Ho appena finito di vedere, in DVD, “No Direction Home” lo splendido documentario di Martin Scorsese sugli anni giovanili di Bob Dylan. Quasi quattro ore di filmati d’epoca, interviste, foto e musica che ripercorrono la carriera del menestrello di Duluth dalla fine degli anni 50 fino al celebre incidente motociclistico nel 1966. La storia di uno dei più grandi artefici della musica Rock raccontato da uno dei più grandi fan che il Rock abbia mai avuto. Nonostante si tratti essenzialmente di un lavoro di collage, lo stile di Scorsese è inconfondibile, non credo che ci sia persona migliore di lui al mondo per raccontare una storia che si svolge a New York negli anni 60. Il racconto è affidato alle parole degli illustri protagonisti dell’epoca (Allen Ginsberg, Joan Baez, Al Cooper, Pete Seeger, ecc… ) ed allo stesso Dylan che faccia a faccia con la cinepresa, con insolita disponibilità, racconta la sua versione dei fatti.
C’è tanto materiale da soddisfare anche il fan più esigente: Dylan mentre suona con Pete Seeger, Dylan in marcia su Washington a fianco di Martin Luther King, Dylan al pianoforte con Johnny Cash e via di questo passo. Poi ci sono delle bellissime interviste con l’entourage di Dylan - che tutti chiamano affettuosamente Bobby - per esempio con Suze Rotolo, la ragazza di Dylan nei primi anni 60 che appare infreddolita insieme a lui sulla celebre copertina di “The Freewheelin’ Bob Dylan”.
Il documentario parte con il colore bianco del Minnesota coperto da neve, che ricorda le atmosfere di Fargo dei fratelli Cohen, dove nasce Robert Zimmerman per spostarsi a Greenwich Village dove il giovane folksinger, che ormai ha cambiato il suo nome in Bob Dylan (in omaggio a Dylan Thomas), sbarca il lunario suonando nei piccoli locali per pochi spiccioli che gli avventori gettano nel suo capello. Il racconto diventa ancora più intrigante quando si parla della svolta “elettrica” di Dylan ed i retroscena degli album seminali come “Bringing it all back home”, “Highway 61 Revisited” e “Blonde on Blonde”.
All’inizio della seconda parte si vede Dylan di fronte ad un’insegna all’esterno di uno strano negozio per gli animali che vende anche le sigarette: in 30 secondi ci si rende conto come Dylan abbia costruito alcuni dei suoi testi più memorabili e della sua straordinaria capacità di giocare con le parole.
Grazie all’intelligente montaggio di Scorsese, il documentario non è mai noioso e non ha cadute di tono.
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