcuni momenti ricorda Tom Waits, ma rimane un lavoro assai originale. In Italia un disco così bello non si sentiva da anni e non si è sentito neanche dopo.

14. West – Lucinda Williams (2007)
Non capirò mai il meccanismo per cui gli eventi spiacevoli finiscono a ispirare le cose più belle. Lucinda Williams qui canta la fine di un amore e la perdita di una persona cara senza piangersi addosso, con dolcezza e con grande classe. Alle chitarre ci pensa Bill Frisell e ciò non è un dettaglio secondario.

15. Vampire Weekend – Vampire Weekend (2007)
Qui ci sono un po’ d’idee nuove e qualche interessante contaminazione. Loro sono bianchi, giovani e newyorchesi ma nella loro musica si avvertono delle sonorità africane rivedute e corrette. Certe volte virano verso Ska e Reggae e in altri momenti richiamano in memoria la New Wave stile Talking Heads. Il risultato è apprezzabile. In altre epoche sarebbero passati inosservati, ma di questi tempi è tutto grasso che cola.

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Live from Madison Square Garden – Eric Clapton & Steve Winwood

Eric Clapton è un artista che mi esalta e mi deprime nella stessa misura. Di sicuro lui è uno dei chitarristi più grandi del mondo, di sicuro è uno di quelli che hanno stabilito le regole del Rock e solo per questo merita rispetto e l’eterna ammirazione. Però dove mettiamo Clapton manierista, inconcludente, furbo e, nei suoi momenti peggiori, “inutile” che ha inondato gli scaffali dei negozi con dischi a dir poco brutti?
Morale della favola: è lecito dubitare di Eric Clapton, eccome.
Per i motivi menzionati non sarei mai andato da solo a comprare questo doppio CD dal vivo che documenta tre concerti di Eric Clapton con Steve Winwood a Madison Square Garden di New York nel 2008. Sarebbe stato un vero peccato, perché avrei perso qualcosa di splendido. Per fortuna il disco mi è stato regalato e così non ho perso l’occasione. Qui il “Mano lenta” è di nuovo grande e grazie alla vicinanza di Winwood, un musicista un po’ meno miliardario ma più affidabile di lui, torna nei ranghi che gli competono di diritto. Qui c’è il Blues, suonato come dio comanda, il Rock più classico e una passione per la musica che non capita di sentire tutti giorni. Ogni nota è perfetta. Clapton è al top e fa delle cose pazzesche. Winwood, dal canto suo, ci mette alcune canzoni memorabili che portano la sua firma e la sua incontestabile bravura alle tastiere è roba che deve essere portata come esempio nell’università del rock.
Clapton e Winwood, già amici e compagni d’avventura ai tempi di Blind Faith (una “Superband” che più “Super” non si può) alla fine degli anni sessanta, qui rivisitano i loro vecchi successi, ci aggiungono qualche standard di Blues e una forte dose di Hendrix. Il risultato è sempre ottimo e in qualche momento eccellente. Le esecuzioni sono così ben fatte che persino una canzone fragile come “Forever Man” – di Clapton anni 80 – ne esce solida e luccicante come un brano classico e senza tempo.
“Live from Madison Square Garden” è un lavoro bellissimo che dimostra la vera statura artistica di due icone del Rock come Clapton e Winwood. Non ci sono smancerie o furberie. Questa è grande musica da gustare e da assaporare nota per nota.
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