Archivio » marzo 2009
You may call me Zimmy
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Tags: Bob Dylan
Vestire Pantone

Lo sapevo che prima o poi sarebbe successo: una linea d’abbigliamento con i colori Pantone®. La linea è realizzata da GAP e per il momento è in vendita solamente in un loro negozio di New York. A me piace assai.
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Tags: Pantone
Il cielo sopra Venezia

Qui c’è una bella collezione di fotografie aeree di Venezia e dintorni. Italia è il paese più fotogenico del mondo, se lo guardi da lontano.
[http://blogs.denverpost.com/]
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ZEVS Google

L’artista francese ZEVS, noto per i suoi interventi di “liquefazione”, stavolta ha colpito Google. La sua versione del popolare motore di ricerca è visibile [qui].
Via Emily Chang.
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Sex & The Screwdriver

Questi cacciaviti, destinati alle fashion vicitm, da un lato divertono e dall’altro pongono delle riflessioni sociologiche: ma il femminismo ha mangiato se stesso? Le donne coraggiose che hanno sfidato lo strapotere maschile avevano in mente questa roba?
Posso immaginare Carrie Bradshaw che usa abilmente questi attrezzi, ma non il motivo per cui li dovrebbe usare. Sono in vendita [qui].
Via stylefrizz.com
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Tags: Design & Creativity
Occhio al sole

Don’t miss the fun in the sun.
La pubblicità per gli occhiali da sole Paul Frank.
Via I beleive in adv.
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Backstage with Bob Dylan
Cosa succede quando Tom Waits inconta Bob Dylan dietro le quinte. Un divertente minifilm dal creatore delle serie televisive animate I Griffin e American Dad il geniale Seth MacFarlane. Mi ha fatto morire da ridere.
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Tags: Bob Dylan
Rompere le palle come forma d’arte

Evan Roth è un artista americano in cerca delle nuove forme espressive per premettere la libera circolazione delle idee. L’origine della sua arte risiede nella cultura Hip-hop e nell’anarchia creativa dei graffitari anche se lui spinge e amplia il concetto con mezzi sempre più innovativi e tecnologici. L’ultima sua esibizione, attualmente in corso a Vienna, ha per titolo AVAILABLE ONLINE FOR FREE e si riferisce alle divergenze di vedute tra l’artista che aspira a diffondere la propria opera gratuitamente attraverso il Web, raggiungendo così una platea immensa, e il mondo dell’arte che invece vuole solo pezzi unici da esporre nei musei. Qui scattano una serie di provocazioni e performance che sfiorano la genialità. Per esempio queste etichette rosse da esporre, di nascosto, sulle opere protette da Copyright o delle lastre schermate che, una volta nascoste nei bagagli ed esposte ai raggi x, servono a prendere in giro gli addetti di sicurezza degli aeroporti.
Il catalogo della mostra, in formato pdf e creato usando esclusivamente i software Open Source, è disponibile [qui].



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No Line On The Horizon – U2

Io ho dei vividi ricordi di alcuni brani degli U2: un tuffo al cuore con “One”, un’incredibile iniezione d’adrenalina con “Sunday Bloody Sunday”, una piacevole vertigine con “Bullet The Blue Sky” e via dicendo. La mia passione per il rock è nata e cresciuta anche grazie a loro che a tutti gli effetti possono essere considerati l’ultima grande band del mondo, l’ultima di cui si conosce il nome di tutti i componenti, come seppe sottolineare Springsteen introducendoli nella “Rock and Roll Hall of Fame”. Per tutti questi motivi, ritengo di essere un loro ammiratore certo non un fanatico. Adesso il problema sta nel fatto che avendo tutti questi ricordi importanti a ogni loro nuova uscita discografica io ho molte aspettative. Devo dire che stavolta l’orribile singolo “Get On Your Boots” aveva già ridimensionato le mie attese e trovarmi tra le mani un disco che non è completamente una ciofeca, può essere considerato una buona notizia.
“No Line On The Horizon” è un album senza infamia e senza lode. Le sonorità sono curate, d’altro canto nel progetto sono coinvolti tre dei migliori produttori del mondo (Brian Eno, Daniel Lanois e Steve Lillywhite) e si sente, purtroppo ciò che manca è l’anima. Si era favoleggiato di un disco sperimentale, invece tutto è scontato e convenzionale. Questa non è necessariamente una nota di demerito, credo che a tanti fan degli U2 la loro musica piaccia così come è. Il problema, come ho già detto, è la mancanza dell’anima, delle idee e delle cose da dire. I testi sono spesso infantili, qualche volta auto-parodistici se non addirittura ridicoli: per esempio quando vengono citati i comandi del sistema operativo Mac OS in “Unknown Caller” (Force quit and move to trash).
Il brano migliore è sicuramente il meditativo “Cedars Of Lebanon” che chiude l’album ed è fatto talmente bene, sia come testi sia come musica, che fa nascere il rammarico per ciò che questo disco avrebbe potuto essere ma che purtroppo non è.
In conclusione, questo disco suona bene come musica “usa e getta”, venderà una marea come sempre e tra un po’ di tempo lo dimenticheremo completamente (do you remember ”How To Dismantle An Atomic Bomb” ?). Per ricordarci degli U2 abbiamo altri dischi e penso che quelli basteranno.
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Tags: U2









