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5 mag 2009

Willie Nile a Trento – 03/05/2009

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Picture taken from Flickr.com. Originally uploaded by Andrea Sartorati
© 2009 Andrea Sartorati, Some rights reserved

Ammiro gente come Willie Nile che si guadagna da vivere con il rock senza essere una star. Non conosco la sua dichiarazione dei redditi. Di sicuro non nuota nell’oro e non guida una fuori serie. Lui è un artigiano del rock. A lui non sono concessi capricci o privilegi. A lui tocca pedalare come tutti noi poveracci e immagino che debba inghiottire anche dei rospi, come facciamo tutti. Almeno Willie Nile ha la fortuna di fare ciò che gli piace, e ha una certa libertà creativa che i grossi contratti discografici generalmente non consentono di avere. Mi domando se lui farebbe cambio tra la sua libertà creativa e un contratto milionario, forse sì, ma questo non lo posso sapere.

All’auditorium di Lavis ci sono un centinaio di persone. L’età media sarà intorno ai cinquanta. Il colore predominante dei capelli è grigetto. C’è anche una signora anziana e una bambina di pochi anni. È gente appassionata. Se sono venuti qua, è perché sanno chi ci sarà sul palco. Perché amano questa musica e perché hanno consumato i dischi a forza di suonarli. Insomma a me piace essere circondato dalla gente così. Sul palco salgono tre personaggi che completano il quadro: un chitarrista, un bassista e un batterista. Tutto quello che basta per una Rock & Roll band.

Il bassista è un omone con basettoni e la faccia simpatica. Ha i capelli grigi e un fantastico accento emiliano. Il batterista è piccolino. Il chitarrista è magrolino, porta gli occhiali, ha la barbetta e le orecchie a sventola. Sono in ordine Rigo Righetti, Roby Pellati e Jorge Otero. I primi due erano la sessione ritmica dei Rocking Chairs e poi hanno condiviso il palco con Luciano Ligabue (arrrrrgh!) e si può dire senza esagerare, che fanno parte della storia del rock italiano. Jorge Otero invece è uno spagnolo di Oviedo e per me è un oggetto misterioso.

I tre cominciano a intrattenerci con alcuni pezzi, apparentemente firmati da Righetti, che servono per riscaldare l’ambiente. Si capisce subito che questo Otero è un signor chitarrista. In certi fraseggi mi ricorda Peter Green dei Fleetwood Mac e questo è uno dei più grandi complimenti che io potrei fare a un chitarrista. Il loro set si chiude con una versione stravolta di “Ring of Fire” di Johnny Cash. Loro escono dal palco e arriva Willie Nile.

Wiilie Nile è piccolo di statura. Sarà alto un metro e mezzo. Ha dei modi gentili, una faccia lunga e lo sguardo triste. Si siede al pianoforte e comincia con “Streets Of New York” che a me ricorda sempre “The Promise” di Bruce. Il pubblico applaude. Un bell’inizio. La banda torna sul palco e comincia il vero show.

Si comincia con “Welcome to My head”, segue “Black Magic And White Lies”. Prima di suonare “She’s So Cold” Willie Nile vorrebbe raccontare un aneddoto che riguarda i Rolling Stones, ma temendo di non essere capito lascia stare. “Vagabond Moon” è probabilmente il pezzo più conosciuto di Nile e viene dedicato a Massimo Bubola.

Negli anni 80 Willie Nile ha fatto da apripista agli Who nei concerti americani. Per ricordare quei giorni gloriosi ci viene offerto una versione incendiaria di “Substitute” che permette a Roby Pellati di scatenarsi alla batteria. Il pubblico apprezza.

“I Saw Bo Didley in Washington Square” ha un titolo che non dovrebbe avere bisogno di ulteriori presentazioni, ma scopriamo che è stato scritto perché Willie Nile un giorno ha visto Bo Didley passare per Washington Square di New York. Aldilà di battute, la canzone è carina.

“House Of A Thousand Guitars” e “Run” provengono dal nuovo album, uscito un paio di settimane prima, e sono due ottime canzoni. Soprattutto “Run” ha un tiro pazzesco e viene eseguita alla grande. La gente dimostra un calore insospettabile all’inizio.

“On The Road To Calvary” è dedicata a Jeff Buckley. “Hard Times In America” è il momento clou della serata e devo dire che viene eseguita molto bene. Jorge Otero alla chitarra ha tutto lo spazio che vuole e il pubblico non smette di applaudirlo. La banda lascia il palco e Willie esegue “Backhome” e “Across The River” da solo al pianoforte. Dopo la scorpacciata elettrica di prima, un po’ di calma. Per i bis la gente si calca sotto il palco e la banda offre una bella selezione delle cover che riscalda ulteriormente l’atmosfera.

La serata si conclude fuori dalla sala dove Willie Nile vende e autografa i propri CD e fa delle foto con i fan affezionati. Un mio amico mi fa notare che la situazione assomiglia un po’ al film “The Wrestler” (quando il protagonista firma autografi ai fan nostalgici) e la cosa mi rattrista un po’ perché non ha tutti i torti.

***

Stasera dopo il lavoro ho fatto un salto al liceo Da Vinci di Trento, dove per un’apprezzabile iniziativa della scuola si poteva assistere a un mini concerto di Willie Nile, così ho potuto praticamente rivedere il concerto di ieri sera. Purtroppo non c’era tanta gente. Non c’erano tanti alunni e il pubblico era costituito in gran parte dai professori. La banda ha suonato per circa un’ora con una scaletta che ricalcava quella di ieri sera. La situazione era un po’ surreale e l’acustica pessima, ma è stato bello lo stesso. Io penso che fare questo mestiere in questo modo sia una questione d’amore e di passione. Mi rendo conto che questi qua non sfonderanno mai, non perché non sono bravi ma perché il mondo è un posto di merda. Bisogna essere furbi, cinici o molto fortunati per avere successo. Willie Nile visto in questi due giorni non ha nessuna di queste caratteristiche. Lui è solo bravo e questo non basta.

Quell’immagine di “The Wrestler” non mi esce più dalla testa.

4 mag 2009

Dolce come lo zucchero

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Le etichette dicono che c’è lo zucchero, riportano pure il contenuto calorico e delle altre informazioni utili. Però per capire realmente quanto zucchero c’è dentro un determinato alimento bisognerebbe vedere i cubetti dello zucchero che corrispondono alle quantità indicate. Guardate [qui] e tremate.

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2 mag 2009

Together Through Life – Bob Dylan

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Alla veneranda età di 67 anni, Bob Dylan è ancora un’artista ispirato e in grado di sorprendere. I suoi ultimi lavori in studio, almeno da una decina d’anni a questa parte, sono stati apprezzati dai critici e hanno avuto anche delle buone vendite. Ma lui non è tipo da dormire sugli allori e allora eccolo che torna sugli scaffali con un disco nuovo di zecca, dopo appena sei mesi dall’eccellente raccolta d’archivio “Tell Tale Signs”. Registrato nell’autunno 2008, “Together Through Life” è un album che, fin dalla copertina, parla d’amore e delle relazioni romantiche. I musicisti coinvolti nell’operazione sono quelli attualmente in forza nella tour-band di Dylan con alcuni inneschi importanti come Mike Campbell, il chitarrista degli Heartbreakers e David Hidalgo dei Los Lobos alla fisarmonica. La musica, scarna e asciutta, spazia tra il Blues e il Tex-Mex. Le atmosfere sono così omogenee che sembra di ascoltare una lunga suite piuttosto che una raccolta di canzoni. Il filo rosso che unisce musicalmente tutto il lavoro è l’onnipresente fisarmonica di David Hidalgo che con il suo suono chicano colloca inevitabilmente l’azione ai confini con il Messico.

Si parte con l’apocalittica “Beyond Here Lies Nothing”, che stabilisce subito il tema del disco. Si parla delle persone che si amano mentre il mondo va a puttane. La chitarra appiccicosa e pungente di Campbell dialoga con la fisarmonica di Hidalgo. Un ottimo inizio non c’è che dire.

“Life is Hard” racconta di nostalgia e dell’assenza d’amore. Il lavoro di Campbell al mandolino è interessante. Forse è l’unico punto di contatto tra questo album e il precedente “Modern Times”.

“My Wife’s Home Town” ha alcune parti dichiaratamente copiate da Willie Dixon di “I Just Want to Make Love to You”. Il risultato è un bluesaccio con una fisarmonica anziché l’armonica. Gradevole.

“If You Ever Go To Houston” sposta l’azione in Texas e ci chiarisce, una volta per tutte, che Dylan sta immaginando quelle zone di frontiera.

“Forgetful Heart” e “Jolene” sono due belle canzoni che catturano mentre “This Dream Of You” è un trionfo di violini e fisarmoniche. Tex-mex allo stato puro.

Atmosfere tex-mex anche in “I Feel A Change Comin’ On” che è probabilmente la canzone più bella del disco. I testi sono riflessivi, si parla della vita che ormai è andata, ma non c’è tristezza, anzi, probabilmente è il momento migliore per iniziare una nuova storia d’amore. Ottima.

Le canzoni sono dieci e sono tutte scritte tutte tranne una (“This dream of you” che è firmata solo da Dylan ) sono scritte a quattro mani da Dylan e il paroliere Robert Hunter, che aveva già lavorato con lui negli anni 80.

“Se esprimi un desiderio è perché vedi cadere una stella, se vedi cadere una stella è perché guardi il cielo, e se guardi il cielo, è perché credi ancora in qualcosa...„
Bob Marley

 

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