Archivio » Musica

13 mar 2010

The Open Road – John Hiatt

John Hiatt è un artista di culto per chi ama la musica americana. Lui è tra i miei eroi personali da una ventina d’anni, da quando un amico mi fece una cassetta di “Bring The Family”, il suo splendido disco del 1987. Dopo quasi 35 anni di carriera di John Hiatt si ricordano tante cose e lui in tutto questo tempo ha saputo affrontare dal Rock al Blues, dal Country al Folk, molti generi musicali. I suoi dischi forse non sempre sono stati all’altezza delle attese, in ogni caso, almeno due album capolavoro portano la sua firma: il già citato “Bring The Family” e “Crossing Muddy Waters” del 2000. Il resto dei suoi lavori sono stati comunque dignitosi e spesso buoni e questo nuovo “The Open Road” prosegue con questa tradizione di qualità e non delude. Non si può certo parlare di un capolavoro qui, ma di un bel disco sì.

“The Open Road” comincia con la canzone omonima che è un bel pezzo rock da viaggio con dei bei assoli di chitarra e un testo che usa la strada come metafora di vita. È un inizio molto gradevole. La strumentazione è essenziale, chitarra basso e batteria. Mentre la musica attraversa senza fronzoli i generi diversi, dal Blues al Country, le parole dipingono dei piccoli ritratti delle persone ordinarie. C’è chi ha grandi sogni (“Haulin’”), chi grandi rimpianti (“What Kind of Man”) e chi insegue disperatamente l’amore (“Wonder of Love”). C’è molta amarezza per le occasioni perdute ma c’è anche tanta speranza per il futuro. Hiatt è un abile paroliere e riesce sempre a mettere insieme dei bei testi quasi cinematografici.

L’album si chiude con la bellissima “Carry You Back Home”, una canzone dolce, serena e piena di speranza. Hiatt, dichiara di aver avuto l’ispirazione per queste canzoni guardandosi indietro nello specchio retrovisore dell’auto. Un uomo come lui può guardare la sua vita indietro con serenità. Davanti comunque ha ancora una strada aperta da percorrere.

Titolo: The Open Road
Artista: John Hiatt
Anno: 2010
Produttore: John Hiatt
Etichetta: New West

[http://www.johnhiatt.com/]

3 mar 2010

Drive all night – The Swell Season

Ho visto questo video sul blog di Spino e siccome è veramente bello ho deciso di pubblicarlo anche qui per fare un po’ di pubblicità agli Swell Season. È una delle cover più belle di Springsteen che io abbia mai sentito. È una vera delizia.

[http://www.theswellseason.com/]

Innocent when you dream – Tom Waits

I pipistrelli sono nel campanile
La rugiada è sulla brughiera
Dove sono le braccia che mi stringevano
E che mi promettevano il suo amore?
E che mi promettevano il suo amore?

È una vecchia sensazione così triste
I campi sono soffici e verdi
Ciò che sto rubando sono i ricordi
Ma tu sei innocente quando sogni
Quando sogni
Sei innocente quando sogni
Quando sogni

Ho fatto una promessa importante,
Che non ci saremmo mai separati
Ho dato un medaglione al mio amore
E poi le ho spezzato il cuore
E poi le ho spezzato il cuore

Correndo nel cimitero
Io e miei amici ridevamo,
Giuravamo che non ci saremmo mai separati
Fino al giorno della nostra morte
Fino al giorno della nostra morte

È una vecchia sensazione così triste
I campi sono soffici e verdi
Ciò che sto rubando sono i ricordi
Ma tu sei innocente quando sogni
Quando sogni
Sei innocente quando sogni
Quando sogni

[http://www.youtube.com/watch?v=Md7iv0Rg1LU]

21 feb 2010

IRM – Charlotte Gainsbourg

Charlotte Gainsbourg è figlia del poeta e cantante francese Serge Gainsbourg e dell’attrice e cantante inglese Jane Birkin. Naturalmente con una DNA così non poteva che fare l’artista nella vita e, sempre per via degli stessi geni, ha provocato inevitabilmente un po’ di scandali strada facendo. A parte il cognome importante, la sua notorietà, soprattutto al di fuori dei confini francesi, è legata alla sua attività di attrice e solo un anno fa è stata la protagonista del controverso “Antichrist” di Lars Von Trier. Lei è meno nota come cantante, anche se qualche anno fa ebbe un certo successo in Francia con un disco, prodotto da Nigel Godrich il produttore dei Radiohead . Perciò si può fare un paragone tra lei e le altre attrici che recentemente hanno cercato di passare dal cinema alla musica; in questo senso lo straziante album di Scarlett Johansson resta indimenticabile. Alla Gainsbourg invece la transizione è riuscita perfettamente. Il suo IRM è un lavoro personale, a partire dal titolo (è acronimo di MRI in francese) che ricorda le ore passate da Charlotte dentro una macchina per la risonanza magnetica in seguito ad un’emorragia cerebrale causata da un incidente con gli sci d’acqua. Nel brano omonimo si può sentire dei rumori industriali che ricordano questi macchinari ospedalieri. Il compare della Gainsbourg in quest’avventura è Beck, il rocker più alternativo ed eclettico che ci sia in circolazione, e questa collaborazione fa bene ad entrambi. Tutte le canzoni, tranne “Le Chat Du Café Des Artistes” che è anche l’unica interamente in francese del disco, sono firmati e prodotti da Beck. Naturalmente la musica che emerge da questa operazione ricorda fortemente i lavori di Beck, ma apporto di Charlotte nelle parti vocali rende il tutto decisamente più accessibile e aggiunge un tocco personale. C’è un po’ di tutto: musica elettronica, il pop, il rock e persino il blues (“Dandelion”). Questo mescolamento degli stili è un’altra caratteristica di dischi di Beck, ma la Gainsbourg in più occasioni ha sostenuto di avere avuto un ruolo attivo anche nella fase creativa del lavoro e non solo in quella esecutiva. Molti testi sono scritti sui suggerimenti della Gainsbourg e la cosa si nota. In ogni caso IRM è una bella raccolta che si fa ascoltare volentieri.

Titolo: IRM
Artista: Charlotte Gainsbourg
Anno: 2009
Produttore: Beck
Etichetta: Acoustic Disc/Because Music

[http://www.charlottegainsbourg.com/]

20 feb 2010

Prove It All Night

Questo lavoro è di qualche anno fa. L’ho ritrovato e lo pubblico.

[Scarica la versione ad alta definizione]

16 feb 2010

Scratch My Back – Peter Gabriel

Qui non ci sono chitarre, non si sentono tamburi rullanti, non c’è un basso pulsante ed i sintetizzatori sono banditi. La musica è intimista ed è costruita prevalentemente sugli strumenti ad arco con qualche tocco di pianoforte. Scorrendo i titoli mi sembra di riconoscerli, ma ciò che sento ha nulla a che fare con la musica che quei titoli mi ricordano. “Scratch My Back” è un disco di cover ma ancora di più è un disco di Peter Gabriel. Le sue reinterpretazioni differiscono dai pezzi originali sia in forma sia in sostanza. Nulla di ciò che si trova qui è già sentita. I brani messi in fila hanno una loro precisa logica e ad ascoltarli in questo modo sembra che siano sempre stati così. Eppure sono tutte canzoni più o meno conosciute e hanno una loro propria collocazione nella nostra memoria. “Heroes”, di David Bowie, che apre il disco è rallentata a punto tale da risultare completamente irriconoscibile se non fosse per il ritornello. Le parole arcinote del testo, senza che qualcuno ne avesse cambiato di una virgola, raccontano una storia completamente diversa: questa cosa è magica. La stessa cosa succede anche con le altre canzoni. “The Boy in The Bubble” di Paul Simon per gli argomenti che tratta e soprattutto per come viene interpretata suona attuale in modo stupefacente. “The Power Of The Heart” non è sicuramente il primo brano che viene in mente pensando alla immensa produzione di Lou Reed, come del resto la splendida “Philadelphia” non è la canzone più rappresentativa di Neil Young. Eppure entrambe sono perfette in contesto. L’elenco dei brani include altri mostri sacri (David Byrne e Randy Newman) senza dimenticare artisti più giovani come i Radiohead, Bon Iver e gli Arcade Fire. “Listening Wind”, dei Talking Heads, è racconto di un atto terroristico che nell’interpretazione di Gabriel assume toni caldi e drammatici. I Talking Heads narravano la stessa storia con elettronico distacco: qui sembra di assistere alla proiezione di un film, lì sembrava di guardare la televisione. In conclusione, Peter Gabriel è riuscito a creare qualcosa di originale senza inventare assolutamente niente di nuovo. Il segreto sta nella sua grande sensibilità d’artista e nella scelta accurata dei pezzi. Personalmente ho fatto fatica al primo ascolto di questo disco ma poi sono stato catturato. Si sa già che “Scratch My Back” sarà seguito da un album di canzoni di Peter Gabriel interpretate dagli artisti da lui citati in questo progetto e si sa anche che Bowie si è rifiutato e che sarà sostituito da Brian Eno. Comunque vada sarà una bella sfida.

Titolo: Scratch My Back
Artista: Peter Gabriel
Anno: 2010
Produttore: Bob Ezrin
Etichetta: Virgin

[http://petergabriel.com/]

14 feb 2010

They Are Not The World

La riedizione di “We Are The World” in favore di Haiti fa letteralmente cagare, con una fila di personaggi ansimanti e fastidiosi. Se questi qua devolvessero quello che spendono in un giorno per la cocaina alla causa Haitiana, credo che la povera isola non avrà più problemi per qualche anno. Se volete aiutare Haiti, acquistando musica seria, ricordatevi sempre che c’è il brano di Eddie Vedder.

6 feb 2010

Il logo commemorativo per Michael Jackson


Questo logo ricorda Michael Jackson ed era utilizzato in un breve videoclip commemorativo di MTV. Io lo trovo pressoché perfetto.

Via Logo of the day.

3 feb 2010

Warren Zevon Live at Irving Plaza – 02/11/1999

Un bel concerto di Warren Zevon che porta con sé la magia di bootleg e mi riporta ai tempi in cui mi bastava una cassetta mal registrata di qualche concerto del Boss per sognare ad occhi aperti. Il suono fa cagare ma la performance è superlativa. Questa è roba per i fan di Zevon, come il sottoscritto, però vi consiglio di ascoltare almeno la breve e divertente versione acustica di Ramrod (Numero 12) di Springsteen. Se volete potete scaricare questo concerto, o solo qualche canzone che vi’interessa da qui.

[http://www.archive.org/]

2 feb 2010

Contra – Vampire Weekend

“Contra”, il secondo disco dei newyorchesi Vampire Weekend, prosegue i sentieri tracciati nel loro primo album e delinea chiaramente il loro progetto artistico. Le sonorità africane che avevano caratterizzato il loro primo lavoro qui diventano ancora più marcate. “Graceland” di Paul Simon è sicuramente un riferimento in questo senso. Questi figli di buona borghesia ebraica e frequentatori dei college dell’Ivy League, non sono interessati ai concetti di lotta di classe o le difficoltà quotidiane per guadagnare la pagnotta. Loro non fingono di essere ciò che non sono e di questo gliene va dato atto. Nelle loro canzoni si parla dei sentimenti e la confusione esistenziale di chi vive un’epoca che è sostanzialmente priva d’affetti. I testi possono sembrare banali o addirittura insensati – c’è l’orzata che fa rima con l’aranciata, per dirne uno – in realtà sono assai ricercati e complessi. Tutto è un affascinante gioco di accostamenti che inganna e confonde. Questa confusione è funzionale al progetto artistico dei “Vampire”. Una band dei fighetti newyorchesi che suona come un manipolo di Zulu è già un accostamento strano. Come è strana la ragazza bionda della copertina messa vicina al titolo che ricorda i ribelli Nicaraguensi. Un titolo che a sua volta potrebbe essere un omaggio ai Clash di “Sandinista”. I Clash che sono omaggiati, in persona di Joe Strummer, nella canzone “Diplomat’s Son”, figlio del diplomatico, come dire che anche lui a sua volta era un privilegiato se si vuole metterlo così. “Contra” è il primo album importante di quest’anno, anche se è stato registrato l’anno scorso, ed è un bel disco. Meglio non pensare troppo ai Clash, in ogni caso.

Titolo: Contra
Artista: Vampire Weekend
Anno: 2010
Produttore: Rostam Batmanglij
Etichetta: XL Recordings

“Se esprimi un desiderio è perché vedi cadere una stella, se vedi cadere una stella è perché guardi il cielo, e se guardi il cielo, è perché credi ancora in qualcosa...„
Bob Marley

 

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