Lo spettacolo di Matarrese
Antonio Matarrese , il presidente della Lega calcio vale a dire il numero due del calcio Italiano, ha pronunciato quelle parole che da tre giorni temevo che qualcuno pronunciasse, ovvero: “Lo spettacolo deve continuare!”. In realtà avrebbe detto altre cosucce interessanti tipo che “I morti fanno parte di questa sistema” e “che il calcio, come la FIAT, è una industria strategica del paese”. Adesso chi è che spiega alla vedova del poliziotto ucciso che la morte del suo marito era previsto dal sistema? Io non voglio più tornare su questo argomento, tanto c’è della gente più brava di me che continua a versare fiumi d’inchiostro a proposito, ma sentire delle stupidaggini così grosse mi da veramente fastidio. Per fortuna non sono il solo a provare un senso di nausea di fronte a queste affermazioni, a quanto sembra il dottor Matarrese è stato già scaricato sia da CONI che dal presidente del consiglio Prodi. Comunque anche se lo spettacolo non dovesse continuare a me personalmente non fregherebbe proprio niente.
Febbraio 5th, 2007 at 9:20 pm
Ciao Shahab, ti rubo questo spazio per uno sfogo sentito, l’ennesimo “fiume d’inchiostro”, che rispecchia la confusione che mi accompagna in questo momento. Senza la volontà di emettere sentenze, ma solo per raccontare la foto che abbiamo sotto gli occhi in questi giorni e che ci riporta, purtroppo, ad uno scenario sudamericano.
La follia del calcio è atrocemente democratica: si muore fuori da uno stadio di Serie A, come nel piazzale di un campo spelacchiato di Terza Categoria. Solo una morte, però, “fa notizia”, stimola i politicanti di turno, blocca le partite. Il calcio si scopre malato d’improvviso, come un fulmine a ciel sereno nella notte catanese, e si ferma per guarirsi, per sciacquarsi la coscienza dal sangue. E poi? Cosa accadrà? Un segno della croce e così sia: tutti di nuovo in campo, tutto come prima. A mio parere non serve né uno stop di una giornata (quasi una riflessione obbligatoria) né la fine anticipata del campionato, né far disputare le partite a porte chiuse. Non serve parlare di modello inglese perché non c’è nulla d’inglese in Italia: copiarlo e trasportarlo qui da noi come fosse la ricetta della rinascita sarebbe come voler portare la democrazia in Iraq. Non serve fare la morale sul “fenomeno ultras”: non sono mica nati ieri! Esistono da anni ormai: sono stipendiati dalle società e spesso (per non dire sempre) lasciati agire indisturbati (vedi razzie negli autogrill o nelle stazioni) dalle forze dell’ordine. Diventano dei modelli da imitare per i più giovani (quasi tutti gli arrestati a Catania, infatti, sono minorenni) perché possono dimostrare la loro “mascolinità” facendo di tutto, mascherando la violenza con il tifo, perché difesi dal branco, dalla massa. Non serve che i politici si riuniscano nelle stanze dorate del Palazzo, perché non conoscono la realtà. Mi fanno vomitare le parole prestampate sentite in questi giorni, mi fanno vomitare i criminali mascherati da tifosi, mi fa vomitare il presidente di Lega Mataresse che cita inopportunamente un verso dei Queen (“show must go on”) perché “il calcio è un’azienda che non si può fermare ed i morti fanno parte del sistema”. Inaccettabile, vergognoso! Mi fa vomitare chi dà la colpa al solo calcio, perché i motivi di questa situazione sono da ricercare soprattutto fuori dagli stadi: in una società alla deriva. Io, non tifoso fanatico ma tifoso amante del calcio, senza calcio non so stare: lo ammetto. E chiudere a chiave questa passione farebbe male a tutti quelli che amano questo sport. E’ necessario lasciare per un po’ in stand-by questo canale, ma la pausa sarà del tutto inutile senza una seria opera di educazione alla base. Mi spiego: in questi giorni ho solo una certezza: che la soluzione non fa rima soltanto con repressione. Serve il pugno di ferro, ma non basta! La questione è culturale (ahinoi!). Andate a vedere una partita di ragazzini, la domenica mattina, in un campo di periferia: sentirete mamme e papà che insultano gli avversari, urlano contro gli amichetti dei loro figli. Andate a vedere una partita di Prima Categoria o Promozione: lì non ci sono ultras con bastoni, ma amici e fidanzate che sputano insulti non meno pericolosi. Eppoi, andate a vedere i programmi televisivi della domenica sera: andate voi, perché io non ci riesco, spengo dopo pochi minuti perché le urla (sul nulla!) mi fanno venire il mal di testa. Insomma, si parla tanto di leggi e regole da rispettare, ma forse sarebbe ora che ognuno si desse una bella calmata e si insegnasse un po’ di etica dello sport nelle scuole. Allora sì che si potrebbe parlare di modello inglese. Comunque, c’è una cosa che andrebbe fatta subito: non riconoscere più i gruppi di tifosi organizzati: eliminarli! Così non si sentirebbero più dei miti ai quali tutto è dovuto. Si sentirebbero le nullità che sono e farebbero meno danni. Serve un cambiamento culturale assieme ad una decisa svolta di metodo: solo così il calcio potrà tornare protagonista sul palcoscenico di un teatro non più macchiato di sangue e i giornalisti sportivi non si dovranno più occupare di cronaca nera e morti ammazzati.
Febbraio 6th, 2007 at 3:22 pm
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